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Contorni di Noir | December 14, 2017

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Intervista a Alessia Gazzola

| On 08, Dic 2017

(c) Cecilia Lavopa

Abbiamo incontrato Alessia Gazzola, scrittrice di successo con i romanzi che hanno come protagonista Alice Allevi pubblicati da Longanesi, da cui è stata tratta una serie tv molto seguita con protagonisti principali Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale. Esce ora il nuovo libro intitolato “Arabesque“, sempre per Longanesi e l’abbiamo intervistata durante BookCity. Ecco cosa ci ha raccontato:

1. Da autrice di una serie che consta di molti romanzi – i personaggi sono come se fossero la tua seconda famiglia, visto che ci hai passato insieme anni – Alice, da ragazzina timida, confusionaria e impacciata, ora è diventata padrona della sua vita. Come è cambiato il tuo rapporto nei confronti di questa Alice, come è cresciuta lei e come sei cresciuta tu?
A.: L’idea di farla crescere e di non lasciarla cristallizzata nel tempo e nello spazio, che in genere in ogni avventura resta uguale a se stesso, era qualcosa che non mi piaceva. In alcune serialità che seguo l’ho riscontrato, ma non era qualcosa che mi andasse di fare. Volevo seguire un percorso, e devo dire che non mi è riuscito difficile:è avvenuto spontaneamente, forse anche per il fatto che utilizzo la prima persona.
Non sono romanzi autobiografici, lo dico sempre che Alice non sono io, ma ormai mi sentivo a disagio a darle una voce ancora infantile, adesso che ormai ho trentacinque anni. Devo dire che non condivido alcune cose che lei pensa o fa, ma siccome è diversa da me la faccio agire come penso sia importante nell’economia della trama. Mi premeva che crescesse, dovevo darle un decoro, anche per rispetto della professione, che è comunque la mia. E poi da “Sindrome da cuore in sospeso” – terzo libro in ordine di pubblicazione, ma prequel della serie con la Allevi – Alice ha ormai trent’anni, era importante non farla restare un personaggio vacuo.

2. In “Arabesque” l’attenzione si sposta sul mondo della danza e del balletto, ma hai voluto mettere in evidenza la competitività e l’aggressività che distruggono chiunque entri in quel mondo, anziché la leggerezza e la bellezza. Ce ne vuoi parlare?
A.: Non mi propongo di scrivere delle verità assolute: il mondo della danza classica può essere anche un mondo pulito, in cui valgono le regole dello sport, i valori più nobili di qualunque attività fisica o artistica, quindi di espressione di armonia di valori di bellezza e di disciplina. Ma sono una giallista, e anche in un mondo così puro devo trovare la zona d’ombra. L’input l’ho avuto da “Il cigno nero”, film che in realtà non mi era piaciuto del tutto ma mi aveva impressionato, e mi aveva dato l’idea di scrivere un romanzo in cui venissero sottolineati questi aspetti dell’autodisciplina portata all’eccesso e della competitività. Prima ancora, la cosa che più m’interessava era, indipendentemente dal mondo della danza, trovare un pretesto per raccontare il rapporto particolare tra maestra di danza e allieva e viceversa, che sarebbe potuto nascere anche in un altro ambiente, ma quello del balletto non è ancora sdoganato come ambiente di gialli. Poi mi piaceva per il suo aspetto “lezioso”… L’avrete notato che mi piace descrivere ambienti belli, eleganti. Devo essere la prima io a divertirmi a scriverlo.

La Triennale, BookCity, pubblico in attesa della Gazzola

3. Parliamo della Wally, professoressa dell’Istituto di medicina legale, descritta nel procedere della saga come una sorta di croce per Alice, ma c’è qualcosa che lascia sperare bene sul personaggio. Non sembra così austera, così inchiodata sulle sue posizioni come appare. C’è una speranza che cambi?
A.: Per me la Wally non è una cattiva tout court, mi piaceva l’idea di darle una personalità sfumata. Ha una particolare antipatia per Alice, allieva sbadata che non si è mai applicata sullo studio e come docente la Wally lo sa e le sta addosso, un po’ per stimolarla e un po’ perché non la sopporta. Io volevo dare una motivazione e una finalità: se Alice fa qualcosa di buono, se ne accorge, ma è sempre lì a tenerla sul filo, perché sa che è una ragazza che, lasciata a se stessa, non fa nulla.

4. Qual è oggi il tuo rapporto personale con Alice? Non credo che fin dal primo libro pensassi a un personaggio seriale, ma quanto pensa di andare avanti, e fino a che punto ha invaso la sua vita?
A.: Il mio rapporto è ormai di familiarità: per me Alice è come una sorella più piccola, ancora un po’ immatura in certe cose. I miei pensieri in realtà li attribuisco un po’ a tutti i personaggi, e anche se non sono Alice, alla fine i romanzi sono pieni di miei pensieri, sentimenti ed emozioni.
Certe volte, sia come autrice che come persona, posso anche non condividere il comportamento della mia protagonista in una determinata scena, ma credo che lei abbia ormai ha una sua personalità, anche indipendente da me. Certe cose io stessa non le so finché non mi metto davanti al computer, comincio a scrivere e il capitolo viene fuori. Continuerò a scrivere di lei finché sarà divertente per me, perché se deve diventare un peso o una catena preferisco lasciar perdere: alla fine, so di avere anche tante altre idee che vorrei prima o poi seguire. Qualcosa ho anche già pubblicato. Da lettrice, riconosco i libri scritti a tavolino, e non vorrei mai scriverne uno, per cui se dovessi mancare all’appello in futuro saprete che sarà perché non avrò niente da scrivere al momento.

5. La trasposizione dei romanzi in una serie televisiva ha portato nuovi lettori?
C’è qualcosa nei libri che ti è dispiaciuto non sia stato trasposto negli episodi televisivi?
A.: La serie tv è stata una grande benedizione, una bella fortuna di cui sono perfettamente consapevole. Pur con delle differenze legate a esigenze di sceneggiatura, la cosa più importante, vale a dire l’atmosfera dei libri, è stata restituita. Che poi ci siano delle differenze, delle semplificazioni, io lo reputo un risvolto accettabile, non l’ho sentito come estraneo. Di nuovi lettori me ne ha portati tanti, forse mi sarebbe piaciuto di più vedere realizzato in un modo diverso “Un segreto non è per sempre”, che resta il mio libro preferito. E’ stata una necessità televisiva, non si potevano sviluppare tutti gli aspetti del romanzo. La trama gialla, a volte, è stata un po’ sacrificata rispetto alle scene che vedono Alice in istituto e al suo rapporto con Claudio, ma capisco che queste attirassero di più il pubblico.

Lino Guanciale legge “Arabesque”

6. Appassionata di gialli e thriller, a contrapposizione di Alessia Gazzola e il personaggio di Alice Allevi, porto Patricia Cornwell con il suo medico legale, quindi due personalità molto diverse. Ce la farà Alice con la sua personalità ad entrare in un mondo così duro?
Alice è insicura, molto ansiosa, ha paura della sua ombra, ma quando viene chiamata a svolgere il suo lavoro, ci mette tutto il suo impegno. Cerco di darle l’opportunità di acquisire sempre più consapevolezza, rimanendo il tratto distintivo, perché crea la situazione di commedia. Questo anche perché, applicati in tipi di contesti lavorativi diversi che i lettori vivono, si crea un tipo di sentimento e stato d’animo che ognuno può aver vissuto.

7. Ora che siamo al romanzo numero sette, associ a un momento particolare la tua decisione di scrivere i romanzi di Alice o è stato frutto di un processo graduale?
A.: Avevo sempre scritto, anche in precedenza: la scrittura è qualcosa di cui ho sempre avvertito il bisogno. Avevo scritto romanzi orribili che non ho mai neanche provato a pubblicare e poi, quando sono entrata alla scuola di specializzazione mi è venuto automatico iniziare a scrivere una storia con quell’ambientazione. Rileggendola, mi sono resa conto di aver scritto qualcosa che, per una volta, poteva avere un potenziale e ho tentato di pubblicarla.
Una di quelle cose che provi a fare anche se non ci credi molto nemmeno tu. Quando l’hanno accettato, volevo pubblicare sotto pseudonimo perché mi vergognavo tantissimo, ma poi il libro è uscito, è andato bene e io ho superato la vergogna.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa, in collaborazione con Eliana Russillo