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Contorni di Noir | February 23, 2018

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Intervista a Carme Chaparro

| On 23, Gen 2018

 

 

Carme Chaparro è giornalista e anchorwoman in programmi televisivi e radiofonici spagnoli dedicati all’informazione. Il suo thriller Non sono un mostro, pubblicato in Italia da SEM Libri, ha avuto un esordio brillante tanto da  conquistare il “Premio Primavera de Novela” e schizzare in cima alle classifiche spagnole, oltre ad essere stato acquistato da Mediaset per portarlo sugli schermi.

La scrittura della Chaparro è fluida, diretta e stupisce ed ammalia con una trama ricca e fitta che accelera così tanto da stravolgere il lettore nel finale.
L’abbiamo intervistata e queste sono le sue risposte, buona lettura!

1.E’ uscito il suo primo romanzo “Non sono un mostro”, tradotto da SEM Libri. Qual è stata la scintilla che ha scaturito l’idea e quali sono le motivazioni per cui dopo tanti anni come giornalista ha deciso di cimentarsi in questa opera?
C.: E’ stato un processo strano, perché questo romanzo è cominciato dalla fine. Una sera, dopo aver terminato di presentare il telegiornale, non riuscivo a smettere di pensare ad una notizia che avevamo segnalato. Cominciavo a chiedermi “cosa sarebbe successo se” questo fatto di cronaca nera, che aveva come protagonista un bambino scomparso, fosse stato in qualche modo provocato da qualcuno per una ragione ben precisa. Così sono nati i due ultimi capitoli del romanzo.

2. Ha scelto come ambientazione un centro commerciale, punto di riferimento per le famiglie dove poter trascorrere il weekend e dedicarsi agli acquisti, il quale diventa nel suo thriller la scena perfetta dove poter far scomparire dei bambini. Come mai questa scelta?
C.: Avevo bisogno di un luogo con una grande andirivieni di gente, ma allo stesso tempo familiare, sicuro. E in un centro commerciale ci sentiamo al sicuro. Non ci sono ostacoli, non fa freddo, non fa caldo, non ci sono automobili e l’ambiente è sempre sotto sorveglianza. Per questo la madre che perde il bambino si fida come ci fidiamo tutti e lascia la mano del piccolo per rispondere ad un messaggio.

3. Ha figli? Se si, ha mai avuto paura  in un luogo affollato come quello che descrive nel suo romanzo? Paura che potesse succedere qualcosa di tremendo ai suoi figli o ad un suo caro?
C. Si, ho due bambine piccole. I bambini descritti nel libro hanno la stessa età di mia figlia Laia nel momento in cui stavo scrivendo il libro. Mi piace essere onesta con i sentimenti e per questo mi sono sottoposta al durissimo esercizio di cercare di immaginare come mi sarei sentita se avessi perso MIA figlia. Confesso che per molti mesi ho smesso di andare nei centri commerciali, e quando ho ricominciato ad andarci l’ho fatto con un certo timore.

4. Spesso si leggono notizie in cui i genitori perdono i figli o li dimenticano da qualche parte, come se venissero colpiti da un black out mentale. Ha scelto quindi un tema di grande attualità. Qual è il suo punto di vista? Cosa succede a questi genitori?
C. Per il mio lavoro di giornalista ho raccontato molte storie di bambini spariti nel nulla. Ho anche intervistato dei genitori, e il dolore è impossibile da descrivere, forse anche peggio della morte del proprio figlio. Se perdi un figlio – che è la cosa peggiore che può succedere al mondo – almeno hai il tuo dolore a cui appigliarti. Un bambino scomparso ti lascia appeso al niente. Non sai se è vivo, se è morto, se ti chiama, se ha freddo o fame. Scrivendo questo romanzo ho fatto l’esatto contrario di quello che faccio tutti i giorni. Quando leggo le notizie devo essere serena e sorridente, ma per scrivere Non Sono Un Mostro ho usato la pancia. Ho sofferto. Ho pianto. A un certo punto mi ero talmente immedesimata nella storia che ho cominciato a star male. Una amica attrice mi ha consigliato di prendermi una vacanza perché mi stava succedendo quello che succede agli attori quando vivono 24 ore al giorno col loro personaggio. Solo che a me capitava non con un  solo personaggio, ma con tutti.

5. Ho trovato la sua scrittura fluida, diretta con una trama fitta e ricca di personaggi ben descritti soprattutto dal punto di vista psicologico. Quanto pensa sia importante questo aspetto in un romanzo? Si è ispirata a qualche autore in particolare?
C.: Per me è più importante la descrizione psicologica di quella física. Voglio sapere perché si comportano in un certo modo, che cosa li muove, come si sentono quando entrano nella trama del romanzo e che cosa succede anche in relazione con gli altri personaggi. Perché più che ricordare com’è una persona  ci ricordiamo che sensazioni ci provoca. Se ci fa ridere, se è sempre di malumore, se ti ispira fiducia, se è avara….

6. Nella nota dell’editore c’è un’informazione interessante…(ma non dico di più per non fare da spoiler) E’ partita da un fatto realmente accaduto per scrivere il suo libro?
C.: Si, come ho già detto questa storia è cominciata dalla fine. Ho scritto di un fiato gli ultimi due capitoli e  non sono stati più modificati, a parte un piccolo paragrafo dove si parla di un capello, per risolvere un indizio contenuto nel romanzo

7. Le protagoniste indiscusse sono Ana e Inés, come mai ha voluto mettere in luce debolezze, fragilità  ed  emozioni di queste donne?
C.: Perché tutti siamo fragili, tutti abbiamo punti deboli, ci emozioniamo, odiamo ed amiamo. Io non credo nei protagonisti supereroi, non mi identifico con loro. La gente normale gode e soffre, in una catena di emozioni. Solo gli psicopatici non hanno paura.

8. Nel libro ha raccontato il mondo del giornalismo e di come spesso sia difficile emergere, ci si ritrova a far di tutto per accaparrarsi  lo scoop. Fa parte della sua esperienza di giornalista?
C.: Si, certo. E i social media non hanno fatto che esacerbare questa tendenza. Non so se è successo anche in Italia, ma in Spagna ci è capitato di dare per morto qualche personaggio che è poi risultato esser vivo e vegeto. Abbiamo diffuso informazioni ed immagini che poi si sono rivelate false. La smania di arrivare primi ci ha reso cattivi giornalisti. Fortunatamente da qualche tempo a questa parte per lo meno si è cominciato a riflettere su quello che sta succedendo nel mondo dei media. Nel Servizio Informativo dove lavoro preferiamo non dare una notizia se non è verificata. Non importa se non arriviamo per primi.

8. Nei ringraziamenti ha citato delle canzoni che l’hanno ispirata durante la stesura del libro… Quanto è importante per lei la musica per l’arte  creativa?
C.: Soffro di una malattia cronica, la Sindrome di Mèniere, che mi provoca un sibilo continuo nelle orecchie oltre alla sordità quasi completa dall’orecchio destro, con vertigini. Per questo ho bisogno di un rumore di fondo che mi distragga da questo fischio. La musica non solo mi permette di risolvere questo problema, ma mi trasporta anche nello stato d’animo corretto per la narrazione.

9. Ci sarà un seguito a “Non sono un mostro”?
C.: Lo sto scrivendo, ma ho bisogno di tempo. Sapete quando scrivo? Nei 15/20 minuti che passo tutti i giorni dal parrucchiere prima di andare in onda. Mentre mi asciugano i capelli tiro fuori il Pc e mi metto ad ammazzare gente. Sono a buon punto. 

10. C’è la possibilità concreta di vedere il suo romanzo  trasposto al cinema?
C.: Si. Mediaset Spagna ha comprato i diritti per fare del mio romanzo un film. Hanno apprezzato molto la storia. Non vedo l’ora di prendere parte al processo di trasformare una storia in immagini. Vi terrò informati.

Intervista a cura di Eliana Russillo