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Contorni di Noir | February 21, 2018

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Léo Malet – 120, Rue de la Gare in blogtour

| On 22, Gen 2018

 

Descrivere Léo Malet in poche parole è difficile. L’anarchico conservatore, come amava definirsi lui, uno scrittore dai mille volti. Crea il personaggio del reporter Johnny Métal con lo pseudonimo di Frank Harding, protagonista di una decina di romanzi gialli. Nel 1943 pubblica 120 Rue de la Gare con cui esordisce la sua creazione narrativa più celebre, l’investigatore privato Nestor Burma.
Burma sarà protagonista di una trentina di avventure, inclusa una “serie nella serie” intitolata I nuovi misteri di Parigi, che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso “arrondissment” di Parigi.
Il 25 gennaio 2018 sarà disponibile nelle librerie il romanzo dal titolo “120, Rue de la Gare“, pubblicato da Fazi Editore e con la traduzione di Federica Angelini e noi cominciamo oggi il blogtour per la presentazione ed estratto del romanzo:

Capitolo 1
La morte di Bob Colomer

La luce azzurra delle lampade da notte proiettava un chiarore diffuso sui kgf sonnolenti.
Oscillando e vacillando, attraverso città e paesi immersi nel sonno, il treno cieco, con le tende scure della “difesa passiva” tirate sulle portiere, correva e ringhiava nella notte nera, risvegliando, al passaggio, le eco dei ponti metallici, mentre il camino della locomotiva sputava scintille sul biancore ovattato delle massicciate.
Da mezzogiorno, ora in cui avevamo lasciato Costanza, stavamo attraversando la nevosa Svizzera.
Occupavo un vagone di prima classe con altri cinque liberati. Quattro più o meno dormivano, con la testa piegata sul petto. Il quinto, di fronte a me, rosso di capelli, tale Edouard, fumava in silenzio.
Sulla mensola laterale che avevamo alzato, tra pezzi di pane che testimoniavano i numerosi spuntini con i quali avevamo animato il viaggio, c’erano diversi pacchetti di tabacco, da cui prelevavo a caso.
Correvamo verso Neuchâtel a buon passo, ultima fermata prima del confine.

Mi strappò al torpore una musica militare, che mi parve esplo­­dere nel nostro scompartimento. Quattro dei miei compagni di viaggio si agitavano sulla porta del corridoio. Edouard sbadigliava. Il treno continuava a procedere, ma lentamente. C’erano fumo, vapore, fischi e grida. Una scossa mi risvegliò a metà. Cercai di alzarmi dal sedile, un secondo sobbalzo mi fece precipitare sul rosso, a cui diedi una testata che mi fece tornare definitivamente in me. Il vagone non si muoveva più.

L’enorme stazione odorava di carbone. Sul binario, tra il pubblico piuttosto numeroso, giovani ragazze della Croce Rossa andavano e venivano. Sotto una misera luce, vidi brillare le baionette di un picchetto di soldati che ci presentavano le armi. Un po’ oltre, la fanfara suonava la Marsigliese.

Eravamo a Lione, il mio orologio faceva le due e avevo la bocca impastata. Il tabacco di Zurigo, il cioccolato, le salsicce e il caffellatte di Neuchâtel, lo spumante di Bellegarde e i frutti di un po’ dappertutto, costituivano un puzzle alimentare che poteva trovare soluzione solo al di fuori del mio stomaco.

«Bellezza, quanto stiamo fermi qui?».
Un’amabile signorina, dal naso un po’ troppo appuntito per i miei gusti, scriveva su un blocco gli indirizzi che i liberati, frettolosi di dare buone notizie ai propri cari, fornivano loro.
«Un’ora», rispose lei.
Edouard accese un’altra sigaretta.
«Conosco Perrache come le mie tasche», fece lui con una strizzatina d’occhio.

Lo vidi scendere sul binario e perdersi verso il deposito.
Quel rosso era davvero pieno di risorse. Tornò mezz’ora do­po con due litri di vino nelle tasche del cappotto. Non gli mancavano gli amici in zona, mi assicurò.
Il vino non era malvagio. Vi trovai un certo retrogusto, molto simile al famoso tabacco polacco, ma forse dipendeva dal fatto che avevo perso l’abitudine a bere qualsiasi cosa che non fosse tisana. Solo che, con lo spumante di Bellegarde, il tutto cominciava a fare effetto e noi iniziavamo a sentire un’esagerata tenerezza verso l’elemento femminile che popolava il binario.

Alta e slanciata, a testa nuda, avvolta in un trench écru, nelle tasche del quale affondava le mani, sembrava stranamente sola in mezzo a quella folla, forse persa in una fantasticheria interiore. Era in piedi, all’angolo del chiosco di giornali, sotto il lampione a gas. Il viso pallido e sognante, di un ovale regolare, era sconcertante. Gli occhi chiari, come lavati dalle lacrime, riflettevano un’indicibile nostalgia. Il vento pungente di dicembre giocava tra i suoi capelli.

Poteva avere vent’anni e rappresentava perfettamente il prototipo delle donne misteriose che si incontrano solo nelle stazioni, fantasmi notturni visibili unicamente allo spirito affaticato del viaggiatore e che scompaiono con la notte che li ha partoriti.

Il rosso e io la notammo nello stesso momento.
«Per la miseria! Che bella donna!», fischiò con aria ammirata il mio compagno.
Rise:
«È stupido, eh? Mi sembra di averla già vista da qualche parte…».
Non era poi così stupido. Avevo anch’io la strana impressione che quella ragazza non mi fosse del tutto sconosciuta.
Le sopracciglia aggrottate, la fronte corrugata sotto capelli che non erano stati spazzolati da quattro giorni, Edouard rifletteva intensamente. All’improvviso, mi diede una gomitata nel torace. Gli occhi gli brillavano di gioia.
«Ho capito!», esclamò. «Ero sicuro di averla già vista da qualche parte. Al cinema, accidenti. Non la riconosci? È una star, Michèle Hogan…».

Era vero, la ragazza solitaria con il trench mostrava qualche somiglianza con l’interprete di Tempête. Sicuramente non era lei, ma questo spiegava la mia sensazione di averla già vista.
«Vado a chiederle un autografo», fece Edouard, che non aveva il minimo dubbio. «Non può rifiutarlo a un prigioniero…».
Infilò il corridoio, pronto a scendere. Il capotreno glielo impedì. Il treno stava per ripartire.
Fu allora che vidi sbucare sul binario un personaggio che avrei riconosciuto tra mille. Aveva un berretto sportivo chiaro, un cappotto di cammello e camminava velocemente, come se avesse appena inciampato in un ostacolo, con una spalla sbilanciata in avanti. Era senza dubbio Robert Colomer, il mio Bob dell’agenzia Fiat Lux, secondo il soprannome che si era guadagnato nei bar degli Champs-Élysées.

Abbassai subito il vetro e mi misi a urlare, gesticolando:
«Colo… Ehi! Colo…».
Girò verso di me il suo viso un po’ da delinquente.
Non sembrò né vedermi né riconoscermi. Ero cambiato così tanto?
«Bob», ripresi. «Colomer… Non saluti più gli amici?… Burma… Nestor Burma che torna dalla villeggiatura…».
Era accanto a una dama della Croce Rossa. Imprecò e la urtò per scansarla.
«Burma… Burma», ansimò. «Che fortuna… Scenda, per carità, scenda subito… ho trovato qualcosa di incredibile…».
Il treno si era messo in moto. Alle finestre i liberati agitavano i loro copricapo. La stazione risuonava di mille rumori coperti da una roboante Marsigliese. Colomer era saltato sulla predella, aggrappato con le mani al finestrino. All’improvviso il suo viso si contrasse, come per effetto di un dolore insopportabile.
«Capo», urlò. «Capo… 120, rue de la Gare…».
Lasciò la presa e rotolò sul binario.
Io saltai dall’altra parte del vagone, allontanai con un pugno il capotreno che mi sbarrava la strada, aprii lo sportello e mi buttai. La portiera si richiuse stringendo un lembo del mio cappotto. Vidi il momento in cui stavo per finire sotto le ruote. Tutto il corpo mi doleva. Fui trascinato per alcuni metri. Sentii grida di donne spaventate. Un soldato del picchetto d’onore si precipitò e mi liberò con la baionetta. Rimasi immobile, con gli occhi fissi verso la volta metallica della stazione nera di fuliggine, incapace di rialzarmi.

«È ubriaco, diamine!», bofonchiò un uomo in uniforme.
Ero al centro di un cerchio che mormorava. Lo percorsi con lo sguardo, nella misura in cui quell’ispezione mi era possibile, non che fossi alla ricerca di qualcuno, ma per assicurarmi che i miei occhi vedessero ancora bene, che non fossero stati, poco prima, vittime di un’illusione.
Perché, quando Colomer era crollato a terra, avevo visto chia­ramente il dietro del suo soprabito strappato da un pro­iettile… e proprio davanti, all’angolo del chiosco di giornali, quella strana ragazza in trench che stringeva, in una mano guantata, qualcosa di acciaio scuro che scintillava sotto la debole luce del lampione.

Prossime tappe del blogtour:
23 gennaio: L’ambientazione – Una pausa di lettura 
24 gennaio: Recensione in anteprima – ThrillerNord
26 gennaio: I 5 motivi per leggere il libro – 50/50 Thriller
27 gennaio: L’investigatore Nestor Burma – Penna d’oro
29 gennaio: I personaggi – Peccati di penna

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