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Contorni di Noir | February 21, 2018

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Intervista a Mariano Sabatini

| On 13, Feb 2018

Mariano Sabatini è giornalista e scrive per quotidiani, periodici e web. In passato è stato autore di programmi di successo per la Rai, Tmc e altri network nazionali, ha condotto rubriche in radio e oggi è molto presente sulle maggiori emittenti come commentatore. Ha scritto diversi libri. L’inganno dell’ippocastano (Salani, 2016) è il suo primo romanzo: in seconda edizione dopo due settimane dall’uscita, si è aggiudicato il premio Flaiano e il premio Romiti Opera prima 2017.
Uscito sempre per Salani Editore il secondo romanzo, Primo venne Caino, lo abbiamo intervistato per voi.

1.Benvenuto sul nostro blog, Mariano. Sei alla pubblicazione del tuo secondo romanzo intitolato “Primo venne Caino” per Salani Editore, nel quale hai deciso di riportare in campo Leo Malinverno, già protagonista de “L’inganno dell’ippocastano”. Qual è stata l’idea per questo libro? È sempre stata tua intenzione renderlo protagonista di una serie?
M.: Sì. Speravo che il primo andasse bene, che fosse accettato e amato dai lettori… è stato così. Malinverno è entrato nel cuore di chi lo ha conosciuto e c’era molta attesa per il suo ritorno. Proprio come accade per un amico. Poi sono arrivati addirittura due premi importanti, il Romiti e il Flaiano, assolutamente inattesi e non sollecitati. A quel punto non avevo più nessun tipo di remora. Ora L’inganno dell’ippocastano è rieditato da Tea Mistery in tascabile ed è pronto anche il secondo romanzo, Primo venne Caino.

2. Una domanda cui sicuramente hai già risposto molte volte durante le presentazioni di “L’inganno dell’ippocastano”: come hai scelto il nome di Leo Malinverno?
M.: Da quando scrivo storie sono un rapinatore di nomi e cognomi, giro per le strade e sbircio i citofoni, oppure saccheggio le Paginebianche sul web. Poi mi diverto ad assemblare gli uni e gli altri. Mi dà un senso di onnipotenza onomastica incredibile… Malinverno mi frullava in testa da tantissimo tempo, volevo associargli un nome adatto che si potesse abbreviare. Leonardo è il nome che avrei scelto se avessi avuto un figlio maschio. Sebbene Leo Malinverno abbia solo sette anni meno di me, è un po’ mio figlio.

3. Si nota subito una tua predilezione per termini ricercati, a volte anche un po’ dimenticati nel linguaggio comune; credi sia un punto di forza nella tua scrittura? E’ una scelta consapevole?
M.: Ho sempre letto tanto, appuntandomi le parole che non conoscevo. Questo mi ha dato un bagaglio lessicale inusitato. Parlo come scrivo, non prediligendo come dici le parole ricercate o desuete, ma utilizzando le parole che mi si presentano in testa. Mi piace usare tutte le parole, senza razzismi né preoccupazioni che un termine possa allontanare chi legge. Semmai, i lettori dovrebbero essere grati di apprenderne uno nuovo, come lo sono sempre stato io. Sono un vecchio estimatore di un programma di Luciano Rispoli, si chiamava Parola mia e i concorrenti si sfidavano a colpi di definizioni, etimologie, modi di dire della lingua italiana. L’arbitro era il professore d’università Gian Luigi Beccaria . Il mio amore per la comunicazione, sotto le forme più svariate, viene da lì.

4. Questo romanzo parla molto di tatuaggi, con alcuni personaggi che li criticano fortemente e altri che invece ne sono coperti; hai un interesse particolare nei confronti dei tatuaggi, o hai approfondito l’argomento per il romanzo? Qual è la tua opinione al riguardo?
M.: Ho letto svariati libri di antropologia e semiotica. Ho riassunto al massimo le informazioni e la filosofia che c’è dietro alla cultura del tatouage nel capitolo con protagonista il professor Marzia le che Malinverno incontra sull’Isola del Trasimeno. La mia opinione? Sono indifferente, ma l’eccesso mi lascia perplesso e non ho sufficiente presunzione, o forse coraggio, per modificare il mio corpo in modo così inappellabile.

5. Roma, in tutte le sue sfaccettature, ricopre un ruolo chiave in questo romanzo – ma sembra che Malinverno non ci si trovi del tutto a proprio agio (in questo caso soprattutto a causa dell’afa). Quanto di te c’è in questo suo rapporto con la sua città?
M.: Malinverno l’ho assemblato a mia immagine e dissomiglianza. Esteticamente, beato lui, è somigliante a Luca Argentero, ma ha molto del mio gusto, della mia natura… e come me detesta il lerciume di Roma, odia l’afa. Nei confronti di Roma provo grande amore, ma questo mi porta a una grande intolleranza per come viene amministrata.

6. La vita di Malinverno è, se mi permetti l’espressione, un gran casino in questo romanzo, non solo a causa del caso nel quale si trova coinvolto ma anche – anzi, soprattutto – per via di varie relazioni interpersonali. Perché hai deciso di rendere la vita tanto difficile al tuo protagonista?
M.: Eh, in questo c’è un po’ di sadismo. Lui è uno che si fregia di superare, facendo appello alle doti di resilienza, ogni genere di problema. Stavolta però viene messo a dura prova. Diciamo che ho deciso di dargli degli handicap non trascurabili, anche per la gioia di vederlo reagire da par suo. Se ci è riuscito, lo deciderete solo leggendo.

7. In alcuni tratti del libro, ci soffermiamo a leggere sfiziose ricette, nelle quali sembra che Malinverno si trovi a suo agio. Lo stesso Montalban diceva: “In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia.” Cosa ne pensi?
M.: La penso come lui, ovviamente. Malinverno ha un rapporto sensuale con il cibo, cucina per le persone a cui tiene, s’infastidisce se deve farlo per chi prova antipatia o insofferenza. Tipo il padre. E poi è anche il suo modo di risarcire le donne della sua incapacità di farsi coinvolgere sentimentalmente. Non potendo saziare il cuore, pensa allo stomaco, che è più facile e meno impegnativo.

8. Abbiamo incontrato durante la lettura, individui che, magari in una sola scena, fanno propria l’attenzione del lettore, quali il vecchio giornalista di Bologna o il figlio del professore universitario. Qual è il tuo processo per costruire personaggi (anche secondari) così “vivi”, umani, fallibili e appassionanti?
M.: Bé, grazie, aggettivi lusinghieri! Forse il segreto è amarli tutti, ma tanto. Avere per loro la stessa curiosità venata di amore che io provo per gli esseri umani. Sono tendente alla misantropia, ma se qualcuno mi si avvicina nel giusto modo e supera le mie naturali difese, di solito colpisce la mia attenzione. Allora per deformazione professionale parte la selva di domande, come in un’intervista. Io poi comincio a scrivere cominciando a pensare ai personaggi prima che all’intreccio.

9. Hai progetti precisi riguardo a un “arco” di romanzi con protagonista Malinverno, o hai in mente di “usarlo” come protagonista indefinitamente – o quantomeno finché non deciderai di abbandonarlo, senza avere in mente un progetto già definito?
M.: La seconda che hai detto. Malinverno ci sarà finché avrà estimatori… poi magari si ritirerà nella sua Tarpasso a scrivere libri o semplicemente a cucinare, mangiare, fare l’amore con la sua donna. Sempre che riesca a innamorarsi. Ma non ho intenzione di scrivere solo di Malinverno. Ho per le mani un’altra storia. Vedremo.

Intervista a cura di Marco A. Piva