K.C. Constantine – Il Mistero Dell’Orto di Rocksburg

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Editore Carbonio Editore
Anno 2018
Genere Giallo
234 pagine – brossura
Traduzione di Nicola Manuppelli
Titolo originale: Man Who Liked Slow Tomatoes*


Tra  voi assidui frequentatori dei sottili interspazi che gravitano tra una riga e l’altra di un libro, ci sono quelli che viaggiano a spron battuto, amanti delle simmetrie e del non fuorivante minimalismo e altri che non vedono l’ora di elucubrare periodi colmi di pathos e lunghe tirate psicologiche. E’ una sorta di grande discriminante, un “noi qui, voi lì” che spesso accende discussioni forti per difendere la propria visione del periodare. Vero è, comunque, che esiste anche un discreto gruppo che – li potremmo definire quasi gli Svizzeri della situazione – vanno a momenti, prediligendo l’uno o l’altro aspetto senza troppe prese di posizione. Eppure questo è un grande spartiacque, perché per chi legge sovente diventa una sorta di bilancino da orafo: troppa o poca introspezione, sufficiente o insufficiente psicologia dei personaggi, dettagliatissima o lacunosa descrizione di luoghi e ambienti. Sono fattori che fanno sì che un libro venga finito o lasciato sul comodino a far flanella. Chi, tra gli scrittori, sa miscelarli, ottiene ottimi risultati. Gli altri, ribadisco, cadono nel magma di cui all’apertura e dal quale escono di certo un po’ bruciacchiati. E Constantine? Vediamo da che parte sta.

Conoscete William Faulkner? E Hemingway? Bene non prendetemi per rinscemito a fare domande così ovvie (sicuri?). Sono, in base a quanto scritto poc’anzi, i due esempi più lucidi, il primo della scrittura spessa e psicologica, il secondo del candido minimalismo. Traggo esempi di scrittori americani, perché quello in questione ne è conterraneo e, soprattutto, per ribadire come l’approccio diverso non necessariamente sia motivo di disvalore. K.C. Constantine – nome de plume di Carl Constantine Kosak – è assolutamente da ascrivere al gruppo “à la Faulkner“, ovvero a quegli scrittori di gialli per cui il giallo è un aspetto laterale, un accadimento che serve a raccontare tutto il contorno, ma in questo caso senza l’aggravante di perdere di vista il conquibus, ma anzi fornendo un grosso contributo per capire una nazione e le sue vicende. Constantine è – come il da poco presentatovi Ligotti – un altro di quegli scrittori pressoché ignoti, schivi, a cui il firmacopie o l’intervista fanno lo stesso effetto della lana sulla pelle scottata dal sole. Così questo misconosciuto autore – che si porta appresso una copiosa messe di ben 17 libri che gravitano intorno alla figura dell’ispettore Balzic – arriva finalmente in Italia grazie alla pubblicazione della Carbonio. Rapidissima quaestio: perché iniziare a pubblicare dal quinto episodio? Ai lettori l’ardua sentenza.

A parte questo, il libro ci racconta di Mario Balzic, capo della polizia dell’immaginaria Rocksburg, piccola città incastonata nella bituminosa regione carbonifera della Pennsylvania dove – già nel 1982 – la disoccupazione è un problema. Scompare qualcuno, ma apparentemente – a parte la moglie – nessuno se ne preoccupa un gran che, Balzic compreso. Le cose cambiano quando Mario è costretto a mettersi a confronto con lo stato psichico dei maschi rimasti senza lavoro scoprendo che – mentre discute il caso con Frances, la moglie dell’uomo – le vittime sono più spesso loro, le mogli, visti gli abusi, che lo scomparso (ma più diffusamente tutti i minatori in situazioni precarie), le infligge.

Come vi dicevo, il racconto, seppur breve per gli standard cui siamo abituati, è fitto di introspezione, di analisi, di riflessioni il tutto oltremodo attualissimo sebbene di oltre trentacinque anni fa. Ogni personaggio che incontrate ha il suo carattere, ma soprattutto il suo modo di parlare (l’edizione in lingua da questo punto di vista dovrebbe essere notevole). A proposito di lingua: la resa della traduzione è veramente rimarchevole, grazie a Nicola Manuppelli. Piccolo, ma fitto, denso e vibrante, mostra uno stralcio di mondo comune fatto di persone figli di immigrati italiani e dell’Europa dell’est, un mondo che si sta evolvendo (o involvendo) a seguito della Reaganomics (le politiche economiche di Reagan dal 1981 all’89) che iniziano a creare vuoti di lavoro e, nelle piccole enclave come questa fantomatica Rocksburg  mostrano le prime “intemperanze” (così ancora erano viste allora) delle donne che smettono di sentirsi “angeli del focolare” e vogliono invece trovare una loro collocazione nel mondo del lavoro. Così è facile, per il nostro Balzic uscirsene con questa frase:

Frances, mi creda. Nessuno c’è davvero con la testa. Siamo tutti infognati nei nostri crani e tutto succede lì dentro e non c’è nessuno che sia davvero totalmente a posto con la testa. Quella vecchia non sta peggio del resto di noi…

Se l’operazione iniziata da Carbonio proseguirà, avremo altre occasioni per vedere in azione questo anomalo investigatore che richiama per certi aspetti Süden o, se siete amanti delle serie, Colombo, ma anche DCI Banks. Ecco. Ah, prima di leggere, versatevi un buon bicchiere di vino – rosso possibilmente. A libro iniziato capirete il perché. Buona lettura.

Michele Finelli

*mi rendo conto che tradurre questo titolo sarebbe stato complesso… gli “slow tomatoes” si riferisce a un modo di cucinare i pomodori mettendoli su una leccarda, tagliati a metà e conditi con aglio poco sale e spezie, e farli appassire lentamente in forno a 120 °C per circa 2 o 3 ore. Da mangiare freddi.

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Lo scrittore:
K.C. Constantine ha rappresentato un enigma per il mondo editoriale fino al 2011, quando ha finalmente rivelato la sua identità, accontentando i numerosissimi fan: Carl Kosak, classe 1934, ex marine, giornalista e professore di inglese di Greensburg, Pennsylvania. Annoverato tra i migliori scrittori statunitensi, nei suoi romanzi con il detective Mario Balzic ha raccontato tre decenni di storia americana, immortalando l’America dei sobborghi piccolo-borghesi.