Intervista a Alessandro Robecchi

1101

 


Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011).
Con questa casa editrice ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016), Torto marcio (2017), Follia maggiore (2018), I tempi nuovi (2019) e I cerchi nell’acqua (2020).

Abbiamo intervistato l’autore ed ecco cosa ci ha raccontato del suo ultimo libro, I cerchi nell’acqua:

1) Bentrovato su Contorni di Noir e grazie per la tua disponibilità. Da poche settimane sei uscito con un nuovo romanzo edito da Sellerio “I cerchi nell’acqua”. Iniziamo con una domanda di rito, com’è nata l’idea da cui è scaturita questa storia?
A.: Come sempre non c’è un solo motivo, una sola idea, diciamo che è stata la combinazione di più idee che avevo in testa. Volevo mostrare una parte della società che non si vede mai, che non viene spiegata se non per luoghi comuni, che è quella dei miserabili, dei sommersi, delinquenti, piccoli spacciatori, papponi, gente che vive ai margini. I miei due poliziotti, Ghezzi e Carella, si sporcano, si compromettono, in fondo sono contigui a quel mondo che combattono, e lo fanno per un senso di giustizia profondo. Ma quello che mi interessa sono le vite, i dubbi, gli errori che si fanno, le circostanze. Mi interessa parlare delle vite degli altri. A un certo punto nel libro la figlia di un ladro dice: “Se faceva il tramviere stavamo meglio tutti”. Ghezzi, che è uno sbirro, dice “Questi qui il loro ergastolo se lo fanno anche se non li prendiamo”. E però mi interessava anche parlare delle vittime, di chi non ha mai giustizia. Il titolo “I cerchi nell’acqua” viene da lì: ogni delitto, ogni ingiustizia, genera cerchi concentrici come un sassolino gettato nell’acqua ferma. Prima o poi ognuno di noi, magari alla lontana, è un cerchio nell’acqua. In una bella recensione del libro, Bruno Gambarotta (su TuttoLibri) parla di “impegno etico”. Ecco, forse parrà esagerato tirare fuori simili paroloni per quello che dovrebbe essere un noir, ma lo trovo centrato.

2) Il Monterossi, protagonista indiscusso dei tuoi libri, questa volta è rilegato in poltrona ad ascoltare la storia che gli racconta il Ghezzi in cui si muovono i reali protagonisti del romanzo. Perché questa decisione e qual era la tua intenzione?
A.: Anche qui ci sono parecchie spiegazioni. Una di contenuto. Volevo mettere il mio Monterossi, che è un buon borghese, tranquillo e sicuro (“Le idee democratiche e progressiste indossate come giacche comode”), davanti a un mondo (quello dei miserabili) che non conosce, se non per sentito dire… volevo dire della distanza siderale tra componenti della società (io sono orgogliosamente novecentesco, non ho problemi a usare la parola “classi”). Il Ghezzi comincia il suo racconto dicendogli: “Lei non ha idea di cosa c’è la fuori, Monterossi… lei ha ottimi air-bag…”. Ecco, volevo mettere un po’ in crisi il mio protagonista, e la sua crisi si vede bene dopo il racconto del Ghezzi, verso la fine. Ma il Monterossi, anche quando è fuori dall’azione, tiene in mano, diciamo così, il dossier etico-morale della storia, e lo fa pure qui, anche se la sua presenza è laterale. In più, credo, comanda sempre la storia, e la storia in questo caso era una faccenda di sbirri di strada, di marciapiedi, di lavori sporchi…
Ma c’è un’altra cosa (posso dire… stilistica?). Il romanzo comincia con un racconto, quasi una confessione, che Ghezzi fa a Carlo Monterossi. Mi piaceva quella cosa da letteratura russa di un racconto che comincia come una confidenza privata e diventa esso stesso la storia. Dopo un po’ il lettore non ricorda più che si tratta di un racconto fatto a qualcun altro. E’ vero che il Monterossi è fuori dalla trama, è solo uno che ascolta una storia, ma finisce per farne parte.

3) Ci sono tre indagini, una ufficiale e due ufficiose che seguono un loro tortuoso percorso per poi arrivare a sbrogliarsi da un’unica matassa. Ci puoi raccontare brevemente cosa si trovano ad affrontare Ghezzi e Carella?
A.: Ghezzi si occupa di una piccola indagine a tempo perso. Una sua vecchia conoscenza, la Franca, gli chiede di cercare il suo compagno, Pietro Salina, un ladro che è sparito dopo averle mandato un messaggio spaventato. Ghezzi lo fa anche per seguire certe sue inaspettate nostalgie (il Salina è stato il suo primo arresto, trent’anni prima). Carella, invece, prende addirittura le ferie (non è da lui, incredibile) per dare la caccia a un certo Vinciguerra, che è uscito di galera dopo un fatto molto grave, che ha pagato molto meno di quanto sarebbe giusto. Lo ha promesso a una ragazza, una vittima, un cerchio nell’acqua, giurando di proteggerla, ma non c’è riuscito, e combatte una battaglia solitaria anche per se stesso: ora è anche lui un cerchio nell’acqua, insomma, la sua indagine diventa un caso personale. Su come le due indagini si accavallino e si intreccino convergendo in un’altra inchiesta della procura ovviamente non posso dire, ci sono parecchie svolte e colpi di scena che non mi sembra giusto svelare.

4) Questa coppia di poliziotti così diversi: uno giovane e l’altro vicino al compimento dei sessanta anni. Uno impulsivo e l’altro moderato. Uno schivo, taciturno e l’altro affabile e socievole. In che modo riescono ad amalgamarsi e arrivano a sopperire l’uno nelle mancanze dell’altro?
A.: Ghezzi e Carella sono involontariamente complementari. Uno più riflessivo e capace di comprendere (di Ghezzi Carella dice che sembra un prete alle prese con i suoi peccatori), l’altro determinato e quasi feroce nel suo bisogno di giustizia (Ghezzi dice di Carella che è un uomo in guerra, e non ascolta gli altri soldati). Li legano molte cose, forse l’amicizia, forse l’ambizione di raddrizzare le cose storte della vita, forse anche il mettere i loro valori e principi davanti alla carriera e alle convenienze. Non si comportano per niente bene, in questo romanzo, ma sono ottime persone, complesse, non lineari, insomma li penso come persone vere, in generale trovo gli eroi poco interessanti.

5) Al fianco dei soliti protagonisti, affiorano le vite di tanti personaggi che apportano il peso del loro vissuto portandoci in realtà tanto lontane da quella dei salotti patinati e luccicanti a cui eravamo abituati. Con quale intenzione hai spostato la luce dei riflettori da un palcoscenico all’altro?
A.: Come dicevo, mi interessano le vite degli altri. C’è un’intercapedine tra legge e giustizia, che non sempre, anzi raramente, coincidono. E poi c’è un’altra grande crepa nel pavimento: quella che divide la giustizia come la conosciamo (gli avvocati, i faldoni, le verità processuali, entra la corte ecc. ecc.) dal senso di giustizia che tutti (spero) abbiamo dentro di noi. In quella crepa nel pavimento la gente cade ogni giorno, si fa male, soffre. Volevo descrivere quel mondo sotterraneo che tutti fingiamo di non vedere, che il buon cittadino finge di ignorare (salvo poi comprare la coca, o andare a puttane… insomma, grande ipocrisia). E’ vero, è un altro palcoscenico, ma è bene sapere che ci sono tanti palcoscenici, che la società, e soprattutto una grande città come Milano, non è unidimensionale, contiene più mondi che vanno raccontati.

6) Tra questi uno dei personaggi che ho più amato è quello della Franca. Puoi raccontare qualcosa di lei a chi non ha ancora letto il romanzo e svelare quali sono le sue caratteristiche che maggiormente ce la sanno far amare?
A.: “La” Franca è una prostituta attempata, che lavora ormai con pochi clienti fissi (“i miei vecchietti”, li chiama) e chiede a Ghezzi di cercare il suo uomo che è scomparso. E’ una prostituta, il suo uomo è un ladro, avrebbe tutte le caratteristiche per essere oggetto di condanna e scandalo, e invece è una donna di grande umanità, di grande calore… Me l’hanno già fatta notare questa cosa che “la” Franca è un bel personaggio, ma io non so che dire, a volte certi personaggi minori finiscono per diventare potenti anche al di là delle intenzioni di chi se li inventa… Mi piace pensarla come un personaggio di Emile Zola, ma queste sono paturnie mie, ogni lettore si farà la sua idea, la amerà un pochino oppure no, io le voglio molto bene.

7) Tutto si svolge in una Milano che resta avvolta da un fascino particolare che ha il sapore dolce amaro della nostalgia. Questo lato della sua bellezza in cosa risiede e dove lo senti affiorare maggiormente?
A.: Discorso complesso, specie in questi giorni in cui Milano non sembra lei… Milano è una città che è stata raccontata magnificamente (penso a Testori, a Bianciardi, a Scerbanenco, per non dire di Gadda, ma anche, perché no, a Jannacci). Poi, a un certo punto, la narrazione su Milano è diventata unidimensionale: la moda, il design, il bosco verticale, i grattacieli nuovi, alti redditi, bei negozi… Una città complessa, con un milione e mezzo di persone di notte e tre milioni di giorno, è diventata una macchietta, come se qui facessero tutti la modella o il designer… Niente di più falso, ovviamente. Ghezzi, che vede davanti a sé il buco nero dei sessant’anni che compirà tra poco, ha qualche nostalgia di quando eravamo meno moderni… attenzione, non rimpianto, non lo stupido “si stava meglio prima”, ma una malinconia… Oggi, in questi giorni difficili, in cui Milano è deserta e impaurita, quasi congelata in un silenzio zitto, quelle nostalgie sembrano la nostalgia di una nostalgia, tipo matrioska. Milano merita un racconto migliore, più vero, più onesto della retorica schifosa della Milano da bere che ci perseguita da quarant’anni. E’ una città che amo moltissimo, è il mio posto, ridurla a una caricatura grottesca del successo, del benessere e dei soldi è una cosa che trovo orribile.

8) Il romanzo è uscito da poco, ma hai già in mente un’idea per una prossima storia o stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
A.: Risposta diretta: no, non sto lavorando a niente di specifico, non ancora. Le idee, le storie, hanno bisogno di tempo per nascere, crescere, diventare mie compagne durante le giornate, anche mentre faccio altro. Quindi sì, ci penso, ma la prima domanda a cui devo rispondere a me stesso quando comincio a scrivere è: cosa voglio dire? Che mondo voglio raccontare? Che domande voglio fare? Davanti a quali pieghe stropicciate della vita voglio mettere chi leggerà? Ecco, ancora non lo so, ancora è tutto molto vago. Non c’è fretta, dal 2014 a oggi ho pubblicato sette romanzi, uno all’anno, e già mi sembra troppo… Arriverà anche l’ottavo, credo, ma come e quando non lo so dire.

Intervista a cura di Federica Politi

Se volete sentire l’intervista, Cecilia Lavopa lo ha invitato su www.onboox.it, nella rubrica di Ms&MrYellow.