Letizia Vicidomini – Lei era nessuno

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Editore Homo Scrivens / Collana Dieci
Anno 2019
Genere Noir
315 pagine – brossura

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Ci costruiamo le apparenze, gli occhi di un’anima sulle mancanze. Le assenze si modellano, prendono corpo dall’origine dei nostri vuoti.
E allora arriva anche qualcuno che si può toccare, amare, vivere con quelle caratteristiche di cui si ha bisogno, con le quali si può edificare un microcosmo che ha un battito completamente differente dalla realtà che ci ingloba nel quotidiano.
La storia. Ines è una bella donna, impiegata, vedova, con due figlie. La sua vita ruota intorno a loro, ma da vent’anni ha uno spazio che dedica solo a sé, e all’uomo che con lei divide quel tempo sospeso. Avvocato, sposato e con figli, non le ha mai promesso nulla, e lei nulla chiede: solo quell’ora o due di parole, carezze, sesso appagante. È felice, Iris, ma un giorno il suo paradiso sprofonda. Lui manca a un incontro, non risponde al telefono, e lei non ha altri contatti. Solo ora si rende conto di non averlo mai conosciuto a fondo: addirittura il nome che le ha dato è falso così come la professione. E se fosse morto? Se gli fosse accaduto qualcosa? Nessuno avrebbe potuto avvisarla. Nessuno sapeva di lei. Lei era nessuno, nella vita del suo uomo.
Letizia Vicidomini in “Lei era nessuno” traccia la mappa di una delicata, fragile pergamena alla ricerca di una mancanza, reale, fittizia, riversante, bonificante, prima colmata e dopo svuotata.
Ci racconta di un inganno che ha radici lontane, un vizio di forma profondo e lacerante che sfiora esistenze ad esso sconosciute fino a possederle interamente con la violenza, la forza, la coercizione della sottomissione in ogni suo aspetto. Un intermezzo pauroso che cresce e si diffonde nel gusto dolce del sopruso vestito di gentilezza, attenzione, con una maschera di rispettabilità dalla scorza dura.
La menzogna avviluppa il bisogno, ne fa preda in maniera consolatoria, così reale da apparire qualcosa di straordinario e necessario. Anche la follia ha il suo amore.
La menzogna è un microcosmo di sussurri al miele, di amplessi desiderati, di tagli alla realtà fino ad emarginarsi in una presenza di routine, in una presenza dovuta ai figli, senza toccare mai quella completezza d’anima e di corpo che si può ritrovare in una bolla senza suoni dall’esterno, senza voci conosciute, senza niente. Perché nella bolla, non c’è bisogno di nulla, nemmeno del tempo che dilata lo scorrere delle ore nel mondo reale, le allunga quasi a raggiungere un infinito, fino poi a ritrarsi dopo essenze di piacere e vuoti riempiti in una culla di respiri silenziosi, di parole lambite e lasciate al sogno, come finestre da cui guardare non fuori, ma sempre dentro, in cui anche il concetto di dimensione viene meno alla pari di quella del tempo. Isolarsi, il miglior pregio quando si pensa di avere tutto, di non aver bisogno di altro. Soltanto dell’altro. Dell’altro che si conosce appena. O non si conosce affatto, di cui si sa poco o nulla perché non ha importanza, perché nel microcosmo l’altro è quello che si è sempre desiderato, è la carne del sogno, i muscoli della mancanza, le ossa del destino. Non servono identità nel microcosmo, dentro la bolla fuori dal tempo e dalle dimensioni. Nemmeno i nomi servono. Le anime non hanno bisogno di chiamarsi, ma di sentirsi, di abbandonarsi.
Destini incrociati. Da lontano, ancora prima di sapere l’uno dell’altra.
L’amore fa strani percorsi, l’inganno lo riduce a bivi, a sentieri dispersi dentro un benessere gioioso, a tratti di strade mai terminati. Allora, bisogna avere il coraggio di saltare e ritrovare l’asfalto sotto i piedi, anche se questo significa risentire l’odore acre del bitume che ci sta sotto. Della vita.
L’inganno è putrescente e lascia contrassegnati di illusione.
L’altro perde il volto che gli si era dato e ritrova fattezze che sarebbero state disprezzate senza la foschia illusoria di un sentimento forte e inattaccabile come l’amore.
La bolla diventa una gabbia, dove ci si ritrova prigionieri senza averlo mai saputo. Un carcere lontano dalla vita, dalle amicizie, dalle conoscenze, da quello che ci ha costruito pezzo per pezzo, nel bene e nel male.
La dolcezza creduta e mai esistita forse, può essere più devastante di una brutale violenza.
L’altro è tenuto insieme soltanto da ricordi meravigliosi che si sfaldano, ma resistono, che ci fanno dubitare di una realtà palese. Non può essere vero. La tipica espressione che fa credere di essere tornati alla cruda realtà, ma che in vero continua ad allontanarci da essa, anche se ora possiamo quasi toccarla e viverla come si era vissuto il sogno dentro la bolla. Sta forse in questa similitudine, in questo parallelo, l’inconscia intenzione del rifiuto della verità.
Letizia Vicidomini racconta l’esclusione quasi senza voce, senza voler disturbare, facendo coesistere vuoto, realtà, bisogno, amore con la grazia lieve già riscontrata in lavori precedenti.
Le terminazioni nervose della storia sussultano sul tempo di un valzer senza tempo, su un tango breve dalle note sconosciute, sul vibrato di una realtà che si vuole lasciare fuori, perché siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, ma anche dello stesso sangue di cui si nutrono gli incubi. E non esiste mai un sogno senza un incubo, perché abbiamo sempre bisogno di un antagonista per sapere e credere che esistiamo davvero.

Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini

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La scrittrice:
Letizia Vicidomini si definisce: scrittrice, speaker radiofonica e presentatrice,attrice per diletto e per amore. Le sue opere pubblicate sono “Nella memoria del cuore” – Ed. Akkuaria 2006; “Angel” – Ed. Akkuaria 2007; “Il segreto di Lazzaro” (prefazione di M.de Giovanni) Ed. CentoAutori 2012; “La poltrona di seta rossa” – Ed. Homo scrivens 2013; “Nero. Diario di una ballerina” – Ed. Homo Scrivens 2015; “Notte in bianco” – Ed. Homo Scrivens 2017. Suoi racconti in antologie varie. Tra le altre “Una mano sul volto” a cura di Maurizio de Giovanni (Ed. Ad est dell’equatore); “Napoli in cento parole” (Ed. Perrone); “Napoli a tavola in cento parole” (Ed. Perrone); “Free zone” – Echos Edizioni.
Attrice protagonista nel cortometraggio “Oltre la porta” diretto da A.Balzano.