Intervista a Enrico Camanni

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Enrico Camanni è nato a Torino nel 1957. Scrittore, giornalista e alpinista, divide la passione per la montagna con quella per la scrittura. Ha diretto alcuni giornali e scritto molti libri. Collabora con “La Stampa” in cronaca e cultura. Ha pubblicato con Mondadori Una coperta di neve e lo abbiamo intervistato. Ecco cosa ci ha risposto.

1. Grazie di essere qui con noi di Contorni di Noir. Com’è nata l’idea di questo romanzo?
E.: Amando i gialli e frequentando le montagne mi sono chiesto se potessero stare insieme. Il problema è che la montagna non regge i ritmi del poliziesco. In montagna, e soprattutto in alpinismo, i tempi sono lenti e dilatati; le montagne sono alte, faticose e poco sexy, apparentemente; in montagna vanno piano anche quelli che corrono, le azioni sono concentrate in piccoli spazi e le emozioni si perdono dentro scenari immensi. La montagna non ha bisogno di elementi scenici particolari, perché è una grande scena di suo, senza fronzoli. Il problema semmai è farla entrare nel racconto senza snaturarla, perché la pistola di Clint Eastwood in “Assassinio sull’Eiger” alla fine non uccide nessuno. Ci pensa la montagna stessa a far fuori i sospetti, scaraventandoli giù dalla parete nord dell’Eiger. Dunque ho pensato che la suspense non potesse nascere che da un’assenza, una perdita, una sparizione, perché quando qualcuno si smarrisce in alta montagna bisogna far presto a ritrovarlo, altrimenti è spacciato. Ecco il “giallo” di montagna ed ecco il mio personaggio.

2. Protagonista è Settembrini, un cittadino devoto alla montagna; troviamo la Valle d’Aosta e i suoi paesaggi per poi rimanere intrappolati in Barriera a Torino con la sua multiculturalità, entrambi luoghi che definiscono il personaggio. Ci vuole raccontare di lui?
E.: Nanni Settembrini è una guida alpina e anche il responsabile del Soccorso alpino, dunque un uomo che per mestiere cerca i dispersi e salva le persone in pericolo. Ma prima di tutto è un cittadino e un alpinista per passione; i montanari lo chiamano “il torinese” per ricordargli che non è proprio uno di loro. Settembrini è anche un ex ragazzo ribelle, figlio di immigrati meridionali, che si è innamorato della montagna e si è trasferito sotto il Monte Bianco per fare la guida. Ha sposato una donna del posto, ha fatto due figlie, si è separato ed è ancora innamorato di sua moglie. È un uomo complesso, generoso a modo suo, molto contemporaneo. Quando scompare una persona in montagna, suo malgrado Settembrini si trasforma in investigatore perché è uno che preferisce sporcarsi le mani piuttosto che lavarsele.

3. Lavinia, personaggio del quale non svelo il vero nome per non rovinare la scoperta del romanzo, vittima della slavina, è il fulcro del mistero di questo giallo; mistero che a sua volta viene lentamente svelato grazie all’aiuto di un’altra donna, Martina: come ha pensato di far sì che proprio il rapporto speciale fra due donne potesse avere un ruolo fondamentale nella sua opera?
E.: Perché credo che una relazione così simbiotica possa nascere solo tra due donne istintive, capaci di aprirsi in breve tempo. Infatti Settembrini si sente estromesso dalla relazione e ne è un po’ geloso. Oltre tutto Lavinia e Martina sono due alpiniste, quindi conoscono certi ambienti e certe emozioni. Ma innanzi tutto sono donne, quindi hanno un senso in più per i sentimenti. Inserisco spesso le donne nei miei romanzi “alpini”, perché mi piace sbriciolare la pseudo tradizione maschile e maschilista della montagna.

4. Settembrini è un uomo circondato da donne: le figlie, la ex moglie, la nuova compagna, la madre e infine Martina, donna appena conosciuta. Così è nata l’idea nella mia mente di lettrice che per lui specialmente la montagna sia la donna, la compagna, di una vita intera: sbaglio?
E.: No, non sbaglia, e lo confessa lui stesso verso la metà del libro: «La montagna è una febbre che mangia l’anima. Una zecca d’amore. Sai quei ragazzini che a scuola non si guardano in faccia perché gli manca il coraggio, si parlano con gli sms oppure non si parlano, e intanto muoiono dietro alla bambolina del primo banco? Noi alpinisti siamo così: amiamo le pietre perché non c’è bisogno di dirglielo, e ci illudiamo persino di essere ricambiati». Con l’età resta la nostalgia di quell’amore adolescenziale ma il rapporto con la montagna diventa più maturo, più sereno, meno esasperato. Sempre romantico, tuttavia.

5. La domanda è d’obbligo: come è nato l’amore per la montagna e l’alpinismo?
E.: Non lo so, l’avevo nel sangue. Da piccolo i miei genitori mi portavano sotto le montagne e io volevo salirle. Ne ero attratto irreparabilmente. Mi attiravano soprattutto i profili delle creste stagliate nel cielo, ero un adoratore di profili.

6. Sono cresciuta vicino ai monti, a tre anni ho agganciato il mio primo paio di sci: Una coperta di neve mi ha ricordato un odore tipico di montagna che solo chi l’ha vissuta può ricordare. Dove ha scritto questo romanzo?
E.: L’ho scritto a Pecetto Torinese, dove abito, dietro la collina di Torino. Sono spesso in montagna ma non sono un montanaro, proprio come Settembrini. Per me le montagne sono il cielo della mia città, lo sfondo pulito oltre le fabbriche, gli uffici, le scuole e i supermercati; è stata quella distanza a farmi innamorare.

7. Come è riuscito a unire le passioni per l’alpinismo e la scrittura, e nello specifico per il giallo?
E.: Alpinismo e scrittura erano le due passioni giovanili, e sono riuscito a farne una professione imparando il mestiere nei giornali di montagna di fine Novecento, fondando le riviste Alp e l’Alpe, scrivendo saggi storici, biografie e i primi romanzi. Tutto questo è successo prima che arrivasse internet e prima che chiudessero le riviste patinate. Il giallo è venuto dopo, credo perché è un buon mezzo per scrivere della montagna di oggi e delle persone come me.

8. Durante la lettura, nonostante fossi in tutt’altro luogo, mi sono sempre sentita seduta in uno chalet in alta montagna: come riesce a ricreare le sensazioni tipiche della montagna tramite la scrittura?
E.: Credo che ogni scrittore usi i mattoni che ha a disposizione, che sono le sue esperienze di vita. Non potrei mai ambientare un romanzo a Calcutta perché non ci sono mai stato. Invece la montagna la conosco a fondo, con il bello e il cattivo tempo, così come conosco molte città. E poi penso che gli ambienti non debbano essere solo degli sfondi, ma diventino essi stessi protagonisti della storia. Io la vedo così.

9. Quali altre letture consiglierebbe agli amanti dell’alpinismo e del giallo, oltre ai suoi romanzi ovviamente?
E.: I libri di alpinismo mi hanno un po’ deluso, soprattutto i più recenti, perché non riescono a superare la letteratura di genere, sono sempre autobiografici e si rivolgono a un pubblico di iniziati. Ma si può raccontare la montagna in tanti modi, e per esempio ho amato “Fronte di scavo” di Sara Loffredi che è ambientato sul Monte Bianco come il mio romanzo, ma sotto la montagna. Tra i gialli consiglierei “Dolce e crudele” di Nicci French, il cui protagonista è un alpinista poco raccomandabile.

10. Quali sono i suoi prossimi progetti tra romanzi e alpinismo?
E.: Mi piacerebbe molto far crescere e invecchiare Nanni Settembrini attraverso altre avventure, perché credo di essermi affezionato anch’io al personaggio. Della montagna ho bisogno come della natura in genere, senza ambizioni e mete particolari, anche se scalare mi dà sempre una grande emozione.

Intervista a cura di Adriana Pasetto