Intervista a Lorenza Ghinelli

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Lorenza Ghinelli ha scritto Il Divoratore (venduto in sette paesi), La colpa (finalista al premio Strega), Con i tuoi occhi, Sogni di sangue, Almeno il cane è un tipo a posto (vincitore del premio Minerva), Anche gli alberi bruciano e Tracce dal silenzio (Marsilio 2019, finalista al premio Scerbanenco). È stata soggettista e sceneggiatrice per la televisione e da anni collabora con la Scuola Holden come docente e tutor. Vive a Rimini.

L’abbiamo intervistata in occasione del nuovo romanzo, Bunny Boy, uscito proprio oggi per Marsilio Editori ed ecco cosa ci ha raccontato:

1. Grazie per essere qui con noi di Contorni di noir. Parliamo subito del tuo ultimo romanzo Bunny Boy (Marsilio), il secondo volume della serie iniziata con Tracce dal silenzio: dove hai preso spunto per la trama?
L.: Tutto ha avuto inizio con questa immagine: un bambino, seduto sul fondo di un pozzetto di raccolta dell’acqua piovana, che stringe un giocattolo: un Kenshiro di plastica. Il coperchio della botola è chiuso e sepolto dalla neve.
Ignorare immagini simili è impossibile, o le indaghi o ti infestano. L’ho interrogata e il bambino ha cominciato a cantare la sigla di Ken il guerriero, il manga di Tetsuo Hara.
Come ci è finito quel bambino lì dentro? Cosa c’entra Kenshiro? Ho capito subito che questo sarebbe stato il secondo caso che avrebbe visto Nina al centro delle indagini. Indagini peculiarissime, di certo sciamaniche. Nina, di notte, a impianto cocleare spento, è l’unica a sentire quel bambino cantare quella musica che lei ancora non conosce. Poi ho compreso che quel bambino è diventato adulto, e non è più una vittima, anzi. È Bunny Boy. E sono precipitata di testa nella storia.

2. Il personaggio di Bunny Boy, come poi i lettori avranno modo di scoprire, è un personaggio complesso che porta in sé anche le cicatrici lasciate da un passato come vittima di bullismo, quanto è importante riportare nei volumi questi dolori sociali?
L.: Dipende da come li si affronta. Le morbosità le lascio alla cronaca. La narrativa dev’essere in grado di scavare la superficie e spingersi giù, nel tessuto dolente della vergogna.

3. Nina, protagonista di questa serie, è una giovane ragazza sorda che riesce a sentire grazie all’impianto cocleare eppure quando lo toglie, si ritrova in un mondo buio composto da incubi e paure: da dove nasce l’idea di usare una disabilità come fonte per qualcosa di migliore, di più buono?
L.: Intanto vorrei prendere le distanze dall’aggettivo “buono” che rischia di farci precipitare in una retorica perniciosa. Credo che i deficit costringano chi li ha ad osservare ed esperire il mondo da prospettive differenti, e penso che quelle prospettive siano interessanti, perché mettono in discussione ciò che è normato e ci invitano a sperimentare strade che altrimenti non avremmo neppure immaginato. Le disabilità sono sempre state al centro della mia ricerca narrativa. Nel mio primo romanzo Il Divoratore, il protagonista è un ragazzino con la sindrome di Asperger. In Con i tuoi occhi Carla è acromate, e in Bunny Boy Nina è sorda e al tempo stesso è l’unica che può ascoltare l’inudibile. Terminato Tracce dal silenzio, ho capito che il mio percorso con Nina non si era concluso: la bambina doveva ancora prendere consapevolezza del suo potere. Doveva crescere e maturare una propria visione di se stessa e del mondo. È la mia bambina sciamana. Mi permette di raccontare quello che intuisco nel buio.

4. Ho particolarmente apprezzato che in un romanzo thriller come il tuo ci sia anche spazio per questioni sociali importanti, e mi riferisco soprattutto ai personaggi di Rasha e Nur che a causa del loro passato vivono in una casa famiglia protetta, e cercano uno sbocco per il futuro: si può quindi usare il genere noir per parlare anche di rinascite e riscatti?
L.: Credo che il genere noir, più di altri, debba proprio occuparsi di questo. In Noir, istruzioni per l’uso, Luca Crovi cita Derek Raymond e trovo che ciò che Raymond ha scritto contenga la risposta alla tua domanda: “la disperazione è l’anima del noir, che l’ha sempre saputa riconoscere negli altri. Il noir è la risposta della letteratura a quelli che sono sfruttati o trattati ingiustamente e morirà soltanto quando tutti avranno lo stesso diritto di vivere: allora non ci sarà più bisogno di lui”. Chiunque viva ai margini, nel noir trova voce, può prendere il lettore per mano e condurlo dentro la propria verità. Credo che il noir rappresenti un viaggio infernale dentro alle ferite infette della nostra condizione umana. Ed è quel tipo di viaggio destinato a farci perdere la nostra presunzione d’innocenza. Nei miei romanzi molti personaggi emendano la propria storia, ma il mondo non smette mai di essere un luogo oscuro e inospitale.

5. Sei una scrittrice prolifica e versatile: come riesci a destreggiarti tra idee, tempi e generi?
L.: Non lo so. L’unica certezza è che amo la complessità, sono attratta dai percorsi inusuali. Cerco di non farmi ingabbiare dalle etichette che inevitabilmente mi sono ritrovata addosso. Vivo (e scrivo) in uno stato di perenne esplorazione.

6. In questi ultimi anni, da lettrice, ho notato un grande interesse verso le scrittrici di noir, tanto che finalmente questo genere non sembra più solo ad appannaggio degli scrittori uomini: quanto è stato difficile esordire anni fa? E noti differenze rispetto al mercato editoriale di oggi?
L.: Esordire fu difficilissimo. Molti videro la ragazzina che sono stata scalare le classifiche e vendere all’estero, e la considerarono immeritevole a prescindere, in quanto donna, donna giovane e donna giovane che aveva avuto l’imprudenza di cimentarsi in un genere considerato maschile. Le domande che mi sono sentita rivolgere non erano quelle che venivano poste ai miei colleghi maschi. L’interesse pubblico era costantemente rivolto alla mia vita privata e non alla mia professione. Marzullo mi chiese quanti uomini avessi avuto. Un giornalista in quale modo la mia femminilità avesse influenzato la mia scrittura, e quando gli chiesi in quale modo la virilità avesse influenzato la sua, mi rispose che non era quello il punto. E infatti non doveva esserlo. Ma poté cogliere l’assurdità della sua domanda solo grazie a un ribaltamento di prospettiva.
Io, come tantissime colleghe, mi sono trovata a fare i conti con una cultura patriarcale e sessista. In questi anni ho dovuto lottare molto di più di quello che sarebbe stato necessario se fossi stata un uomo. Oggi c’è un’attenzione diversa. Noi donne abbiamo capito che lottare insieme e fare rete è imprescindibile. Ci sono tante colleghe che stimo: Marilù Oliva, Ilaria Tuti, Nadia Terranova, Teresa Ciabatti, Chiara Valerio, l’elenco sarebbe davvero lunghissimo, non tutte scrivono noir, ma tutte scrivono letteratura. Il sesso con cui si nasce o con cui ci si identifica non dovrebbe mai essere oggetto di discriminazione e di svalutazione.
Il noir è per me un luogo dell’anima. Un topos in cui sono stata scaraventata molto presto e in cui ho piantato radici. Pensare che in quel luogo i maschi sappiano muoversi meglio è un ingenuità che se non mi facesse infuriare mi farebbe sorridere. Allo stesso modo, pensare che siano le donne a muoversi meglio è altrettanto stupido.
Il noir risuona con ferite cauterizzate malissimo, con una visione peculiare del mondo e con la capacità di sospendere il giudizio davanti all’orrore. Interrogare le ragioni del male, per le noiriste e per i noiristi, diventa uno strumento per aguzzare la vista, e con quella spingersi oltre la cortina delle apparenze e dei luoghi comuni.
Il noir è per chi sa sporcarsi le mani. L’arte tutta lo è.

7. Chiedo spesso agli scrittori, per mia curiosità, quale libro hanno letto pensando “avrei proprio voluto scriverlo io”, quale è il tuo?
L.: Ce ne sono tantissimi. Il mio romanzo ideale dovrebbe avere la sensualità di Anne Sexton, la padronanza stilistica di Herta Müller, la creatività di Carmen Maria Machado, l’intelligenza abrasiva di Susan Sontag e l’ironia feroce di Virginia Woolf. Le maestre e i maestri a cui sono grata sono tantissimi.

8. Ringraziandoti ancora, cosa possiamo aspettarci dal tuo futuro come autrice? Nina continuerà a vivere altre avventure o ti impegnerai, almeno momentaneamente, con nuove storie e romanzi?
L.: Io e Nina abbiamo ancora un romanzo da affrontare. Sarà il più cupo e perturbante della trilogia. Al tempo stesso ci sono nuovi progetti a cui mi sto dedicando. La strada che ho scelto di percorrere non è univoca.
Grazie a voi!

Intervista a cura di Adriana Pasetto