Intervista a Patrick Fogli

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(c) Cristina Lovadina

Patrick Fogli è nato a Bologna nel 1971. Laureato in ingegneria elettronica, vive sull’Appennino reggiano. Tiene, quando ha qualcosa da dire, un blog e si fa un punto di rispondere a chiunque gli scriva. Ha pubblicato i romanzi Lentamente prima di morire (Piemme, 2006), L’ultima estate di innocenza (Piemme, 2007), Il tempo infranto (Piemme, 2008), Dovrei essere fumo (Piemme, 2014), Io sono Alfa (Frassinelli, 2015), e A chi appartiene la notte (Baldini + Castoldi, 2018), che gli è valso il premio Scerbanenco e Il signore delle maschere (Mondadori, 2019). Per Mondadori editore, recensito dal nostro blog, è uscito il suo nuovo romanzo intitolato “Così in terra” e gli abbiamo rivolto qualche domanda:

1. Bentrovato su Contorni di noir e grazie per la tua disponibilità. Ci terremmo a cominciare con la domanda di rito che in questa occasione più che in altre, davvero ci ha incuriosito tanto. Com’è nata l’idea attorno alla quale si è sviluppato questo nuovo romanzo “Così in terra”, appena pubblicato da Mondadori?
P.: L’idea di fondo nasce da un vecchissimo racconto che ho scritto da ragazzo, una di quelle cose che è bene restino nei cassetti e che conteneva già la domanda da cui parte tutto e che poi è finita anche in un dialogo del romanzo. Se su un palco vedi un uomo che vola, qual è la spiegazione più semplice? Ho fatto questa domanda, come test, varie volte nei miei corsi di scrittura e la risposta è sempre un trucco. Che è la versione più razionale, non quella più semplice. La più semplice è che lo sappia fare.
L’idea di fondo è rimasta a sedimentare per molto tempo finché non è arrivata a galla e si è trasformata in questa storia. Volevo raccontare un uomo speciale, un uomo diverso, un uomo in cammino alla ricerca di se stesso.

2. Il protagonista Daniel, come è spuntato e cresciuto nei tuoi pensieri e se ti sei ispirato ad altre figure narrative o meno?
P.: Daniel è il romanzo, tutto. La maggior parte di quello accade si svolge dentro o intorno a lui. Non ho trovato ispirazione, non ne ho nemmeno cercata. Magari un giorno scoprirò che c’è qualcosa che ricorda qualcos’altro, ma la sua nascita è solo sua.
Volevo che fosse una specie di cigno nero, con la consapevolezza di esserlo e, allo stesso tempo, il terrore di esserlo. In fondo è un romanzo sulla diversità. Daniel è così diverso dagli altri da essere unico.

3. Daniel è un grande illusionista, conosciuto al grande pubblico per la sua magia. Ma il lettore sa che c’è molto di più in lui. Si può ed è veramente necessario distinguere un trucco dalla magia o da un miracolo? Le persone sono pronte o disposte a crederci?
P.: Le persone, oggi, non sono disposte a credere a nulla o quasi. Gli anni che stiamo vivendo lo dimostrano. Eppure, allo stesso tempo, credono a cose come la terra piatta. È un’epoca in cui la competenza è saltata in toto, la fiducia è riposta solo nel singolo, nell’Io. Quello che posso capire è vero, quello che non posso capire è falso o addirittura un complotto, una truffa.
Credo che sia necessario distinguere un trucco da un miracolo, è il passaggio fondamentale per distinguere il vero dal falso. Si può fare? Difficile da dire. In molti casi sì, la storia è piena di impostori, basta pensare al lavoro fatto da Houdini con i medium.
Nel caso di Daniel, però, non credo. Daniel cammina nel territorio in cui quello che è vero sembra falso, la sua vita reale è sul palco, la vita quotidiana è una finzione continua, un nascondiglio, un trucco. Aggiungo che non crede in Dio. Se raccontasse quello che sa fare, nessuno gli crederebbe. Infatti si guarda dal farlo.

4. Quanto peso ha il passato nel presente del protagonista? Sarebbe stata diversa la sua visione del futuro crescendo all’interno di una famiglia con un padre e una madre?
P.: Un peso enorme perché è un buco nero e tale resta. La sua vita sarebbe stata diversa? Solo se suo padre e sua madre fossero stati in grado di dargli delle risposte alle domande che si pone. Perché sono così? Perché io? Chi sono? Cosa sono? Alla fine, con i dovuti distinguo, sono le domande che ci facciamo tutti. Qual è il senso della vita, che cosa ho fatto con quello che sapevo fare, chi è la persona che guardo allo specchio ogni giorno. L’esistenza di una famiglia avrebbe di sicuro risolto il problema di portarsi dentro un segreto indicibile come quello – anche se decide di non rivelarlo nemmeno a suor Anna, che di fatto è stata sua madre –, ma non l’angoscia di restare solo di fronte al mondo. Solo perché privo di un senso, di risposte. Il suo senso di solitudine è dovuto più al non sapere nulla di sé che al fatto di doversi nascondere.

5. Ci piace e spaventa il concetto secondo il quale la verità non è mai unica ma molto dipende da chi la racconta e come la racconta. Questo vale anche per la storia. E ci siamo trovate a immaginare se questa che vive Daniel come condizione venisse raccontata da suor Anna che per prima lo accoglie e che lo segue molto da vicino, che forma e che valore avrebbe preso?
P.: È un problema che mi sono posto, non tanto ne confronti di suor Anna, ma di padre Simone.
Le storie sono sempre tre cose: quello che accade, la voce che la racconta – in termini di lessico, ritmo, punteggiatura – e il punto di vista. Un po’ come la vita, anche la nostra. Anna, che lo ha visto crescere, racconterebbe la fragilità del bambino e la tenerezza che ha provato vedendolo crescere e resistere. E la paura sì, anche quella, di vedere e capire. Una confessione che in fondo fa anche durante il romanzo. Simone, invece, vedrebbe e vede tutta un’altra storia e, in qualche modo, anche questo punto di vista è raccontato nella storia.
D’altra parte hanno vissuto servendo Dio. Come può reagire chi crede così tanto da farne una vita davanti a uno come Daniel?

6. Anche i dialoghi tra Daniel e don Simone ci hanno molto coinvolte. Puoi spiegare a chi non ha ancora letto il libro che ruolo hai dato a questo personaggio che lo affianca per una parte della narrazione?
P.: Per tutta la vita Daniel cerca una spiegazione. La cerca non potendola trovare nella religione, perché non crede. Cerca altri come lui, cerca qualcuno che abbia solo una briciola del potere che ha. E non lo trova. E cerca un prete, qualcuno con cui parlare, qualcuno che, come dice Daniel, con il mondo che crolla non stia ancora a parlare di peccato. Lo trova per caso, proprio dove non pensava. Padre Simone è il suo confessore, in qualche modo. Non nel senso religioso del termine. Qualcuno a cui lui sente di poter rivelare qualcosa che non ha mai rivelato a nessuno, qualcuno a cui sente di potersi mostrare, qualcuno che lo aiuti a risolvere il mistero di sé, pur non inglobandolo per forza nella gabbia di una spiegazione religiosa o mistica. Perché sono così è una domanda molto umana. Se sei uno come Daniel è una domanda obbligata. Volevo un prete di periferia, un prete delle origini, uno che potesse parlare dell’umanità di Cristo, che guardasse Daniel e vedesse un uomo, sempre, in ogni momento.

7. In un particolarissimo romanzo come questo chi arriva prima a bussare alla porta dell’autore: la storia, i protagonisti, il soggetto magari ispirato da qualche altro racconto o esperienza personale?
P.: Daniel, senza dubbio. La storia è lui e lui è la storia. È raro, per altro, che la storia e il suo protagonista non mi arrivino insieme. È lo stesso ragionamento che facevo a proposito dei punti di vista. Dovendola scrivere serve qualcuno che la viva. A maggior ragione in un romanzo come questo dove doveva esserci una prima persona.

8. Tutti i personaggi di Così in terra hanno una loro crudele e potente bellezza, anche quelli minori o secondari. Chi faresti tornare di loro in un tuo prossimo scritto e perché?
P.: Nessuno. Partiamo dal principio che non amo la serialità nemmeno da lettore, tanto che il mio personaggio seriale compare in due romanzi distanti sette anni uno dall’altro. In più questa storia è Daniel e Daniel non può esistere altro che in questa storia. Non ho mai concepito nessun personaggio perché potesse tornare. Continuo a credere che l’unico vero servizio che si deve fare sia alla storia che si sta raccontando in quel momento.

9. Se dovessi dare un colore al tuo ultimo libro, che colore sarebbe e perché?
P.: Il colore della copertina, quel blu metallico, è perfetto. Il romanzo è quella luce lì, la possibilità che qualcosa accada, la malinconia di una vita che forse ha perso uno scopo, ma che può ancora trovarlo. La solitudine che può smettere di sentirsi sola.

10. Cosa c’è in questo momento sul tuo comodino, cosa legge Patrick Fogli quando non è impegnato a scrivere i suoi romanzi?
P.: In questo momento sono in quell’interludio che ogni lettore conosce bene in cui deve decidere che cosa leggere. Fra le possibilità ci sono Verso il paradiso di Hanya Yanagihara, Così per sempre di Chiara Valerio e la rilettura, che ho in mente da un po’, de Il demone a Beslan di Andrea Tarabbia.

Intervista a cura di Federica Politi e Antonia Del Sambro, “Due nel mirino”