Intervista a Erica Arosio e Giorgio Maimone

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(c) Foto: Gianmarco Chieregato

Erica Arosio e Giorgio Maimone, ambedue giornalisti, scrivono a quattro mani dal 2013. Innamorati di Milano e della sua bellezza discreta, assieme hanno pubblicato una serie di gialli ambientati negli anni ’50-60, iscrivendosi tra i cantori più appassionati della città: Vertigine (Baldini & Castoldi), Non mi dire chi sei, Cinemascope, Autarchia e Juke-box (Tea). Di un’escursione fuori porta fanno parte i gialli Frilli Delitti all’ombra dell’ultimo sole (2020) e La lista di Adele (2021). Erica Arosio da sola ha scritto L’uomo sbagliato (La Tartaruga, 2012). Giorgio Maimone nel 2019 firma con Luca Pollini Oggetti smarriti (Morellini) e i romanzi brevi Marlon e il calendario dell’avvento nell’antologia Quattro volte Natale (Todaro 2020) e Il cadavere fantasma in Odio l’estate (2021)

1. Grazie per essere qui con Contorni di Noir. Macerie è il nuovo romanzo appena uscito per Mursia, dove ritroviamo i vostri personaggi, Greta e Marlon. Com’è nata l’idea di questa nuova storia?
E. e G.: L’idea parte da lontano. Subito dopo “Vertigine” (2013), primo libro della serie, ci eravamo posti il dubbio di come e quando si fossero conosciuti Marlon e Greta. Allora abbiamo identificato un periodo, un contesto, scelto un fatto di cronaca a cui poterci appoggiare, identificato i personaggi e così è nata la storia. Marlon (allora ancora Mario Longoni) e Greta (allora neo laureata in Giurisprudenza) si incontrano per caso e non si piacciono, ma il caso li porta a indagare, senza averne diritto, sulla stessa vicenda criminale e, come in ogni “buddy comedy” che si rispetti, tra i due si instaura rispetto reciproco e una forte amicizia. Che non sfocerà mai in un’affaire sentimentale. I temi di fondo di “Macerie” sono molteplici: le “mani sulla città” della speculazione edilizia negli anni Cinquanta, il mondo delle Case chiuse che vivono un periodo di splendore e Milano allora era una specie di capitale del vizio, le difficili condizioni di vita degli operai e soprattutto delle operaie e la condizioni di emarginazione in cui vivevano le prostitute, private dei diritti civili. Su tutto questo si inserisce una robusta trama gialla.

2. La “scrittura a quattro mani”: seguite un modus operandi diverso a seconda del libro o si svolge sempre nello stesso modo? Com’è andata in questo caso?
E. e G.: Dopo dieci libri scritti assieme il ritmo di scrittura della coppia è rodato. L’anomalia sono stati i due libri scritti durante il lockdown, senza il confronto quotidiano diretto. Normalmente stabiliamo assieme tema, periodo, trama, personaggi e poi si inizia a scrivere, separatamente, dividendoci i capitoli. Ognuno però partecipa alla correzione e ha diritto a mettere le mani nei capitoli degli altri. Sarà buon carattere, ma abbiamo discusso spesso e litigato poco. Spesso diciamo che dovremmo essere più severi con noi stessi. Unitamente a questo cerchiamo anche di leggere gli stessi libri, gialli in genere, nel periodo in cui lavoriamo, per imparare tecniche, trucchi, caratterizzazioni, linguaggio e tutto quanto può servire. Usiamo molto la lettura ad alta voce. Funziona immediatamente per farci capire se, soprattutto in un dialogo, le frasi scritte suonino reali o meno.

3. Milano 2022 e Milano 1950, sembra che la visione di una città operativa che non si deve fermare mai non sia cambiata, quali sono i cambiamenti avvenuti durante gli ultimi 70 anni?
E. e G.: Per descrivere i cambiamenti di Milano in 70 anni ci vorrebbe un nuovo romanzo per intero! Possiamo intanto dire che la nostra città è sempre andata di corsa, di fretta, con una voglia grande di cambiare. È dalla fine del 1800 che Milano galoppa: prima città in Italia con l’illuminazione elettrica e seconda in Europa, primi coi mezzi di trasporto elettrici, sede di Borsa, centro commerciale in continua espansione. Come contraltare ha visto crescere il desiderio di affidare al piccone il rimedio contro qualsiasi malfunzionamento del flusso commerciale. Così sono state abbattute le mura, chiusi i Navigli, sventrati e cancellati vecchi quartieri storici come il Bottonuto, il Rebecchino, il Pasquirolo e, sciaguratamente, si è pensato a una metropoli basata sull’automobile, dove il mezzo privato dovesse avere la prevalenza e la strada libera. A questo puntava il progetto della Racchetta, fortunatamente bloccato a metà. Per anni la nostra città è stata la locomotiva d’Italia, tanto nella stagione politica quanto in quella del riflusso, poi a un certo punto si è arrestato tutto. Ora Milano è ripartita: l’importante è che non si dimentichi mai della sua storia.

4. Come mai avete scelto, per questa serie, di ambientare i romanzi nella Milano del Dopoguerra?
E. e G.: Abbiamo costruito una serie con personaggi forti, con ideologie forti alle spalle e atteggiamenti eroici: non erano adatti a popolare né gli anni Zero, né gli anni Dieci: niente a che spartire con la generazione Z e con le moderne indagini di polizia. Niente luminol, prove del Dna, celle telefoniche, carte di credito. Volevamo ricostruire un’epoca eroica, dove la gente, dopo la caduta, si risollevava con le proprie forze e con le proprie mani. E provava, sempre, a ricostruire su macerie. Diciamo spesso che abbiamo voluto innestare il Giallo classico sul tronco robusto del Feuilleton e, tutto sommato, crediamo di esserci riusciti.

5. Greta e Marlon, due vite a confronto, rappresentano i due angoli opposti della società: quanta critica sociale c’è nei loro personaggi?
E. e G.: Le differenze tra Greta e Marlon, soprattutto sul piano sociale, sono marcate. Greta nata e vissuta in centro città, figlia dell’alta borghesia meneghina, Marlon proletario, comunista, ex partigiano e abitante nella periferia profonda dell’Ortica. Tra piazzetta Duse e via Corelli passano non solo quattro chilometri e mezzo, ma passa un’intera vita, fatta di amici, di frequentazioni, di occasioni differenti. Infatti i mondi dei nostri due eroi non si toccano, se non occasionalmente. Dal punto di vista politico Greta è una liberale illuminata, sincera democratica, Marlon un membro recalcitrante del Pci, che vorrebbe schierato più a sinistra. Anche sul versante sentimentale, Marlon è alla ricerca del grande amore e Greta esclude invece di impegnarsi mai in modo definitivo.

6. Marlon è un protagonista che mi ha molto colpito: ex partigiano, pugile e svogliato nella ricerca di un lavoro vero e proprio ma anche lettore perseverante che cerca di imitare i detective che ha amato nei romanzi. Da chi prende ispirazione questo personaggio?
E. e G.: Sarebbe facile dire che Marlon è costruito avendo come base Philip Marlowe di Chandler, a cui si richiama anche nel nome. Ma non sarebbe esaustivo. Chandler racconta di Los Angeles, che è una grande città, ma non è Milano e Marlowe è un personaggio americano. Quindi dovevamo costruirne una versione locale. E cosa ci può essere di meglio di un personaggio autoironico che si costruisce la sua aria hard boiled dai film e dai libri del settore? Quasi una situazione da metaromanzo. Oltre a questo il nostro personaggio deve qualcosa ai tipi della commedia italiana di quegli anni e, perché no, anche ai nostri genitori che, più o meno, di lui erano coetanei.

7. Tornando a Greta invece notiamo come, nel 1950, la società non fosse ancora pronta per una donna in determinati settori lavorativi e, in parte, sembra che questo provochi non poca diffidenza anche nell’era moderna. Greta è mossa da un profondo senso di giustizia in contrasto con gli insegnamenti paterni. Come nasce l’idea di un personaggio così critico nei confronti della società del tempo?
E. e G.: Greta è il personaggio veramente nuovo dei nostri romanzi. Lei non nasce da nessun calco. È originale: sia come provenienza che come contenuti. Donna in carriera, donna sola che rinuncia alla famiglia e che fa quello che, allora, era considerato un mestiere da uomo. Basti pensare che la prima donna avvocato italiana, Lidia Poët, si iscrive all’Ordine degli avvocati nel 1883, ma riuscirà ad esercitare solo nel 1920, boicottata dagli Avvocati stessi. E nel 1950 la situazione non era molto diversa. Greta, inoltre, pur essendo donna vincente, imbattuta in tribunale, mai una causa persa, ha un privato disastrato. Ancora adolescente ha visto la madre suicidarsi davanti a lei, buttandosi nella tromba delle scale. Ha subito le attenzioni, invadenti, del padre, al confine della violenza e (in Macerie non ancora, ma nei libri cronologicamente successivi sì) infierisce su sé stessa, provocandosi tagli e ferite nelle zone non in vista. Una donna quindi che le sue macerie le porta all’interno.

8. La storia italiana, come anche Macerie dimostra, è densa di avvenimenti che hanno cambiato la nostra società: secondo voi perché molti autori preferiscono ambientazioni estere quando ci sarebbe invece molto di cui raccontare all’interno del nostro Paese?
E. e G.: Sfondi una porta aperta! Non ne abbiamo idea e pensiamo che non sia quello il ruolo del Giallo o Noir che si voglia chiamare. C’è la società da raccontare e da indagare: non di sola trama vivono i gialli, ma anche di ambiente, di costume, di vita sociale, di impegno. E meno male che tra i giallisti italiani non mancano quelli che hanno ben chiare queste linee guida. In particolare noi, che scriviamo dal passato, abbiamo il compito di tenere viva la memoria, far capire da dove arriviamo e da dove arrivano, dove hanno le radici le storie della società attuale.

9. Ci saranno altri romanzi della serie Greta e Marlon o le strade dei nostri eroi si divideranno?
E. e G.: Come è facile capire, dopo dieci anni di vita assieme, ci siamo affezionati ai nostri personaggi, di cui ormai conosciamo tutto, persino i segni zodiacali, le piantine degli appartamenti, i loro gusti alimentari e letterari. Ci sarà ancora almeno un’avventura congiunta. Possiamo anche azzardare il titolo: “Mannequin”. Potrebbe essere l’ultima? Chissà.

Intervista a cura di Adriana Pasetto