Intervista a Leo Giorda

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Leo Giorda (1994) è nato e cresciuto a Roma. A venticinque anni, dopo la laurea in Beni culturali e la specializzazione in Storia dell’arte, comincia a viaggiare per l’Italia e l’Europa mantenendosi con lavori vari e sempre coltivando il sogno della scrittura. L’angelo custode (Ponte alle Grazie, 2022) è il suo primo romanzo.

Silvia Marcaurelio lo ha letto per noi e gli ha rivolto anche qualche domanda:

1. Benvenuto su Contorni di Noir! É un piacere per me intervistarla, fresca della lettura del suo romanzo d’esordio L’angelo custode. Partiamo dalle basi: com’è nata l’idea di questa storia?
L.: Intanto se possibile dammi del Tu, anche se a distanza. Comunque ho ancora ventotto anni e me li sento tutti. L’idea per l’Angelo custode nasce dal personaggio di Gatto. Una sera ascoltavo Piano Man di Billy Joel (c’è poco da ridere, è un grande!) e mi è balzata agli occhi quest’immagine di un pianista fallito, ubriacone, da piano bar. Da lì il resto è venuto da sé, veramente come un film. Le scene mi si presentavano davanti con tanto di colonna sonora.

2. Quando si parla di libri gialli che hanno come ambientazione la città di Roma, spesso c’è di mezzo il Vaticano. Mi sapresti dire il perché?
L.: Beh, in quale altra città c’è uno Stato straniero all’intero dei suoi confini? No, a parte questo, il Vaticano è indistricabile da Roma. Fa parte del folklore della città. A me suggerisce quest’aura cupa, medievale, misterica, di poteri nascosti. Contiene già tutti gli elementi di un buon giallo.

3. Il gergo “romanesco” è difficile da trovare nei romanzi ultimamente pubblicati, a parte forse quelli di Manzini su Schiavone. Si preferisce evitare il gergo dialettale?
L.: Non l’ho sentita questa mancanza, ma il romano è particolare perché a volte è più un’intonazione che un dialetto. È difficile da riportare in lettere. A parte i classici “Aho e li morte’”.

4. Woodstock è un personaggio sopra le righe. Per investigare ha bisogno di qualche aiutino… Quando fa uso di droghe diventa capace delle più acrobatiche deduzioni: uno «Sherlock Holmes tossico», come lo definisce un cliente. Non pensi che questo possa irritare i benpensanti odierni?
L.: Ma ben vengano i benpensanti. Non vedo l’ora di avere un buon dibattito con qualcuno che ha visioni opposte. A patto che ne capisca, però. Le frasi fatte tipo le droghe fanno tutte male a prescindere vorrei evitarle.

5. Mi ricollego alla frase precedente per chiederti, a proposito di Sherlock Holmes: quanto la narrativa oggi riesce a essere innovativa rispetto al genere?
L.: Sherlock sta vivendo una seconda giovinezza, basta vedere le tante serie televisive a lui dedicate. A volte ispirarsi a qualcosa di già pensato può essere una buona base, o portare alla luce nuovi aspetti di un personaggio molto amato. Il genere è a mio avviso la culla dell’originalità. Nel cinema il genere horror sta producendo i prodotti più originali da almeno vent’anni.

6. Il vicequestore Chiesa, altro personaggio riuscitissimo, è quella persona che vuole la verità a ogni costo, anche comportandosi in modo violento. Hai pensato, creando il personaggio, ai grandi e gravi fatti accaduti in questi ultimi anni che hanno visto coinvolte le forze dell’ordine?
L.: Assolutamente. Parlo solo per il personaggio, non mi sento in grado di discutere di fatti ben più importanti. Chiesa non si sente al di sopra della legge. Chiesa ha bisogno di risolvere questo caso il più in fretta possibile e, più scava, più ne resta disgustato. Gatto finisce vittima del suo processo, non solo investigativo. Il vicequestore è il personaggio più tridimensionale della seria. Woodstock è il protagonista, ma è fatto e finito. Soprattutto fatto.

7. Dalla tua biografia si legge che sei uno studioso di storia dell’Arte. Come si passa dall’Arte al romanzo giallo?
L.: Beh sempre di arte si parla, no? Ho studiato l’Arte con la A maiuscola e ho sempre cercato la mia forma di espressione. Disegnare non so disegnare, scolpire tanto meno. Forse scrivere mi riesce.

8. Hai viaggiato molto, in Italia e in Europa e hai svolto diversi lavori. Il tuo “viaggiare” è terminato o non finirà mai?
L.: Bella domanda. Al momento ho bisogno di una pausa. Però sento già ogni tanto il vecchio stimolo a partire. Se avrò fortuna con questo lavoro probabilmente ricomincerò a viaggiare e scrivere. Magari in maniera un po’ meno erratica e approssimata.

9. Questa è una domanda che penso ti avranno fatto in tanti e che ti aspetti. É solo il primo volume? La storia avrà un seguito?
L.: È solo il primo. Il secondo è già terminato e attendiamo il giudizio di Ponte alle Grazie che ha la priorità. Woodstock mi seguirà a lungo nella mia “carriera”, inframezzato da altri romanzi che non hanno niente a che fare con lui. O almeno, questo è il mio progetto.

Intervista a cura di Silvia Marcaurelio