Intervista a Sandrone Dazieri

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(ph. Grazia La Notte)

Sandrone Dazieri è nato a Cremona nel 1964. Nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo, Attenti al Gorilla (Mondadori), che segna l’esordio del personaggio presente nel titolo, il “Gorilla”, eroe metropolitano e schizofrenico. Della saga noir del Gorilla fanno parte altri cinque romanzi, dal secondo dei quali nel 2006 è stato tratto un film con Claudio Bisio (La cura del Gorilla). Nel 2014 è uscito Uccidi il Padre, il primo libro della trilogia thriller di Dante e Colomba di cui fanno parte anche L’Angelo (2017) e Il Re di Denari (2018), una saga di grande successo che, tradotta e pubblicata in più di trenta paesi, ha consacrato Dazieri come uno dei più grandi autori contemporanei di thriller, e ha raggiunto i primi posti delle classifiche di vendita in molte nazioni tra cui Italia, Regno Unito, Francia e Spagna. Il suo nuovo romanzo si intitola “Il mare che gli uomini fanno”, uscito per HarperCollins Italia. Gli abbiamo fatto qualche domanda, guardate il video per l’intervista completa.

1. Benvenuto, Sandrone. Immagino tutti quelli che ti avranno chiesto, dopo aver saputo di questo nuovo romanzo: ma il Gorilla? Ma Dante e Colomba? Come è nata questa storia?
S.: Il Gorilla mi serve quando voglio raccontare di cose più vicine a me, come Milano, ma essendo il mio alter ego, ho bisogno di accumulare un po’ di esperienze personali prima di scriverne uno. Dante e Colomba torneranno presto. Per quanto riguarda la genesi della storia ho cominciato a pensarci un paio di anni fa. Ero affascinato dall’idea del detective che sbaglia tutto, poi il detective è diventato Oreste e sono cambiate un po’ le sue motivazioni, ma…. Chi ha letto il romanzo capirà, agli altri non voglio togliere il gusto di scoprirlo…

2.“Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa”. Questa frase in esergo al libro, tratta da Cesare, di Shakespeare, mi è piaciuta molto…
Trovo una similitudine tra il thriller e questo dramma: innanzitutto una serie di personaggi non totalmente positivi o negativi. Una sorta di ambiguità che li incasella come fossero dei politici, guidati dalla retorica, dall’ambizione e dal potere. Che dici?
S.: Nel romanzo, nessuno si identifica come “cattivo”; anche se commette atti orribili, ha sempre una giustificazione per quello che fa. Non li avvicinerei ai politici, anche se un paio di fatto sono dei politici, ma a dei normali esseri umani. La maggior parte di loro cerca solo di stare a galla o di proteggere i propri interessi o i propri parenti. Quello che cerco di dire è che a volte piccoli atti di disinteresse o egoismo, piccoli “mali”, possono portare a un male più grande, che nessuno aveva previsto o voluto. Le azioni hanno delle conseguenze, e anche la mancata azione.

3. Itala Caruso, ispettrice, aveva 30 anni quando cominciarono i delitti. La chiamavano la Regina: ha la capacità di gestire le cose, anche oltre i limiti consentiti dalla legge. Corruzione, ricettazione, sottrazione di beni allo stato, peculato. Ce ne vuoi parlare? Come lo hai pensato questo personaggio?
S.: Volevo un personaggio normale, una poliziotta normale, senza doti di combattimento o deduzione. E che, come molti, non solo poliziotti, approfittasse della sua posizione per farsi gli affari propri. Itala ha una coscienza, anche se cerca di non sentirla, e ha dei limiti che non vuole superare. Fondamentale per me è il rapporto con il figlio: lo ama, ma è incapace di farlo star bene, perché non è in grado di star bene con se stessa.

4. Itala in questo romanzo e Colomba, personaggio creato nella trilogia di Uccidi il padre, diverse sotto molti aspetti, ma due donne che comunque si sono fatte strada in un mondo di uomini. Funzionali per le storie che vuoi raccontare o per dare spazio/voce all’universo femminile?
S.: Comincio a scrivere partendo dai personaggi, è più facile che sia la storia a adattarsi a loro. Trovo generalmente le donne più interessanti da raccontare, ma le donne non hanno bisogno di me come portavoce, o di qualsiasi altro maschio. Si fanno spazio da sole e hanno voci sufficientemente udibili. Io, quantomeno, cerco di ascoltarle.

5. Cosa possiamo dire del “Persico”, questo serial killer a cui hai dato voce e perché gli hai dato questo soprannome?
S.: Inizialmente si chiamava Caronte, perché scaricava le sue vittime nel fiume da una barca. Il soprannome mi piaceva ed era evocativo, avevo anche scritto delle battute citando la Divina Commedia, ma poi mi sono reso conto che era troppo “fiction”. Nel nostro paese i serial killer non hanno quasi mai soprannomi evocativi, ci limitiamo a chiamarli “Il Mostro di”. Però ho immaginato che i vecchi che parlano dialetto come prima lingua, un soprannome glielo avrebbero trovato. Poi persico in cremonese si dice bucaloon, boccalone, che può sembrare un nome internazionale. Spero che nelle traduzioni venga mantenuto, così che questo termine dialettale possa essere conosciuto anche all’estero. Un atto d’amore verso le mie radici.

Incontro a cura di Cecilia Lavopa, con Linda Cester

6. Riesci sempre a entrare nella psicologia dei suoi personaggi delineandone tutti gli aspetti, anche i più oscuri e riuscendo spesso a spingere il personaggio fino ai suoi limiti. Come ci riesci e, soprattutto, c’è un aspetto di questo viaggio nella psiche umana che da scrittore e da uomo ti mette in difficoltà?
S.: Il mio processo per costruire un personaggio è quello di farlo germogliare da una parte di me. Non importa che sia un killer o un poliziotto, il personaggio nasce e si sviluppa da una semplice domanda: cosa farei io al suo posto? O meglio, cosa farei io al suo posto se fossi cresciuto come lui, avessi avuto le sue esperienze, avessi il suo orientamento sessuale, eccetera? Insomma, costruisco un golem con una parte del mio sangue, mi metto nei suoi panni e lavoro sul piano emotivo prima su quello razionale.
Dal punto di vista umano non ho mai avuto problemi, perché non giudico i miei personaggi, li faccio agire, li racconto e lascio che il lettore si faccia le sue idee.

7. Mi dicesti in una precedente intervista che il tuo passato militante ha cambiato te e il tuo modo di vedere le cose, di conseguenza hai cambiato la tua scrittura. Anche nella scelta dei temi. Nel tuo primo romanzo la vittima era una punkabbestia, nel secondo un albanese immigrato… Per quanto riguarda la protesta, pensi che uno scrittore che descrive le cose per come le vede fa già un atto rivoluzionario. Sei ancora dello stesso parere?
S.: Certo. In Italia circola la strana idea che il “genere” debba essere leggero e facilone. È ovviamente una sciocchezza, così come l’idea che non si possano inserire temi di realtà all’interno di una narrativa che ha come scopo primario l’intrattenimento del lettore, il suo piacere. Certo che è così, vuoi leggere un giallo perché è divertente e appassionante, ma io credo che sia possibile ugualmente raccontare il presente o temi di spessore, come il disagio psichico.
Io credo che tutto sia raccontabile attraverso ogni forma artistica, dalla musica alla scultura e, ovviamente, dalla scrittura, ma che questo richieda uno sforzo. Lo sforzo di essere il più possibile genuini, di esporsi e di accettare il rischio di essere giudicati per quello che si è scritto o per le posizioni che si sono prese.
Però preferisco il totale disimpegno a quelli che inseriscono temi sociali nel loro lavoro per essere politicamente corretti.

8. Nel libro scrivi un passaggio sul Male nel quale fai dire a un suo personaggio che esiste. Quali aspetti del Male hai voluto indagare e portare alla luce con questa storia e, venendo alla sua produzione in generale, che idea ti sei fatto tu del Male?
S.: Sono ateo e materialista, quindi non credo a niente di trascendente e metafisico rispetto al Male, a differenza di quello che pensano Gerry o Francesca. Il serial killer ci fa paura non perché potremmo diventare sue vittime, ma perché potremmo essere al suo posto. C’è qualcuno dentro di noi che potrebbe fare le stesse cose, ed è solo un caso se quello che ci è accaduto in vita non l’ha fatto uscire. Se però dovessi dire quella che secondo me è la caratteristica principale del male, direi è la mancanza di empatia, l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, di vedere l’effetto ultimo delle nostre azioni.

9. Un aspetto davvero particolare di questo romanzo è l’elemento delle vespe. Come è nata l’idea di inserirle nella trama e come mai secondo te gli insetti rivestono ancora un ruolo particolare nei thriller generando emozioni di inquietudine o ansia?
S.: Amo tutti gli animali e sono incuriosito dagli insetti, spesso mi divertono le loro caratteristiche e non provo schifo. Questo, tra parentesi, fa sì che tocchi sempre a me buttare fuori di casa scarafaggi o cose del genere. Dopo aver scoperto che le larve di vespa hanno bisogno di proteine animali per crescere, ho pensato che potrebbero essere delle ottime spazzine per i cadaveri. Tutto quello che ha a che fare con morte e putrefazione di cui vengo a conoscenza prima o poi finisce in un mio romanzo. In generale, è un elemento necessario in quasi tutti i thriller.

10. Hai scritto, tra le tantissime cose, anche un racconto in un’antologia intitolata Indaga Detective, nella quale omaggi Andrea Pinketts, intitolato Il codice gratta e vinci. Pinketts aveva creato il suo alter ego, Lazzaro Santandrea, così come tu hai creato il tuo con il Gorilla. Mi piace pensare che si incontrino. Cosa si direbbero, secondo te? Potrebbero andare d’accordo?
S.: Sì, quel racconto è stato un atto d’amore per Andrea e anche un utilizzo mimetico della scrittura. Ho cercato di usare il suo stile, per quanto possibile, e di non tradire il suo personaggio. Quindi, possiamo dire che i Gorilla e Lazzaro si sono già incontrati.

11. In una intervista, dici che non ami leggere libri gialli di autori italiani, perché il 90% dei gialli non mi piace. Sciatti, scritti badando al plot ma poco ai personaggi e alla scrittura. Pubblicati in fretta. Medesime formule. Non c’è un briciolo di verità in quello che fanno. Più ci metti dentro te stesso, più funziona. Non ha inquietudine, come se fosse stato epurato del lato oscuro. “Io lo voglio vedere”. Quali sono gli autori, a questo punto stranieri, che ti ispirano di più e perché?
S.: Tutti i narratori, non necessariamente giallisti, quelli che amano costruire mondi, con qualche preferenza per gli americani. Stephen King è uno, poi Paul Auster, Franzen, Carrere, quella gente lì. Poi Roth, sicuramente, Grossman… Insomma, gente che racconta storie e scrive bene. Poi ovviamente rimane il dieci per cento dei romanzi gialli italiani, che sono belli, e qualche thrillerista in giro per il mondo. Ma prendo ispirazione anche dai fumetti, dalla saggistica medica.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa