Bruno Morchio – La fine è ignota

235

Editore Rizzoli / Collana Nero Rizzoli
Anno 2023
Genere Noir
224 pagine – brossura e epub


<< Quel fetente tiene un gran fiuto e non lo sa.>>
<< Io invece dico che lo sa…>>
<< Naaa, non farebbe la vita del barbone. Metterebbe a frutto il capitale.>>
<< Assomiglia a sua madre.>>
<< Seee, l’angelo del marciapiede.>>

Già nelle prime righe, l’autore ci presenta un nuovo personaggio che non dimenticheremo facilmente. Mariolino Migliaccio, giovane investigatore privato senza licenza e senza nemmeno un misero ufficio dove accogliere i suoi clienti. Morchio, con questo nuovo noir, regala ai lettori una figura pienamente originale e fuori dai modelli e canoni cui possiamo essere abituati, altro rispetto ai personaggi da lui precedentemente delineati con caratteristiche antitetiche, a volte cupo e scostante e altre simpatico e generoso.
Fottighin scoticozzo (ficcanaso sporcaccione in genovese) si muove in una Genova ben definita, chiara e viva nonostante le ambientazioni spesso scure e i caruggi stretti che appaiono a prima vista come strette strade senza uscita. Stesso scherzo che a volte fa la vita.

Genova, una città presente e praticamente imprescindibile nei testi dell’autore, che senza alcuna necessità di essere ostentata diventa parte integrante del romanzo come il suo dialetto cantilenante di cui ci pare di sentire il suono pagina dopo pagina (per i lettori non genovesi comunico che ogni frase ha la sua traduzione).
Migliaccio viene ingaggiato da Luigi, un boss che gestisce molti affari loschi tra i quali una casa di tolleranza mascherata da centro benessere, per cercare Liveta una giovane prostituta scomparsa dalla suddetta “casa” nella quale le giovani straniere sono trattate come schiave, dove vengono percosse se non si adattano passivamente alle regole imposte e dalle quale non possono uscire.
Migliaccio conosce quel mondo perché è lui stesso il figlio di una prostituta uccisa molti anni prima da un cliente di cui nessuno ha mai conosciuto l’identità.

Come sempre, leggendo un testo scritto da Morchio, mi è venuta la voglia di assaporare la cucina raccontata, in questo caso quella della Steva, o di girare la città alla ricerca dei personaggi che ci permette di conoscere. Anche quelli che distrattamente non vediamo mentre ci passano accanto. Droga, prostituzione, violenza e mistero sulla possibile fine della ragazza ci fanno compagnia in queste pagine.
Ma lo fanno anche i piatti tipici o il brontolio di una pancia vuota perché non si ha un soldo per riempirla, il sapore della sambuca, la sorellanza, l’amore e la possibilità di affrancamento.
Come sempre quando scrivo una recensione ci tengo a non dire troppe cose della trama, soprattutto se si tratta di un giallo o noir, ma a concentrarmi un po’ di più sui personaggi e su cosa ha significato per me la lettura del libro di cui sto parlando.
Per quanto riguarda i personaggi non dimenticherò la piccola Milca, giovanissima prostituta albanese. E non dimenticherò Anghel, mi sembrerà di vederlo e di sentirlo ogni volta che sentirò suonare qualcuno per le strade della mia città. La Wanda e tutte le altre.

Ma soprattutto non dimenticherò Mariolino Migliaccio che, come molti di noi, è la personificazione di chi per tutta la vita non riesce ad elaborare un lutto e attraversa ogni giorno la disperazione di chi resta su questa terra senza risposte nella perenne impossibilità di accedere alla disposizione esistenziale di elaborare e integrare la morte come la “fine” di chi più non è.
Se il lutto resta senza accettazione non vi è alcuna possibilità che esso giunga ad un traguardo dal quale si potrà ripartire e ricominciare.
Riavviare la vita dal ricordo e non vivere in un perenne rewind.
Mario salva gli altri perché non è riuscito a salvare la sua mamma, una sorta di inconscia espiazione che riporta alla memoria dei lettori _ anche se la storia raccontata è differente _ la tragedia di quello che fu definito l’omicidio del trapano o il delitto di vico Indoratori in cui venne uccisa Luigia Borrelli la “bella di giorno”.
Omicidio sul quale ancora oggi resistono ombre e misteri.

Tornando a Mario mi auguro che nel seguito di questo libro (prevedo un prosieguo perché ci sono dei cerchi lasciati aperti) possa portare a termine la sua missione e comprendere che le famiglie disfunzionali e le infanzie terribili esistono ma sta a noi ribellarsi, mollare gli ormeggi, lasciar andare il passato e in questo modo diventare altro.
Sta a chi vive scegliere di tenere solo l’amore (e la Wanda pare gliene abbia dato tanto) e liberarsi di tutto il resto. Certamente sarà più semplice dopo aver saputo la verità.
Veniamo ora a quello che questa lettura ha significato per me.
Gratitudine. Gratitudine in quanto donna, figlia, sorella, amica. Gratitudine perché per lavoro mi occupo da molti anni di vittime di violenza di genere e dei loro famigliari.
Gratitudine perché Morchio nel suo libro documenta il riscatto delle donne vittime di violenza e parla dell’esistenza dei centri antiviolenza. Attesta che un modo, anche se quello adottato da Migliaccio è decisamente colorito e particolare come lui, per uscire da certe gabbie esiste. La consapevolezza di quello che si sta subendo, prima di tutto.
Con un linguaggio molto fisico, diretto e concreto Bruno Morchio riferisce alle donne che c’è una “VIA” di uscita e, se state attenti, vi accorgerete che ci trasmette anche l’indirizzo.

Deborah Alice Riccelli


Lo scrittore:
Bruno Morchio è nato nel 1954 a Genova, dove vive e ha lavorato come psicologo e psicoterapeuta. È autore, tra l’altro, di una fortunata serie gialla che ha per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano. Per Rizzoli ha pubblicato anche Il testamento del Greco e Un piede in due scarpe, disponibili in BUR, e La fine è ignota (2023).