Intervista a Charlotte Link

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Charlotte Link, nata a Francoforte sul Meno, è la scrittrice tedesca contemporanea di maggior successo. I suoi romanzi sono tutti bestseller internazionali tradotti in più lin­gue e hanno venduto più di 30 milioni di co­pie nella sola Germania. Oltre alle indagini di Kate Linville (L’inganno, La palude, Senza colpa, La notte di Kate), Corbaccio ha pubblicato La casa delle sorelle, La don­na delle rose, Alla fine del silenzio, L’uomo che amava troppo, La doppia vita, L’ospite sconosciuto, Nemico senza volto; la trilogia Venti di tempesta, Profumi perduti, Una dif­ficile eredità; L’isola, L’ultima traccia, Nobo­dy, Quando l’amore non finisce, Il peccato dell’angelo, Oltre le apparenze, L’ultima vol­ta che l’ho vista, Giochi d’ombra, La scelta decisiva, (tutti anche in edizione TEA) e il memoir Sei nelle mie pa­role.
Charlotte Link vive con la famiglia vicino a Francoforte.

In occasione della sua visita in Italia per presentare il nuovo romanzo La notte di Kate, uscito sempre per Corbaccio, le abbiamo rivolto qualche domanda.

1. Quarto romanzo con i nostri ormai affezionati protagonisti, Kate Linville e Caleb Hale. Com’è nata questa nuova idea?
C.: L’idea di base è stata quella del bullismo, che è molto presente nei mass media oramai. Negli ultimi anni si è accentuato tantissimo, soprattutto tra i bambini e tra i giovani, che è ciò che porta i ragazzi a rimanere isolati dagli altri, a subire attacchi di ogni genere, alle prese in giro. È un problema molto evidente oggigiorno.
Allora io mi sono chiesta: che cosa succede a un giovane che per tutta la vita è stato preso di mira? Se va bene, viene isolato, preso in giro. Questa è stata l’idea di partenza, naturalmente questo porta al crimine di cui parlo in questo libro.

2. Anche in Italia il fenomeno del bullismo è sempre più in espansione, a cominciare addirittura in età precoce, dalle scuole primarie se non addirittura all’asilo, dove si trovano bambini che fanno già i bulli. Com’è percepito in Germania, o anche in Inghilterra, dove ambienta le sue storie? È così esteso come problema?
C.: Temo che questo sia un problema di tutto il mondo occidentale. È vero che il bullismo comincia molto presto, però c’è sempre stato in realtà. Mi ricordo che anche quando ero una bambina io a scuola c’era qualcuno preso di mira, ma non c’era una parola che indicasse questo fatto e la reazione degli adulti era semplicemente di dirti di imparare a difenderti. Veniva preso sotto gamba. Molto marcato sia in Germania, che in Inghilterra. In Germania abbiamo dei professori di riferimento proprio per i casi di bullismo, ai quali i ragazzi possono ricorrere per chiedere aiuto.
Certo che la qualità del bullismo è molto aumentata con internet, perché fatalmente si raggiungono molte più persone, quindi il raggio di azione è più ampio e inoltre garantisce un anonimato totale e la possibilità di nascondersi talmente bene che nessuno riesce a prenderti.
Questo fenomeno, purtroppo, si è acutizzato tantissimo negli ultimi tempi.

3. Parla molto di solitudine in questo romanzo, il primo fra tutti gli aspetti della propria vita che le persone si sforzavano di tenere accuratamente nascosto. Perché ci si vergogna della solitudine? “Solo i perdenti erano soli.” scrive a un certo punto.
C.: Il fatto è che le persone che provano questa sensazione fortissima di solitudine, non sono perdenti, è ovvio. Però non esiste uno stato che ti mette in difficoltà come parlare della solitudine. Possiamo parlare di qualunque cosa, di alcolismo, di bulimia. Pero non si dice mai: “Sono solo”. Se lo dici, ti senti automaticamente un perdente, hai la sensazione che la gente tenderà a non avvicinarsi a te. E tu maturi dei sensi di colpa e non vuoi mostrare all’esterno questa tua solitudine. In questo modo ricadi in una spirale dalla quale rischi di non uscirne mai, ma io non credo che una persona sola sia perdente.

4. Collegandomi alla domanda precedente, sottolinea anche quanto la società di oggi si sia arricchita nello sfruttare questa condizione creando agenzie per cuori solitari, speed dating, crociere per single ecc. In un mondo multimediale dove la comunicazione è alla base di ogni rapporto, non crede che invece stia diventando più solitario? Ormai praticamente sembra che le relazioni passino più facilmente attraverso questi canali alternativi che attraverso un confronto diretto.
C.: Sì, ho la netta sensazione che sia esattamente così, soprattutto per i giovani. Per esempio, mia figlia poco tempo fa mi chiede: “Mamma, ma quanti pochi amici hai, tu?” Ed effettivamente io ne ho una decina, che sono le mie amiche del cuore, chiamiamole così, mentre lei ne ha più di cento. In realtà sono followers, non amicizie vere, non li conosce nemmeno. Per le persone della mia generazione, “amico” è qualcuno vicino, a te caro, con la quale c’è un legame affettivo. Tutti gli altri sono dei conoscenti.
E anche le coppie quando si formano, si incontrano sulle piattaforme, più che nella vita reale. Un tempo quando ti capitava di essere in treno o in aeroporto, ti mettevi a chiacchierare con chi ti stava seduto accanto, mentre adesso sono tutti a smanettare sul cellulare. Potresti avere seduto vicino l’uomo o la donna dei tuoi sogni, e neanche te ne accorgeresti.
Le racconto anche questa: non molto tempo fa ero a una festa con mio marito ed eravamo seduti al tavolo insieme ad altre cinque coppie. È saltato fuori che soltanto io e mio marito ci eravamo conosciuti dal vero, come succedeva normalmente. Gli altri si sono conosciuti tutti attraverso i siti!

5. Amici, colleghi, i due protagonisti sono molto differenti tra loro: Kate quasi invisibile, priva di autostima, anonima. Non era veramente accettata ma tollerata. Anche se nella sua attività di poliziotta era perspicace, puntigliosa, metodica. Nell’era dell’apparire perché questa scelta di utilizzare uno stereotipo alla stregua di “brutta ma simpatica” o “bella ma stupida”? Era qualcosa di funzionale alle storie legate a questo personaggio o lo ha plasmato nel corso dei romanzi?
C.: Kate è un personaggio pieno di insicurezze e che non balza affatto all’occhio, ed è sempre stata così fin da bambina, ma non si capisce perché visto che è cresciuta in una bella famiglia con due genitori adoranti. Lei di fatto non si sa vendere, anche quando lavorava a Scotland Yard otteneva successi sul lavoro ma i meriti andavano sempre ai suoi colleghi. Lei sembra non essere in linea con un’epoca in cui è più importante l’apparenza che l’essenza. Non potrebbe apparire su Instagram, è retta, sincera, non tenta di farti credere che le cose nella sua vita siano meglio di quello che sono. Alla fine sembra più scialba di quanto non sia in realtà. Di fatto anche tutti noi conosciamo persone piene di difetti ma quando guardiamo il loro stato su Instagram, sembra che le loro vite sembrano perfette. Lo show non fa per Kate e proprio per questo mi sembra un personaggio più interessante e più amabile.

6. In questa ricca trama gialla, trovano spazio anche i disturbi alimentari come l’obesità e quello che comporta sia a livello personale che familiare. Anche questo è sentito come problema o era funzionale alla trama?
C.: L’eccesso di peso è un problema molto grave in Germania, in Inghilterra e da oramai molti anni negli Stati Uniti. È marcato e in crescita soprattutto tra i bambini e i giovani. Mangiano troppo fast food, stanno davanti al computer troppe ore, non fanno poco movimento. Un problema gigantesco che è connesso anche a gravi malattie. In casi estremi, i bambini in sovrappeso vengono isolati dai coetanei. I bambini sono terribili in questo senso, quasi più degli adulti. Alla vista se qualcuno non rientra nello standard, viene immediatamente estromesso ed è proprio quello che succede ad Alvin.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa