Intervista a Scott Turow

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Scott Turow è scrittore e avvocato. È autore di dodici bestseller di fiction, tra cui Presunto innocente, L’onere della prova, La legge dei padri, Innocente, tutti pubblicati da Mondadori. Si è cimentato anche con la saggistica in Harvard, facoltà di legge, incentrato sulla sua esperienza di studente universitario, e Punizione suprema, una riflessione sulla pena di morte.

I suoi libri sono stati tradotti in oltre quaranta lingue, hanno venduto più di trenta milioni di copie nel mondo e hanno fornito spunto per film e produzioni televisive; i suoi saggi e articoli sono apparsi su “The New York Times”, “The Washington Post”, “Vanity Fair”, “The New Yorker” e “The Atlantic”.

Uscito da poco il nuovo romanzo “Il sospetto“, sempre per Mondadori e con la traduzione di Laura Tasso e Sara Crimi, abbiamo incontrato l’autore insieme ad alcuni blogger per fargli qualche domanda:

1.Ho scoperto di recente che esiste il “sensitivity reader”, un editor che va a caccia di parole e immagini potenzialmente offensive. È notizia di questi giorni della censura nei confronti di alcuni libri di Roald Dahl, non…politically correct. Quello che mi stupisce ne “Il sospetto” è che il personaggio principale, Pinky, è tutto fuorché politically correct. Com’è nata questa figura e cosa ne pensa di questa iniziativa che purtroppo rimanda molto a George Orwell con il suo libro 1984?
S.: Il mio editore ha insistito per introdurre anche in casa editrice questa figura, tra l’altro è una signora bisessuale, l’ho trovata una novità utile. Nei miei libri non ha criticato molto, del resto io mi ero già rivolto anche a un’altra persona, non un membro della mia famiglia, ma comunque una persona a me nota che si qualifica come bisessuale. Non mi dà affatto fastidio, me ne darebbe invece, e molto, se la conseguenza fosse l’imposizione di una censura. Lei parlava di Roald Dahl, che è stata una figura molto discussa già quando era in vita. Personalmente non sono al corrente della vicenda e non so quali delle sue espressioni qualcuno vorrebbe cassare, ma invece sono convinto che la censura sia una cosa molto pericolosa. Penso che facciano un grosso errore quanti di noi vorrebbero modificare il passato, significa fare finta che quel passato non sia avvenuto.
Il presidente Wilson era un razzista manifesto, ma no per questo penso che debba essere escluso dal Pantheon dei presidenti degli Stati Uniti d’America. Del resto sessismo, razzismo, antisemitismo, e tanti altri ismi che non ci piacciono non ci sarebbero se non ci fosse stato qualcuno con un determinato potere. Io non credo nella epurazione del passato, proprio no.

Pinky già c’era, perché il libro precedente a questo pubblicato negli Stati Uniti nel 2020, The last Trial (L’ultimo processo, Mondadori 2020), era un personaggio accessorio e l’avevo pensata com’era delineata adesso: una ragazza di trentun anni, bisessuale, molto anticonformista, tatuata dal collo fino alle caviglie con un chiodo nel naso e visto però che molte mie lettrici e lettori l’hanno trovata di loro gradimento, ho pensato che avrei potuto immaginare un intero libro con lei al centro.

2. Qualche curiosità dal punto di vista della scrittura: quando ha cominciato a scrivere, come nascono le sue storie?
S.: Il libro lo scopro via via che lo scrivo, in questo caso sono partito da una serie di idee un po’ sparse, scollegate. Siccome per me è sempre difficile l’attacco, mi metto a scrivere qualcosa che naturalmente ha un rapporto con il libro. Per esempio questa volta dell’ambientazione, di Highland Isle, non ne avevo mai parlato prima in nessuno dei miei libri, però visto che agli stadi iniziali della mia carriera di scrittore avevo scritto dei piccoli saggi su Highland Isle – senza assolutamente pensare a questo libro – ho cercato di immaginarmi come inserire questa località nel libro. Oppure, non avevo mai pensato al personaggio di Ricky Dudec – che è il capo di Pinky – quindi a un certo punto mi sono messo a scrivere di lui.
Ho cominciato a lavorare sui pezzi sparsi di questo patchwork, un lavoro durato un anno, e alla fine di questo processo mi sono ritrovato con la prima stesura. Lo so benissimo che non è un modo di procedere particolarmente efficiente, ma è l’unico che mi consente di sentirmi sicuro di questo mondo che sto creando, perché lo creo via via.

3. Mi piace sempre molto parlare con gli scrittori del loro rapporto con la lettura, alcuni sostengono che la lettura sia un po’ la palestra della scrittura. Volevo sapere il suo rapporto con la lettura e se pensa che le due attività siano legate fra loro.
S.: Quando ero molto più giovane avevo l’abitudine di leggere tanti libri e rileggere quelli che mi erano piaciuti di più. “Corri, coniglio” di John Updike l’avrò letto venti volte, perché ogni volta cercavo di capire meglio in che modo l’aveva costruito. Herzog di Saul Bellow l’avrò letto una decina di volte. Lo stesso vale per i libri di Graham Greene, in modo particolare ricordo benissimo che quello che veramente mi interessava di Greene era capire in quale maniera faceva montare la suspense.
Anche John Le Carré, che ho letto e riletto. Non so se questo modo di leggere e rileggere mi abbia insegnato qualcosa, se ci ripenso credo sia stata una forma di omaggio verso scrittori che reputavo grandi. Nel frattempo, sono passati gli anni e ho capito che devi trovare la tua, di voce, devi andare per la tua strada. Adesso, mi sembra incredibile persino dirlo, ma mi stupisco di quanto sembrino dickensiani i miei libri. Da giovane non avevo mai avuto la sensazione di avere la passione sfrenata per Dickens, ma scopro che ha avuto una grande influenza su di me come scrittore.
Al giorno d’oggi non leggo più i libri nella stessa maniera, leggo per piacere, talvolta con stupore e meraviglia, ma non ho più in mente di smontare pezzetto per pezzetto la storia di un autore.

4. Sin dai tempi di Presunto innocente, penso ci sia stata una ricerca particolare per assegnare i nomi ai personaggi. Dove trae ispirazione? Ricordo Tommy Molto, nome molto efficace che rimane impresso.
S.: Dedico molto tempo a giocherellare con i nomi dei miei personaggi, perché devo essere assolutamente certo che una volta che li ho battezzati funzionino. Nel mio nuovo libro c’è un personaggio che si chiama Hiram Jackthorp. Io credo che non ci sia un solo essere umano al mondo che porti questo nome, ma non mi interessa perché secondo me gli calza a pennello. Parliamo di processi intuitivi, non c’è nessuna logica particolare, forse salvo il fatto che non troverete mai tra le mie pagine un Bob Johnes, difficile che dia ai miei personaggi dei nomi americani molto comuni.

5. Definisce Pinky come una bambina terrorizzata dagli estranei. Possiamo dire che al di là dell’intreccio poliziesco questo libro sottenda anche un altro messaggio: l’attaccamento alle radici lo si può trovare dove meno si aspetterebbe? Ragazza così anticonvenzionale, al di sopra delle righe, senza filtri, in fondo è molto attaccata al nonno. I valori vanno al di là delle apparenze?
Quanto a Pinky e al rapporto con il nonno, vi racconto che nella mia famiglia di provenienza, sono stato l’unico a voler bene a mio nonno. I miei zii detestavano il loro padre, mentre io ero legatissimo a lui.
Pinky sa di essere giudicata dalla madre in senso tutt’altro che positivo. Il padre le vuole bene, ma il problema è che in famiglia tutti pensano che sia un fallito. Con il nonno tutti questi problemi non si pongono, perché dentro la famiglia è una figura riverita, di conseguenza è importante anche per Pinky. Nel libro precedente, The last Trail, si chiarisce bene: non si capisce perché vuole bene alla nipote, ma non la giudica.

6. La polizia non ne esce benissimo da questo romanzo. Com’è raccontare nell’America di oggi un tale stato di polizia?
S.: Le ricordo però che in questo libro sia Lucy che Tonya sono agenti di polizia e in entrambi i casi fanno bene (abbastanza, per Lucy) il loro lavoro. E’ vero che quando mi sono messo a scrivere, avevo ben presente la vicenda dell’assassinio di George Floyd da parte del poliziotto. Avevo sempre creduto che la mia carriera di pubblico ministero prima e poi avvocato mi avesse permesso di conoscere a fondo dal di dentro la vita delle forze dell’ordine. Come pubblico ministero poi ho indagato su qualche poliziotto, ho fatto parte della commissione che si occupa delle assunzioni e dei licenziamenti dei poliziotti, sono stato rappresentante sindacale della polizia. A questa mia Pinky che ho creato, ho fatto dire a un certo punto che le piace lavorare a stretto contatto con loro, le piace il modo che hanno di vedere il mondo, perché non si fidano di nessuno, proprio come lei.
Ho tanti amici nelle forze di polizia, qualcuno mi ha detto: “Certo che definisci nei tuoi libri tutto il marcio nei dipartimenti, mentre quelli dell’FBI vengono dipinti come integerrimi”. Ebbene sì, i federali sono un esempio di integrità. Mentre nelle grandi città, negli agglomerati urbani, non è proprio così perfetto… Anni fa mi è capitato di essere l’avvocato difensore di un tizio, e un mio informatore (poliziotto) sapeva benissimo quanto spesso succede che gli agenti architettano le cose in modo da far condannare qualcuno e stava proprio succedendo al suo assistito.
I poliziotti si renderanno colpevoli di tante manipolazioni, è vero, ma non arriveranno mai a far condannare qualcuno a morte. Un cattivo magari viene sbattuto in galera per un paio di anni. Questa è la mia esperienza, giudicate voi. Non sono tutte mele marce, non sono tutte scintillanti…

7. Dopo #metoo, il movimento femminista contro le molestie sessuali, mi colpisce il fatto che in questo caso i ruoli si siano completamente ribaltati e le accuse vengano rivolte a una donna da parte degli uomini. È possibile che sia una situazione diffusa, in America? E’ un modo per dire: attenzione che non sono solo gli uomini a fare abuso di potere nel luogo di lavoro? E che potere hanno i media, visto che abbiamo parlato di potere della polizia, di manipolare queste situazioni?
S.: di certo questi casi sono successi e succedono nelle questure, anche nell’ambiente accademico. Alcune professoresse, docenti universitarie, sono state accusate – a volte con fondamento – di avere costretto loro studenti, quindi maschi ben più giovani di loro. Ma è chiaro che a chi legge queste vicende viene da saltare sulla sedia quando è una donna che esercita questo genere di potere su un maschio. Questo perché tutti sappiamo bene la lunga storia della differenza di potere tra maschi e femmine. Lo faccio esprimere a Pinky quando dice nel libro: “Non ci posso credere… Come avrebbe fatto Lucy a estorcere favori sessuali da questi uomini che sono tutti più grossi di lei, e pure armati… Non ci credo!”
E quando conosce Tonya per la prima volta, arrivano proprio a chiedersi: “Ma secondo te ci sarebbe mai un uomo che si fa dare ordini da una donna su come utilizzare la sua…attrezzatura?”
Il ruolo dei mass media è di amplificare ed è molto complesso da analizzare.
Negli Stati Uniti non abbiamo fiducia nella stampa, perché comunque distorce la realtà. Le testate di informazione sono alla fine delle imprese, quindi a scopo di lucro. Per cui la storia condita del maschio potente che costringe una donna ad avere rapporti sessuali suscita molta attenzione presso i lettori. A cinquantasette anni il mio matrimonio è finito e quando ho cominciato a uscire con altre donne, tutte loro hanno avuto da raccontarmi una storia di abusi sessuali.
Forse i primi che devono incolpare i mass media sono proprio i mass media, perché sono loro che non hanno portato alla luce questi episodi prima, quando da tutte le risultanze emerge che questo andazzo ha una storia veramente troppo lunga.

Cecilia Lavopa