Intervista a Maria Oruña

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María Oruña (Vigo, 1976), laureata in legge, ha esercitato per dieci anni come avvocato. Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo, La mano del arquero, e nel 2015, con il successo internazionale de Il porto segreto (Ponte alle Grazie, 2023), decide di dedicarsi interamente alla letteratura. Da Ponte alle Grazie è uscito anche Quel che la marea nasconde (2022) ed è stata ospite a Noir in festival 2022.

In occasione dell’uscita de Il porto segreto abbiamo voluto rivolgerle qualche domanda:

1. Benvenuta Maria e grazie della disponibilità. “Il porto segreto” è un giallo avvincente la cui trama si dipana tra presente e passato, in un viaggio indietro nel tempo fino alla Guerra civile spagnola. Come è nata questa storia dalla trama così ben articolata?
M.: Ho scoperto un vero crimine avvenuto sulla costa della Cantabria nel 1953: una ragazza di diciannove anni aveva ucciso e smembrato il suo “señorito” per poi gettarlo da una scogliera. Mi chiesi che tipo di società, cultura e miseria avessero potuto portare una ragazza a comportarsi in quel modo. Non volevo raccontare la sua storia, ma una mia che la rispecchiasse; inoltre, conoscevo da mia nonna e da mio nonno molte usanze e curiosità sul modo di vivere in quei tempi estremi del dopoguerra che non trovavano riscontro nei libri e nelle enciclopedie, così ho immaginato un modo per raccontare tutte quelle storie sopite.

2. Valentina Redondo è un personaggio straordinario, una giovane donna forte, coraggiosa, determinata, affascinante in ogni suo aspetto, primo fra tutti quello sguardo particolare che rivela un passato difficile. Come hai costruito questo bellissimo personaggio e quali pieghe della personalità femminile hai deciso di raccontare attraverso di lei?
M.: Valentina rappresenta la dualità. L’eterocromia dei suoi occhi mostra deliberatamente e palesemente queste due versioni della stessa donna: insicura e piuttosto disordinata nella vita privata, mentre nella vita professionale è irreprensibile e crede di dover dimostrare il suo diritto di essere lì, a capo di una squadra di polizia. Tutti abbiamo versioni e ruoli diversi a seconda dell’ambiente in cui ci troviamo e dei nostri interlocutori, ma nel caso di Valentina questo contrasto è noto: la tenerezza che ci si aspetta dal suo cuore e la forza che deve esercitare nel suo lavoro.

3. L’altra grande protagonista del tuo romanzo è la Cantabria, un posto meraviglioso che ci fai venire voglia di visitare e scoprire. Relativamente a quest’aspetto, come avviene la costruzione della trama di un tuo romanzo? Ti lasci ispirare dal luogo e poi da lì la trama si dipana o hai la trama già ben delineata nella tua immaginazione e cerchi poi il luogo adatto in cui ambientarla?
M.: Credo che, nel mio caso, arrivi tutto insieme. Le storie non appaiono e basta, non sono una scintilla reattiva che improvvisamente richiede scenari o viceversa. Sento che le storie raccolgono pezzi qua e là, si mettono insieme gradualmente dentro di me, finché arriva il momento in cui tutti i pezzi del puzzle sono dentro. Devono solo essere messi in ordine e scritti.

4. Nel romanzo racconti una storia che appartiene al passato ma che lascia ancora oggi un segno indelebile, una storia dolorosa, fatta di violenza, miseria e povertà, facendo luce sulla condizione femminile e sulle dinamiche di un periodo storico difficile. Ci sono molte figure di donne che mi hanno colpito, prima fra tutte Jana. Come è nata questa figura e quanto credi sia ancora importante, oggi, parlare di queste tematiche?
M.: Credo che la cosa fondamentale, nel raccontare una storia, sia la prospettiva. Nessuna delle donne o degli uomini nella voce del passato si sarebbe comportata allo stesso modo se fosse nata all’epoca di Valentina e Oliver. Il fatto che ci siano due voci narranti è dovuto a questo stato d’animo riflessivo: in realtà, stiamo raccontando sempre la stessa storia. Un bambino nascosto in un muro era una fine per alcuni, e un inizio – dopo la sua comparsa – per altri. Il 90% di ciò che viene narrato con la voce del passato (modi di vestire, corteggiamenti, tipi di feste, ambizioni) corrisponde alla realtà. Per esempio, quando descrivo come la famiglia di Jana scopre lo scoppio della guerra mentre si trova sulla spiaggia, sto in realtà raccontando come l’ha scoperto mia nonna. È importante salvare questo tipo di personaggi, la loro forza e il loro coraggio, perché – anche se non vengono nominati nella storia – sono esistiti, e stiamo parlando di una generazione molto vicina alla nostra.

5. Nella storia è presente anche un universo maschile diversificato, caratterizzato da personalità molto varie e da tipologie di relazioni e interazioni differenti. Fra tutti, uno dei personaggi che mi ha maggiormente coinvolta è Oliver. Quali aspetti della sfera emotiva maschile racconti attraverso questo personaggio e come lo descriveresti in antitesi a Sabadelle, uomo invece dalla personalità e dalla mentalità completamente diverse?
M.: Oliver, nel romanzo, si pone dalla parte del lettore. Avevo bisogno che fosse uno straniero per poter mostrare al lettore, in modo naturale, cosa c’era di strano o sorprendente nel modo di essere della gente del nord della Spagna, nella gastronomia e nel paesaggio. Il suo umorismo flemmatico e beffardo contrasta con la costante tensione di Valentina, in modo che l’equilibrio narrativo sia perfetto. Il contrasto con Sabadelle è più che noto, in quanto il sottotenente è retrogrado, maschilista, sboccato e invidioso: tuttavia, non ci sta affatto antipatico, lo riconosciamo in quel fastidioso collega d’ufficio o in quel tipico cognato saccente. Era necessario includere diversi registri, perché per me era naturale e normale; non tutti possono essere dei simpatici supereroi.

6. Un aspetto della narrazione che mi ha particolarmente incuriosita sono le citazioni che inserisci all’inizio di ogni capitolo. Come è nata questa idea?
M.: Wow. Nessuno me lo aveva mai chiesto prima. La verità è che non lo so; all’improvviso mi è venuta un’idea: e se fossi in grado di provocare il lettore, di dargli un indizio di ciò che accadrà in ogni capitolo, ma senza dirglielo esplicitamente? Mi sono rivolto a scienziati, scrittori e persino a sceneggiature cinematografiche. Ho pensato che fosse divertente e l’ho fatto con tutti i libri della serie, anche se in modo più elaborato.

7. Venendo alla tua produzione più in generale, come ti sei avvicinata al giallo e quali sono gli elementi di questo genere che suscitano in te maggior fascino?
M.: Non sapevo di scrivere un romanzo poliziesco finché non ho ricevuto la prima copia di “Il porto segreto” e non ho visto che sulla copertina c’era scritto “romanzo poliziesco”. Scrivo e scelgo i miei soggetti istintivamente, e questo mi porta sempre al mistero. È molto difficile suscitare la curiosità di qualcuno, riaccendere quell’energia infantile per scoprire la verità sulle cose. Credo che sia questo il motivo per cui scrivo, perché è una sfida realizzare quella magia.

8. Ho letto nella tua biografia che hai esercitato per anni come avvocato. Quali aspetti della professione ti hanno maggiormente formata e quanto ti hanno poi aiutato nella tua carriera di scrittrice?
M.: Non sono mai stata un avvocato penalista, e di conseguenza non ho mai lavorato con il diritto penale o nelle carceri, ma è vero che come avvocato del lavoro e del commercio, ogni volta che dovevo scrivere per un giudice dovevo scrivere con molta attenzione; ogni sfumatura, ogni parola, poteva essere di parte o poteva trasformare un testo in un senso o nell’altro. Credo che questo mi abbia aiutato a esprimermi e a scrivere correttamente e con grande attenzione, a essere sottile. Poco altro.

9. Attraverso i tuoi romanzi sveli aspetti e dinamiche importanti della nostra società, suscitando nel lettore profonde riflessioni. C’è un tema di attualità che ti interessa particolarmente e che vorresti affrontare in un prossimo romanzo?
Ci sono sempre temi interessanti di cui parlare, che cambiano e si evolvono con i tempi. Fatta salva la divertente trama (chi è l’assassino?), in Porto segreto critico apertamente l’abbandono della nostra storia; nel secondo della serie, l’abbandono delle istituzioni alla scienza; nel terzo, l’abbandono delle istituzioni alla cultura; nel quarto (Quel che la marea nasconde) apro il dibattito sul classismo, la borghesia, la monarchia, la repubblica, l’ambientalismo…; la quinta, riflettendo sulla censura letteraria storica e attuale, perché solo ciò che si teme è proibito, e la sesta… È nel forno e nell’argomento che tratta…. Non ve lo dico!