Intervista a Marina Visentin

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Marina Visentin, nata a Novara, vive e lavora a Milano. Laureata in filosofia, è traduttrice, consulente editoriale e ha collaborato con varie testate nazionali, scrivendo di cinema. Ha pubblicato testi di critica e storia cinematografica, libri di filosofia e psicologia. Dopo la fiaba noir Biancaneve (Todaro Editore, 2010), ha scritto La donna nella pioggia (Piemme, 2017). Con SEM ha pubblicato Cuore di rabbia (2021) e Gli occhi della notte (2023).

L’abbiamo intervistata e leggete un po’ cosa abbiamo scoperto sul nuovo romanzo Gli occhi della notte, edito da SEM:

1. Benvenuta su Contorni di noir, Marina, grazie per la tua disponibilità. Iniziamo subito dalla tua straordinaria protagonista. Giulia Ferro è una donna tenace, forte, dallo sguardo disincantato, un personaggio che resta nel cuore del lettore e del quale ogni volta ci riveli qualcosa di più. Quali aspetti della femminilità contemporanea, dell’essere donna oggi, hai voluto mettere in luce attraverso Giulia?
M.: Giulia Ferro è una donna forte, dal carattere deciso, poco incline ai compromessi, ma la sua forza è in realtà frutto di una estrema vulnerabilità. Sono le ferite che la vita le ha inflitto, fin dalla più tenera età, che hanno forgiato il suo carattere e l’hanno resa coraggiosa nella vita privata, determinata nel lavoro. Da un punto di vista professionale la corazza che da un certo punto in poi ha deciso di indossare per proteggersi le è stata utile, le ha consentito di fare carriera, per esempio, raggiungendo il ruolo di vice questore, ma questo non significa aver risolto tutto, aver ricucito ogni ferita, colmato ogni buco. Non significa certo aver trovato il segreto della felicità. Anche perché – forse – questo segreto semplicemente non esiste.
Per troppo tempo alle donne è stato insegnato che la chiave della felicità era da cercare nel mettersi al servizio degli altri, della famiglia, occupando il ruolo di moglie e madre così come concepito all’interno della visione patriarcale del mondo. Ecco, Giulia Ferro no. Le sue scelte, il suo modo di vivere, la sua solitudine (sempre rivendicata, anche quando è fonte di sofferenza) sono in fondo una risposta proprio a questo. Un tentativo di dire IO, di costruire la propria identità a partire da un’idea di libertà e di autonomia. Da questo punto di vista Giulia è pienamente una donna di oggi: con tutte le sue fragilità e la sua energia vitale. E la sua testarda volontà di cercare il proprio posto nel mondo senza lasciare che siano altri a deciderlo.

2. Ne “Gli occhi della notte” Giulia si trova ad indagare sull’omicidio di una bambina di 7 anni, un delitto fra i più atroci, che scuote la coscienza nel profondo e lascia dietro sé lo sgomento più istintivo. Come è nata l’idea di questa trama?
M.: Mi sono rivolta ancora una volta alla cronaca, come tante altre volte nei miei romanzi e racconti. E purtroppo anche nella cronaca recente, degli ultimi mesi, i casi di bambini scomparsi nel nulla non sono mancati. Casi a volte rimasti irrisolti, altre volte conclusi con il ritrovamento della povera vittima, non sempre con l’individuazione del colpevole. Delitti aberranti che possono avvenire negli ambienti più diversi ma che sempre sono in grado di scuotere le nostre coscienze. Perché tutti i delitti sono ingiusti, ma alcuni lo sono più di altri.
In particolare, mentre elaboravo la trama di Gli occhi della notte avevo in mente un caso specifico, rimasto senza soluzione, e per il quale ho voluto immaginare la conclusione. Non posso però dire esplicitamente a quale caso mi riferisco, perché vorrebbe dire svelare l’esito dell’indagine in cui è impregnata Giulia Ferro.

3. “Ci sono indagini che somigliano al mito di Sisifo, passi il tempo a spingere su per la montagna un masso enorme, che però scivola sempre indietro, rendendo del tutto vano il tuo stupido sforzo”. Questa volta l’indagine procede al buio per una larga parte del romanzo lasciando negli agenti un segno di frustrazione evidente. Perché questa scelta – che personalmente ho trovato molto interessante – e come ti sei misurata con l’immobilità che nasce dalla mancanza assoluta di indizi?
M.: Una delle idee da cui sono partita era quella di un’indagine che gira intorno a una sorta di grande buco, perché manca la scena del crimine. Fino alle ultime pagine, fino all’ultimo capitolo non si riesce a trovare il colpevole perché, prima di tutto, non si riesce a capire dove è avvenuto il delitto.
Il luogo da cui la piccola vittima è sparita è da subito identificato con chiarezza, il luogo in cui il cadavere è stato trovato anche, ma nessuno dei due luoghi è la scena del crimine. Ogni tentativo di usare le armi della polizia scientifica è quindi destinato al fallimento. Più che andare alla ricerca di indizi da analizzare e scrutare, per superare il senso di frustrazione, Giulia Ferro cerca di usare quindi un’altra arma, molto particolare, la stessa che usano gli scrittori: la pura e semplice immaginazione.

4. Attraverso l’indagine sveli inoltre diverse dinamiche della società e della famiglia contemporanea che si nascondono dietro l’omicidio della piccola Cinzia, lasciando al lettore importanti spunti per riflessioni profonde. Quanto, a tuo parere, il genere noir è ancora capace di fotografare le pieghe più oscure della realtà e diventare strumento di critica sociale?
M.: Penso che un delitto, la presenza di un cadavere al centro di una scena, al centro di una narrazione, sia una sorta di lente di ingrandimento capace di svelare molto di ciò che c’è intorno. Per questo il noir è più di altri generi in grado di farsi strumento di critica sociale, proprio perché è capace di illuminare le pieghe oscure dell’animo umano, i segreti inconfessabili che si celano anche nelle famiglie apparentemente più felici, le paure e gli spaventi che noi per primi non vogliamo vedere, e tendiamo a non confessare nemmeno a noi stessi.

5. L’altra grande protagonista dei tuoi romanzi è Milano, una città dai mille volti che tu ci riveli nel suo profilo più vero. Qual è la Milano che ci racconti e che rapporto hai con lei?
M.: Non c’è un’unica Milano. Ce ne sono tante di Milano. Spesso si parla di centro e di periferia, ma non c’è un unico centro, tanto meno un’unica periferia. Affori e Niguarda, il parco Nord sono quartieri indiscutibilmente periferici ma non per questo contraddistinti da particolari emergenze sociali o criminali. Che a volte si trovano in altri punti della città, magari in quartieri ben più centrali. Penso per esempio al cosiddetto “fortino dello spaccio” di via Gola, a due passi dalla movida dei Navigli. Insomma, nel passaggio da un quartiere a un altro, a volte addirittura dentro uno stesso quartiere, ci sono differenze che mi piace raccontare, anche e soprattutto per sfatare la narrazione stereotipata che di Milano viene fatta da certo cinema, da certe serie TV – dove sembra che i ricchi a Milano abitino solo nei grattacieli di Porta Nuova o a Citylife.
Pur essendo una città relativamente piccola, Milano è una città complessa, ricca di differenze, di sfumature. Una città che negli ultimi decenni è molto cambiata. In meglio, a volte, in peggio da altri punti di vista. Una città sempre più bella ma non sempre davvero ospitale. Una città con la quale Giulia Ferro ha un rapporto complesso, di amore e odio, che un po’ è anche il mio.

6. Venendo alla tua scrittura, anche in questo romanzo i dialoghi rivestono un ruolo fondamentale nella narrazione, diventando parte integrante di un racconto sempre ben ritmato che svela le pieghe più profonde della storia e dei profili psicologici dei personaggi. Come nasce questa scelta e come riesci ad armonizzare sempre così bene tutti gli elementi del racconto?
M.: I dialoghi sono fondamentali all’interno di un romanzo – non sono di certo la prima a sostenerlo. Un dialogo non deve necessariamente essere bello, può anche esserlo, ma non è questo l’obiettivo. Deve essere il più possibile autentico, vero. Ho detto “il più possibile” perché in realtà bisogna sempre partire dalla constatazione che una narrazione, per quanto si voglia essere realistici, non potrà mai essere davvero fedele alla realtà. Scrivere un romanzo è sempre una sorta di tradimento rispetto alla realtà. Io posso partire dalla conoscenza di come si svolge una vera indagine, di quali sono i suoi passaggi, anche da un punto di vista delle procedure da seguire, posso andare a intervistare un vero poliziotto, farmi raccontare tutto dalla viva voce dei protagonisti, ma poi, se tutto questo deve diventare un romanzo, e un romanzo avvincente, io devo accettare il rischio dell’infedeltà. Devo reinventare, cambiare, prendermi delle libertà, dare una voce ai diversi personaggi, una voce che suoni autentica, anche se è frutto della mia immaginazione.

7. Ho letto nella tua biografia che sei laureata in filosofia. Quanto ti aiuta questa tua forma mentis nell’attività di scrittrice di gialli?
M.: Tantissimo. La filosofia è prima di tutto una sorta di parete di roccia dove allenare la mente, affinare lo sguardo, affilare le armi dell’intuito e dell’intelletto. Scrivere un giallo, in tutte le sue possibili sfumature (dal nero al rosso sangue al thriller), vuol dire confrontarsi inevitabilmente con il problema dell’esistenza del male nel mondo, ma anche con i concetti di giustizia, colpa, verità e menzogna.
Molti dei temi fondamentali da sempre al centro della riflessione dei filosofi sono quindi gli stessi che troviamo in qualunque romanzo giallo. Ecco, secondo me, a volte questi temi possono essere trattati in modo superficiale, stereotipato, unidimensionale, in certa narrativa di genere basata più che altro sul meccanismo e sul colpo di scena fine a sé stesso. Invece, se si vuole approfondire, dare una profondità psicologica ai personaggi, affrontare certi temi in modo non superficiale, la filosofia può essere utile, eccome! Infatti, a Giulia Ferro ho prestato la mia laurea in filosofia.

8. C’è un aspetto della società o un tema che ti sta particolarmente a cuore che non hai ancora approfondito e del quale vorresti parlare in un prossimo romanzo, magari con protagonista sempre Giulia Ferro?
M.: Nel prossimo romanzo, che sto già scrivendo e che vede sempre protagonista Giulia Ferro, in effetti ho in mente di affrontare un tema per me di grande interesse, quello del terrorismo che ha insanguinato l’Italia fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Un tema che mi appassiona sia nei suoi aspetti più direttamente politici, sia in quelli più generali e che potremmo definire etici. Nel prossimo romanzo Giulia Ferro si troverà a indagare su due delitti che apparentemente non presentano alcun punto di contatto, ma in realtà sono collegati proprio attraverso una serie di eventi che risale al passato e coinvolge ex terroristi sia rossi che neri.

Intervista a cura di Linda Cester