Intervista a Ashley Audrain

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(credit Barbara Stoneham)

Ashley Audrain vive a Toronto. Ha lavorato a lungo come capo ufficio stampa di Penguin Books Canada. La spinta (Rizzoli, 2021), il suo primo romanzo, ha conquistato gli editori di tutto il mondo: è stato tradotto in 34 paesi e i diritti televisivi sono stati acquisiti dai produttori di C’era una volta a… Hollywood.

Uscito da poco in libreria il nuovo romanzo, pubblicato sempre da Rizzoli e dal titolo Sussurri, l’abbiamo incontrata a Milano in occasione di Noir in Festival e questa l’interessante chiacchierata che abbiamo realizzato:

1. Buongiorno Ashley, grazie della disponibilità. Con “Sussurri” regali ancora una volta a noi lettori una storia che resta nel cuore e fa riflettere, svelando il lato più segreto dell’animo femminile in relazione alla maternità. Come è nata l’idea di questo thriller così coinvolgente?
A.: L’idea mi è venuta mettendo insieme alcuni elementi diversi, ne “La spinta” mi ero concentrata sul tema della maternità. Con “Sussurri” stavo avvicinandomi alla quarantina e anche gli amici intorno a me più o meno ci stavamo avvicinando all’inizio della fase della mezza età. Mi sono accorta che era un momento interessante delle nostre vite, perché se a vent’anni facevamo progetti in una fase molto egoistica e bellissima della ricerca della propria identità, a trent’anni invece è stata la fase della scelta vera e propria dell’iniziare una famiglia, del trovare o sposarsi con un compagno, dell’avanzamento della carriera. Con i quarant’anni, invece, tutte le donne che mi circondavano affrontavano per la prima volta un momento in cui facevano il punto, cercavano davvero di capire se erano riuscite a essere quello che desideravano, se erano soddisfatte di quello che avevano creato. E quando la risposta a queste domande è stata negativa, le conseguenze sono state piuttosto pesanti, perché arrivi a chiederti che cosa fai, perché cambiare le cose a quel punto è davvero difficile.
Quindi ho pensato che fosse un momento veramente interessante e anche pieno di complessità a cui dedicarsi con la scrittura perché carico di tensioni, di paure, di ansie diverse da quelle affrontate ne “La spinta”. Questo è di fatto il nocciolo del tema che volevo affrontare a cui si sono aggiunti altri elementi che sono confluiti nella trama.

2. Nel romanzo ci sono personaggi femminili intensi che mi hanno profondamente colpita. Da un lato c’è Whitney, una donna bella, impeccabile, ammirata. Nel libro viene descritta come una madre che “non si assoggetta alle convenzioni sociali che provocano tanti sensi di colpa nelle altre madri che lavorano.” Dall’altra c’è Blair, convinta “di essere l’unica al mondo a poter fare quello che fa per la figlia”, e che ora, a quarant’anni, si ritrova a sentirsi “irrilevante”. Come hai costruito questi bellissimi personaggi? 
A.: Mi piaceva moltissimo l’idea di avere due personaggi femminili che fossero così diversi. Whitney e Blair hanno un approccio rispetto alla loro identità femminile molto diverso, ma sono anche molto amiche e sono immerse una nella vita dell’altra. Il che fa anche sì che provino una certa invidia tra loro e questa prossimità fisica, visto che sono vicine di casa, in qualche modo rende questa situazione più difficile da gestire, una sorta di costrizione. La loro amicizia è nata perché i figli giocavano insieme e questo mi ha fatto anche riflettere sulla mia esperienza personale riguardo amicizie che si sono sviluppate con persone i cui figli giocano insieme ai miei o fanno attività sportiva insieme.

Quindi è un legame sicuramente sincero ma che ha anche un suo aspetto di convenienza, anche se nel caso di Whitney e di Blair è comunque un’amicizia genuina e reale. Mi è piaciuta molto l’idea di sviluppare questi due personaggi che in qualche modo sono uno lo specchio dell’altra e questo genera una dinamica di potere che nel libro ha alti e bassi, gli equilibri cambiano a seconda del momento in cui ci troviamo, tutto questo crea secondo me una tensione emotiva molto naturale che ci fa capire che tutte queste cose possono coabitare all’interno di un’amicizia fra donne. C’è l’amore, c’è la lealtà soprattutto da parte di Whitney nei confronti di Blair ma ci sono anche sentimenti come l’invidia o la vergogna che una prova nei confronti dell’altra e quindi è stato molto divertente poter lavorare con questa fortissima tensione psicologica che si sviluppa a partire da questa amicizia. Le mie amiche tendono spesso a precisare di non essere assolutamente una fonte di ispirazione per uno dei personaggi del libro e questa cosa mi fa molto ridere.

3. Non è mai capitato che le amicizie, le conoscenze chiedessero “Ti racconto la mia esperienza che devi assolutamente mettere nel prossimo tuo libro..”?
A.: Sì, sì (ride) succede ma finora non mi sembra di avere ottenuto materiale nuovo sufficiente… Comunque succede sia da parte di amici sia di sconosciuti.

4. Nel romanzo hai indagato l’esperienza della maternità in diverse sue forme, e ci sono altri due personaggi femminili che ne rappresentano aspetti ancora diversi. Mi riferisco a Rebecca, che cerca la maternità a tutti i costi e a Mara, con la sua storia difficile alle spalle. Ognuna di loro è capace di cogliere un aspetto dell’animo femminile in relazione a un’esperienza così intima e viscerale com’è la maternità e si percepisce quasi il filo invisibile che le lega. Come è stato per te misurarti con la caratterizzazione psicologica di questi personaggi?
A.: Io credo che ci sia in realtà un po’ di me stessa in ognuno di questi personaggi. Alcuni scrittori, soprattutto scrittori e scrittrici che scrivono crime negano di avere un legame con i personaggi che raccontano e mi è capitato di essere su un panel insieme a Lisa Jewell e Shari Lapena e dovevamo rispondere a delle domande dal pubblico e a un certo punto è stato chiesto: “Vi siete ispirate a voi stesse nei personaggi?”, ha risposto prima Lisa dicendo di no, poi ha parlato Shari che ha detto assolutamente no e poi sono arrivata io e ho detto: “La mia risposta è leggermente diversa, in realtà c’è qualcosa di personale in ognuno dei miei personaggi”. Non so, forse non bisognerebbe ammetterlo, ma per me è veramente così ed è anzi parte proprio del divertimento.

Per quanto riguarda quello che lega tutti questi personaggi femminili dal punto di vista psicologico sono quattro donne che stanno affrontando il tema di quello che loro desiderano essere e come fare per ottenerlo. Nel caso di Whitney, per esempio, lei è quella più coraggiosa, più intraprendente nell’ottenere ciò che vuole anche se poi le conseguenze possono essere pesanti. Blair invece è una che non ha veramente capito che cosa vuole, si rende conto dell’esistenza di un disagio però al tempo stesso forse le risposte sarebbero troppo difficili da accettare, quindi in qualche modo le respinge. Mentre

Mara ha avuto una vita interessantissima ma non ha mai avuto la possibilità di scegliere, è emigrata dal Portogallo, non è mai stata indipendente e quindi si trova ad affrontare il suo rimpianto e a chiedersi che cosa avrebbe potuto fare che non ha fatto.
Rebecca ha un solo desiderio ed è convinta sia quello che la renderà felice, ma è una cosa che non riesce a ottenere perché trascende il suo controllo e tra l’altro tutti continuano a dirle di avere speranza di restare incinta e lei non riesce a farlo per sé, eppure di lavoro aiuta le altre mamme ad accudire e a seguire i loro bambini. Credo che il legame psicologico però che le unisce tutte e quattro sia proprio questo, il fatto che si stiano interrogando su quello che desiderano davvero, come fare per ottenerlo o se non sia il caso invece di scendere a patti e rendersi conto che non possono ottenere quello che desiderano.

5. Oltre alla componente femminile, ci sono personaggi maschili molto interessanti, ognuno dei quali esercita un riflesso importante sulla vita delle donne protagoniste. Quale aspetto delle relazioni affettive hai voluto cogliere attraverso loro e quale dinamica relazionale rispetto alla quale è necessaria secondo te, visti i tempi attuali, una riflessione profonda?
A.: Quando ho iniziato a scrivere il libro, sapevo che avrei raccontato la storia dai quattro punti di vista delle donne, ma mi è piaciuto anche giocare con la prospettiva maschile per consentire al lettore di aver un quadro più completo. In entrambe le relazioni di Jacob e di Aiden c’è uno squilibrio di potere. Blair sospetta che Aiden abbia una relazione, lui la rassicura, le dice che è tutto nella sua testa e lei si chiede se questi sussurri che sente corrispondano alla verità oppure se è solo lei che banalmente è infelice. Al tempo stesso Aiden ha però un potere molto forte su di lei che esercita anche in modo molto sottile, visto da fuori sembra un matrimonio felice, lui è simpatico, piace a tutti, hanno una figlia molto carina, visto da fuori sembra che vada tutto bene ma in realtà lui esercita su di lei un potere sia emotivo che economico e Blair sa che anche se dovesse decidere di andarsene non potrebbe, banalmente per motivi economici. Credo che sia un vero problema per moltissime donne, anche quando non è una situazione di abuso o di violenza fisica ci può comunque essere una dinamica di potere forte in molte relazioni. Whitney ha una relazione completamente diversa con suo marito Jacob, non dipende da lui, è autonoma anche dal punto di vista economico, sa perfettamente chi è ed è lei semmai a rimettere in dubbio il loro matrimonio, cosa che il marito sa e sente che questa minaccia incombe su di lui. Quindi è una situazione veramente invertita quella di Whitney e Jacob e sicuramente meno comune, ma può esistere e in effetti Jacob manca completamente di fiducia in sé stesso perché sa che la gente che li circonda percepisce questa sua mancanza di sicurezza all’interno del matrimonio.

6. Narrando con lucidità e onestà il lato più nascosto della maternità consenti al lettore di riflettere sulle aspettative sociali che ancora incombono sulle donne, non ancora libere di esprimere fino in fondo disagi e difficoltà legati anche a una condizione così complessa come quella di essere madre. Quanto secondo te è ancora importante parlare di questi temi? Quanta strada c’è ancora da fare in questo senso?
A.: È un aspetto importantissimo per me, credo che continuerò a scrivere di questi argomenti, la femminilità in genere e la maternità e anche gli aspetti che provocano un certo disagio, che ci mettono in difficoltà nel momento in cui li affrontiamo e che tuttavia sono aspetti della realtà. Spesso mi si dice: “Ma come sono dark, come sono i luoghi oscuri che affronti nei tuoi libri”. Rispondo che però è la vita a essere così. Faccio un esempio: il personaggio di Rebecca ha diversi aborti spontanei e io stessa ne ho avuti tre fra i miei due figli. Ricordo che è stata per me un’esperienza profondamente scioccante perché non sapevo davvero cosa aspettarmi, quale dovesse essere il mio passo successivo e benché io sia una persona molto informata, non sapevo cosa fare, è stata un’esperienza molto straniante. Ho capito che questo era anche dovuto al fatto che è un fenomeno che accade fuori dalle scene. Se, e come, e quando le cose cambieranno io questo non lo so, ma credo che possa essere davvero un elemento molto potente quello di raccontare questo tipo di verità sulla pagina o sullo schermo perché ci permette di fare in modo che anche gli uomini assistano a queste scene, ne capiscano le dinamiche e quindi per questo motivo lo ritengo molto importante.

7. C’è un aspetto della psicologia femminile o maschile legato o meno all’esperienza della maternità che ancora non hai indagato e che ti piacerebbe diventasse tema per una prossima storia?
A.: Sì, sto lavorando a un terzo romanzo e fin qui ho voluto scrivere ed esplorare le paure, le mie paure più grandi o quelle che io penso siano anche delle altre donne e credo che la suspense, l’elemento di thriller nasca esattamente da questa esplorazione. Il terzo libro riguarda quella che davvero è la mia paura più grande in assoluto e la scrittura di questo romanzo è un processo molto interessante. Ho sempre scritto di maternità e di femminilità in generale, ma sempre riferito esattamente alla fase della vita che sto attraversando io e quindi mi viene da pensare che continuerò a fare in questo modo poiché come ho detto sono sempre ispirata dalla vita che mi circonda, dalle cose che osservo e credo che andrò avanti a scrivere in questo modo. Riesco a vedermi, lo dicevo scherzando con un amico, a scrivere fra un po’ di tempo di menopausa, di una mamma che sta invecchiando e tenendo traccia via via di quello che succede.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa e Linda Cester