Gunnar Gunnarsson – L’uccello nero

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Editore Iperborea
Anno 2021
Genere Noir
274 Pagine Brossura – E-book
Traduzione di Maria Valeria D’Avino


In un villaggio desolato dell’Islanda del XIX secolo, nella fattoria più isolata vivono due coppie con i loro figli. Da una parte Bjarni con Gudrun, lui forte ed energico, lei malaticcia e lamentosa, dall’altra l’insignificante Jòn con la bellissima e fiera Steinunn. Dopo l’improvvisa e misteriosa scomparsa di Jòn, le voci di una presunta relazione tra Bjarni e Steinunn si fanno sempre più insistenti, e quando poco dopo anche Gudrun viene trovata morta in circostanze molto sospette, i presunti adulteri vengono accusati di duplice omicidio. Un giovane e inesperto cappellano di quella sperduta parrocchia, Eiùlvur Kolbeinsson, sarà il testimone e narratore del processo. Tocca proprio a lui, suo malgrado, assumersi la responsabilità pratica e spirituale della vicenda poiché il suo superiore, il prevosto Jòn Ormsson, non desidera in nessun modo essere coinvolto. Lui, uomo di Dio, non vuole scendere a compromessi con la giustizia terrena.

Inizia, così, il processo presieduto dal giudice Gudmundur Scheving il rappresentante della giustizia terrena. Un uomo spregiudicato e intransigente assolutamente convinto della colpevolezza di Bjarni e Steinunn. Però non disponendo dei corpora delicti e di nessun testimone oculare non vi è altra soluzione che procurarsi una confessione per poterli condannare a morte. Sa una cosa, mio buon cappellano? Sono quasi giunto alla conclusione che le fantasie e i sospetti cresciuti intorno a questo crimine siano più orribili del crimine stesso. Solo una cosa può cancellare i pensieri cupi e gli incubi che hanno generato. Quei due devono morire! Direi quasi: che abbiano ucciso o no! Devono morire a meno che lei non parli con loro e li convinca a dire la verità.
Il giovane e timoroso cappellano si ritrova, così, investito di un compito gravoso che gli procurerà un angosciante conflitto interiore: la necessità di dare conforto spirituale ai suoi due parrocchiani da una parte e la ricerca di una verità che soddisfi la giustizia terrena dall’altra.

“L’uccello nero” scritto nel 1928 e, basato su un crimine realmente accaduto agli inizi del XIX secolo, è considerato il capostipite del nordic noir.
Gunnarsson, attraverso lo sguardo e le riflessioni del giovane Eiùlvur, riesce in modo ineccepibile a dare profondità e suspense alla storia.
Con il passare dei giorni il cappellano è sempre più tormentato dai dubbi e dalle domande sul vero significato di colpa e giustizia, pentimento ed espiazione. Fino ad arrivare all’amara conclusione che ognuno di noi prima o poi, che lo voglia o no, si trasforma in torturatore e assassino. Tutti inchiodiamo alla croce il Figlio di Dio! In noi stessi o nel nostro prossimo. Ma la salvezza o la perdizione non vengono da fuori. Le porti dentro di te e questa è la tua responsabilità davanti a Dio.
Molto toccante il colloquio tra Eiùlvur e Steinnun. La felicità, sostiene la donna, non si lascia afferrare con le maniere forti e i destini degli uomini sono intrecciati tra loro e solo un cieco non è in grado vederlo. In realtà anche i carnefici sono delle vittime, vittime di se stessi e della società.

Un’opera, “L’uccello nero”, che offre diversi spunti di riflessione e di crescita interiore. La scrittura coinvolgente e, oserei dire, empatica di Gunnarsson fa in modo che il lettore si identifichi con la figura del cappellano Eiùlvur. E si ritrovi, come il prelato, a sentirsi responsabile del destino di un essere umano e domandarsi fino a che punto alla giustizia terrena è lecito spingersi nel giudicare e condannare gli uomini. E ancora che ruolo gioca, se ne gioca uno, il pentimento nella definizione della pena.
Se leggendo questa triste e amara storia il lettore si interroga su quale sia il filo sottile che unisce le vittime ai carnefici e se, anche, i carnefici possono essere delle vittime allora Gunnarsson può dire di aver raggiunto il suo scopo: insinuare il dubbio.

Benedetta Borghi


Lo scrittore:
Gunnar Gunnarsson (1889-1975), plurinominato al Nobel, è uno dei grandi nomi della letteratura islandese. Nato in una famiglia povera ma deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, si trasferisce in Danimarca dove riesce a terminare gli studi e comincia a scrivere romanzi che presto gli procurano fama internazionale e i più prestigiosi riconoscimenti. Tutte le sue maggiori opere sono state scritte in danese, tra cui Il pastore d’Islanda, La chiesa sulla montagna, L’uccello nero, e solo in seguito tradotte in islandese dall’autore stesso, che torna in patria nel 1939 per rimanervi fino alla morte. Il pastore d’Islanda ha avuto svariate letture e interpretazioni sia in Islanda che all’estero.