Giorgio Ballario e Latin Noir: Intervista a Edoardo Sacheri

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Eduardo Sacheri, 56 anni, scrittore, storico e insegnante, in questi giorni è molto impegnato in Argentina per l’uscita di un nuovo saggio, però ha trovato lo stesso il tempo per rispondere alle domande di Contorni di Noir sul romanzo “Noi due nella tormenta” (Guanda), tradotto e appena arrivato nelle librerie italiane. L’opera è ambientata nel 1975, esattamente come il famoso “Il segreto dei suoi occhi”, pubblicato nel 2005 e portato al cinema dal regista Juan Josè Campanella.

1. Sacheri, ha scritto un altro romanzo sugli anni Settanta e sul caos politico che precedette il golpe militare del 1976: perché tanto interesse per quel periodo che lei ha vissuto da bambino?
E.: Credo che il motivo per cui mi interessa così tanto scrivere di quegli anni abbia a che fare con il silenzio che in Argentina esiste su questo periodo di governo democratico, tra il 1973 e il 1976, prima con la presidenza di Peròn e poi della sua vedova, Isabel Peròn. È molto semplice e anche comodo parlare della dittatura di Videla, perché c’è un consenso totale nel condannare la brutalità del governo militare; però affrontare il periodo precedente è più scomodo. Penso che dipenda dal fatto che il Kirchnerismo (il peronismo di sinistra che ha governato in Argentina con i coniugi Kirchner, e poi fino allo scorso anno, ndr), e in generale la sinistra, si richiamano agli anni Settanta e rivendicano l’esperienza delle organizzazioni rivoluzionarie di quell’epoca; però hanno eliminato ogni riferimento al carattere violento e all’ala militare di quei movimenti. Quindi raccontare con profondità la violenza di quel periodo va contro il ricordo collettivo, parziale e distorto, che vuole invece coltivare quell’area politica.

2. I protagonisti del romanzo sono due amici ventenni che militano in formazioni guerrigliere diverse fra loro, una marxista (Esercito rivoluzionario del popolo, ERP), l’altra che appartiene alla sinistra peronista (Montoneros). Lei è anche storico, oltreché scrittore: in quell’epoca si poteva finire in modo casuale da una parte o dall’altra, come spesso è avvenuto in Italia nello stesso periodo? Ed eventualmente anche nell’estrema destra che combatteva contro Erp e Montoneros?
E.: ERP e Montoneros, benché fossero formazioni una di ispirazione marxista e l’altra della sinistra peronista, condividevano una generale tendenza rivoluzionaria e si ispiravano alla rivoluzione cubana, elementi che all’inizio degli anni Settanta attrassero molti giovani universitari e della classe media. C’è da dire che in Argentina il peronismo è da sempre un filtro attraverso il quale si giudicano le cose, quindi siccome i settori popolari erano profondamente peronisti, molti giovani pensavano che dovesse necessariamente essere Peròn l’intermediario, l’interprete, il leader in grado di portare avanti la rivoluzione socialista che sognavano.

E Peròn, durante l’esilio in Spagna, non li ha smentiti, anzi ha alimentato questa interpretazione che lo dipingeva come un leader rivoluzionario di sinistra. Solamente quando è tornato in Argentina per assumere la presidenza nel 1973 si è schierato in modo chiaro con la parte di destra del suo movimento; e non solo ha abbandonato i giovani rivoluzionari di sinistra, ma ha cominciato a perseguitarli. Prima lui, poi la sua vedova e il ministro Lòpez Rega, hanno consentito che gli apparati governativi creassero un’organizzazione paramilitare, la Triple A, per combattere i rivoluzionari. A differenza dell’Europa, dove ci furono giovani che decisero liberamente di militare in formazioni di estrema destra, qui da noi l’estremismo di destra è stato soprattutto una struttura parastatale. Erano quadri che facevano parte delle forze di polizia o dei sindacati, soprattutto i servizi d’ordine delle formazioni operaie che si riconoscevano come peronisti ma erano profondamente di destra.

3. Nel suo romanzo emerge una profonda spaccatura che all’epoca divideva la società argentina e che si sta riproponendo negli ultimi anni, si pensi al fenomeno di rivolta che ha portato alla presidenza Milei. C’è continuità o si tratta di situazioni diverse? E c’è il rischio che possa tornare la violenza politica?
E.: La società argentina ha una forte tendenza alla polarizzazione ma non mi sembra che l’attuale spaccatura assomigli a quella degli anni Settanta. Oggi viviamo un’epoca di profonda violenza verbale, ma siamo molto lontani dalla legittimazione della violenza politica che invece era abituale nell’Argentina degli anni Settanta. In quell’epoca un po’ tutti ritenevano che la violenza fosse uno strumento politico legittimo: lo credevano i movimenti rivoluzionari, ma anche il governo di Isabel Peròn, i sindacati, i militari, gli intellettuali, persino settori della chiesa cattolica. Ora questo concetto non esiste più, anzi dagli anni Ottanta in poi nessun movimento rilevante ha rivendicato il ruolo politico della violenza. E qui torno alla mia prima risposta: quando dico che nel ricordo romantico e nostalgico degli anni Settanta il Kirchnerismo sta ben attento a non parlare della violenza di quei gruppi rivoluzionari, ribadisco che lo fa solo perché adesso non esiste più un consenso nel considerare legittima quella violenza.

4. Un tema sempre presente nei suoi romanzi, anche in quelli non ancora pubblicati in Italia, è l’amicizia: perché?
E.: È vero, al di là dei diversi argomenti che affronto e delle trame dei romanzi, che ovviamente cambiano, ci sono alcuni temi fissi che non posso evitare di trattare e l’amicizia è uno di questi. Credo che ciò riguardi la mia concezione dell’esistenza, penso che l’essere umano affronti molte difficoltà nella vita, in sostanza vivere è difficile; quindi i vincoli che stabiliamo con le altre persone sono tra i non molti punti di forza su cui possiamo contare. L’amore, la famiglia, gli amici sono appunto le poche cose che ci permettono di tirare avanti nella nostra vita.

5. Finora tre dei suoi romanzi sono diventati soggetti di film, anche di grande successo (oltre al già citato “Il segreto dei suoi occhi, sono approdati sul grande schermo anche “Papeles en el viento”, nel 2015; e “La noche de la usina” nel 2019, in Italia uscito con il titolo “Criminali come noi”, ndr). Arriverà al cinema anche “Noi due nella tormenta”?
E.: Per ora il romanzo ha ricevuto soltanto alcuni sondaggi da parte di produttori cinematografici, ci sono state alcune conversazioni, chiacchiere, ma per il momento non c’è nulla di definito.

6. Ha dedicato il romanzo a suo padre e all’unica volta che l’ha visto piangere. L’episodio è legato a un ricordo familiare che riguarda proprio gli anni tragici del terrorismo: ce ne può parlare?
E.: In effetti nel 1974 un cugino di mio padre, un filosofo cattolico, un uomo di destra però assolutamente pacifico e senza contatti con la violenza politica di quel tempo, fu assassinato in un attentato dell’ERP (si tratta del professor Carlos Alberto Sacheri, ucciso dopo la messa davanti ai suoi tre figli, ndr). Un delitto che in qualche modo aveva a che fare con il grande dibattito sulla teologia della liberazione e con le tendenze terzomondiste della chiesa in America Latina. Benché l’ERP fosse un movimento marxista e trotskista, e quindi non si interessasse di questioni religiose, i suoi capi decisero che certi intellettuali di destra dovevano essere eliminati.
E il mio ricordo è appunto di quella domenica di dicembre, quando mio padre ricevette la notizia per telefono, e scoppiò a piangere di fronte alla famiglia. Io avevo sette anni e vedere mio padre, che ai miei occhi di bambino era una figura severa, solida e assolutamente forte, che scoppiava in un pianto irrefrenabile, per me è rimasto un ricordo indelebile. Purtroppo mio padre è poi morto pochi anni dopo e non così ho mai avuto la possibilità di parlare con lui di quell’episodio, da adulto ad adulto. Però fra i tanti compiti che la scrittura svolge nella mia vita, c’è anche questo: poter dialogare con i miei ricordi.