Intervista a Lilli Luini

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Lilli Luini è nata a Varese nel secolo scorso. Laureata alla Statale di Milano, con una tesi in sociologia sulla Scuola di Palo Alto, sognava di fare la ricercatrice. Ha trovato lavoro in campo finanziario e si è rassegnata. Non ha mai smesso però di coltivare le sue passioni. Da quando è adulta, dovunque vada, porta con sé due cose: un libro, perché potrebbe trovare il tempo per leggere, e la reflex, perché potrebbe imbattersi in qualcosa da fotografare.
Arrivata per caso alla scrittura, nel 2003 ha dato vita a un sodalizio letterario con lo scrittore e medico ligure Maurizio Lanteri. Insieme hanno scritto Non tornare a Mameson (2007) e La forgia del diavolo (2009), entrambi per la Fratelli Frilli editori. Nel 2010 per Todaro esce Bruja, secondo classificato al Nebbiagialla 2011. È del 2013 La cappella dei penitenti grigi (Nord). Nel 2016 vincono il premio Nebbiagialla con Iguana Club, pubblicato nel 2017 e nel 2018 pubblicano il seguito, La Strega Bambina sempre con la casa editrice Novecento.

L’abbiamo incontrata per farci raccontare qualcosa in merito al nuovo romanzo, “Nessuna traccia dell’assassino”, Edizioni Il Vento Antico:

1. Benvenuta su Contorni di noir, Lilli. Cosa vorresti che i lettori sapessero di te?
L.: Grazie di cuore per l’ospitalità. Allora… Non più giovane, ma ancora curiosa, ogni giorno scopro qualcosa che ignoravo. Ho da sempre due hobby, leggere e fotografare. La scrittura è venuta in seguito e solo perché spinta forte da due persone, mio marito e la psicoterapeuta, in un momento difficile. Mi dicevo… con tutta la gente che scrive, e pure bene, che cos’ho io da aggiungere? Sono sempre stata molto autocritica, probabilmente anche troppo, mentre con gli altri sono indulgente, i miei amici dicono troppo. Ma io voglio essere una brava persona, una che, se hai bisogno, sai che c’è.

2. Alla domanda: “Che cos’è ‘On Writing’?” Stephen King ha risposto: “È il romanzo della mia vita, non perché la mia vita sia un romanzo, ma perché la mia vita è scrivere”. Cosa rappresenta per te scrivere?
L.: Due cose. La prima, un hobby, un divertissement, perché scopro la storia man mano che la scrivo, proprio come se stessi leggendo un libro. La seconda, la mia casa sull’albero. Vale a dire: quando sono stanca, quando ho bisogno di scappare via per un po’ da un dolore, o un disagio, vado su e mi astraggo da tutto.

3. Arriviamo al romanzo, “Nessuna traccia dell’assassino”, terzo della serie della profiler Lorena Montaldi dopo “Tre giorni prima di Natale” e “Qui i fiori non crescono”, tutti pubblicati con la casa editrice Il Vento Antico. Un romanzo intricato, come non ne leggevo da tempo. Come è nata questa storia?
L.: Come tutte le mie storie, da uno spunto iniziale. Non so quando né come mi è sorta l’idea. Come sempre, sono partita dal crimine perché, anche quando leggo i gialli, non mi piace trovare capitoli dedicati ai personaggi e poi, a pagina 50, il delitto. Una volta stabilito quello, ho costruito intorno la scena del ritrovamento del cadavere. Il resto è venuto capitolo dopo capitolo.

4. La Montaldi è una psicologa forense e criminologa, un lavoro che ha scelto nell’illusione di liberare il mondo dal male, o almeno fare la propria parte. Così si descrive. Ci vuoi parlare di lei?
L.: Lorena esce direttamente dal mio immaginario, influenzato prima dai miei studi e poi da Criminal Minds. Ho cercato di darle una personalità attinente al suo tempo, non assomiglia minimamente a me, ma mi è figlia. Nel senso che a sua madre, Margherita, ho dato i miei principi etici, i miei ideali, il mio credo e quindi così l’ha educata. Lorena è una donna che crede nella giustizia, non ha paura di combattere ma ha paura di amare, cosa che ho riscontrato in moltissime persone della sua età che frequento.

Qui l’incontro su YouTube:

5. Ho trovato che questo, oltre a essere un poliziesco, sia un libro sulle relazioni. Tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra colleghi di lavoro. Cosa ne pensi?
L.: Probabilmente è davvero così, perché io credo che tutta la nostra vita stia nelle relazioni con gli altri. Mi sono laureata con una tesi sulle dinamiche del comportamento e delle relazioni umane e quello che ho imparato mi è servito per tutto il resto della mia vita. E continuo a studiare, per poter scrivere: il poliziesco si basa sull’interazione tra le persone, anche il delitto nasce da qui e anche la sua soluzione.

6. Quanto credi che siano importanti in un romanzo di genere il risvolto psicologico e le dinamiche tra i ruoli diversi?
L.: Se non ci fossero, scriveremmo una cronaca che si legge ma non coinvolge. Come dicevo prima, il delitto è solo l’atto finale di un processo i cui attori sono molteplici, non necessariamente solo vittima e assassino, e legate tra loro da relazioni che nel tempo si sono sviluppate male e sono andate avanti peggio.

7. C’è un’attenzione particolare ai dialoghi, soprattutto per quanto riguarda gli interrogatori. È un modo per mantenere vivace la storia o è una tua scelta stilistica?
L.: Tengo molto a essere realistica. Dato che non lavoro nel campo giudiziario, ho studiato moltissimo su questo argomento.

8. Hai pubblicato svariati romanzi noir, insieme a Maurizio Lanteri per 17 anni. A un certo punto hai voluto cimentarti nel poliziesco puro. Cosa ti ha attirato di quel genere specifico?
L.: Mi è sempre piaciuto sia come lettrice che come spettatrice di serie TV. Gareggio con gli inquirenti per arrivare alla soluzione prima di loro, sono super attenta ai dettagli. Insomma, quando ho deciso di provare a scrivere l’idea era il poliziesco. Come dicevo, ho studiato sociologia quindi anche il noir per me ha molte attrattive ma è meno divertente, mancando il meccanismo da orologio svizzero che devi costruire nel poliziesco.

9. Quali aspetti della scrittura a quattro mani ti piaceva e quali della scrittura in solitaria? Mi piace una frase che hai detto in una precedente intervista che: “I libri sono comunque figli, che abbiano due genitori o un genitore unico”.
L.: Confermo, è proprio così. Scrivere in due è condividere un mondo che si sta creando ed è stato divertentissimo. Dopo un po’ di anni, però, mi sono resa conto che le differenze di idee, gusti, anche visioni del mondo tra me e Maurizio si facevano sentire, prima fra tutte il fatto che io volessi scrivere polizieschi e lui no. Ho imparato molto da quell’esperienza, in particolare a contenere la mia scrittura, a non allargarmi troppo, insomma.

10. In una intervista dici che il tema della mente umana e delle interazioni tra le persone è da sempre uno dei tuoi interessi principali. Quale aspetto ti ispira maggiormente?
L.: La comunicazione, verbale e non verbale. Ognuno di noi ne viene influenzato fin dalla primissima infanzia e determina la persona che si diventa.

11. Tante case editrici, tante esperienze diverse. Ce ne vuoi parlare?
L.: Un percorso abbastanza accidentato, effettivamente. Caratterizzato nei primi anni dal desiderio di approdare a una grande casa editrice, con l’illusione che fosse un traguardo. In realtà è stata una grande amarezza, un’esperienza che mi ha lasciato il segno. Dopo di allora c’è stata una casa editrice di buon livello – Laurana – per gli ultimi due libri a quattro mani. Confesso di avere un eccessivo pudore a propormi e a farmi pubblicità, per cui se non fosse capitato Vento Antico… questi libri in firma singola sarebbero rimasti inediti.

12. Sei poi approdata a Edizioni Il Vento antico, vogliamo descrivere un po’ com’è stata la tua esperienza? Tu dici dei grandi editori: “Se non sei del giro giusto, non c’è nulla da fare. Puoi anche entrare ma ti faranno sempre sentire un intruso. Uno fuori posto.”
L.: Vento Antico è una realtà piccolissima ma onesta e attiva. Con la direttrice siamo davvero amiche e godo della sua fiducia tanto che mi ha affidato il ruolo di capo editor. Non ho stress, lavoro con serenità e mi prendo le soddisfazioni che vengono. Essendo una casa editrice prevalentemente digitale, il libro non va in libreria e questa è l’unica cosa che mi manca e che penalizza anche nell’organizzare presentazioni. Ma alla fin fine…. avere una o due copie nascoste in uno scaffale non farebbe la differenza, perché appunto se non sei nel giro giusto le porte sono chiuse. Non mi riferisco solo alle case editrici, ma anche alle rassegne letterarie, agli eventi, alle stesse librerie che fanno presentazioni. Alla fine io ho rinunciato. Non sono mai stata competitiva, non so sgomitare, ma meno ancora sopporto di sentirmi a disagio.

13. Quali progetti stai portando avanti in questo momento? So già che sei al lavoro sul nuovo romanzo, il quarto della serie. Ci vuoi anticipare qualcosa?
L.: Il quarto della serie è agli inizi. Sarà una storia che si svolge in un periodo breve, una catena di omicidi che spaventeranno molto la squadra e tutta la città.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa