Editore Nero Rizzoli / Collana Nero Rizzoli
Anno 2026
Genere Thriller storico
330 pagine – brossura e ebook
Con La notte del terzo fuoco, il suo primo romanzo, Giuseppe Staffa entra nel panorama del thriller storico scegliendo un’ambientazione tanto affascinante quanto poco “considerata”: la Roma barocca del 1635, nel pieno del pontificato di Urbano VIII.
Il romanzo prende spunto da una vicenda realmente accaduta e trasformandola in una narrazione di grande tensione, in cui il mistero del crimine si intreccia con la ricostruzione storica, la riflessione morale e il ritratto di una società attraversata da profonde contraddizioni e brutture.
Ci sono romanzi storici che si limitano a ricostruire un’epoca e altri che, attraverso il passato, interrogano il presente. La notte del terzo fuoco appartiene decisamente alla seconda categoria. Giuseppe Staffa utilizza la Roma del Seicento non come semplice scenario pittoresco, ma come laboratorio morale in cui osservare le dinamiche immutabili del potere, della violenza e della propria coscienza.
Il lettore comprende presto che il vero centro del romanzo non è l’indagine sugli omicidi, bensì la ricerca della verità in una società che teme la verità più del delitto stesso. La vicenda assume così un valore universale: il male non nasce soltanto dall’azione del carnefice, ma dall’intreccio di silenzi, interessi e complicità che gli permettono di prosperare.
L’ambientazione romana è uno degli aspetti più riusciti dell’opera. Staffa restituisce una città che vive di contrasti continui.
Alla magnificenza delle basiliche e dei palazzi cardinalizi si contrappongono vicoli oscuri, taverne, quartieri marginali e luoghi in cui la vita umana sembra perdere qualsiasi valore.
Roma diventa una metafora della condizione umana: splendore e miseria convivono senza mai annullarsi, proprio come convivono fede e superstizione, giustizia e arbitrio, spiritualità e desiderio di dominio.
In questo senso, il romanzo si inserisce nella migliore tradizione del romanzo storico italiano, quella che non considera la Storia come un fondale decorativo ma come una forza viva, capace di modellare il destino degli individui. Ne risulta, così, particolarmente interessante la scelta delle vittime. Le prostitute assassinate rappresentano gli invisibili, gli emarginati, i dimenticati della società barocca. Staffa sembra suggerire che il grado di civiltà di una comunità si misura dal valore che attribuisce alle vite considerate marginali.
L’indagine assume quindi una dimensione etica che supera i confini del genere poliziesco.
Il protagonista, il Governatore Giovan Battista Spada, è uomo di Chiesa e di legge, ma soprattutto uomo di coscienza. Le sue indagini non si limitano solo a trovare il colpevole e consegnarlo alla giustizia: diventano progressivamente una ricerca profonda della verità in un mondo dove ogni potere preferisce l’ordine alla giustizia.
Il personaggio è costruito con notevole equilibrio psicologico. Non possiede il fascino spettacolare dell’investigatore moderno né l’onniscienza del detective classico. È un uomo che dubita, riflette, procede lentamente, consapevole che ogni passo verso la verità comporta un prezzo personale. Proprio questa fragilità lo rende credibile. La sua è un’indagine morale prima ancora che giudiziaria.
Staffa dà vita, così, a un investigatore che non è un eroe infallibile. Al contrario, Spada è riflessivo, spesso combattuto, costretto a confrontarsi non solo con interessi politici, pressioni da parte del Clero e limiti imposti dal proprio ruolo ma anche con le proprie fragilità, i propri timori e le proprie pulsioni. Ed è esattamente questa caratterizzazione così accurata e introspettiva del personaggio a renderlo umano, credibile e moderno.
L’originalità del personaggio risiede nella sua tensione continua tra obbedienza alle istituzioni e fedeltà alla propria coscienza. È una figura profondamente seicentesca ma sorprendentemente attuale, perché incarna un dilemma che attraversa ogni epoca: fino a che punto è possibile servire il potere senza tradire la giustizia?
Il Governatore è affiancato nelle indagini dal Notaro Antonio Livi attento, riflessivo con una mente acuta che sapeva anticipare i bisogni del Governatore prima ancora che venissero espressi. Era la spalla perfetta e completava con l’intelligenza pragmatica la natura analitica di Spada. Anche quello del Notaro Livi è un personaggio ben caratterizzato e ben riuscito specialmente dal punto di vista psicologico e che si “amalgama” in modo perfetto con la figura del Governatore completandosi a vicenda.
Il Notaro non cerca mai di imporsi come protagonista ma è una figura onesta, precisa e discreta che mantiene uno sguardo concreto, razionale sulle vicende e che, soprattutto, dimostra che anche chi non occupa posizioni di prestigio può essere decisivo grazie all’intelligenza e all’onestà. È il simbolo di quei preziosi e indispensabili servitori della Giustizia che lavorano nell’ombra.
Fra i personaggi de La notte del terzo fuoco, Eleonora Malaspina è, forse, quello che più sorprende il lettore. La sua presenza introduce una dimensione diversa: quella dell’ascolto, della sensibilità e della cultura.
Staffa costruisce questo personaggio femminile con grande equilibrio, evitando di farne un’eroina o la classica figura romantica destinata ad accompagnare il protagonista.
Eleonora è una donna del suo tempo, consapevole dei limiti imposti alla condizione femminile nella Roma del Seicento, ma proprio all’interno di quei limiti riesce a conquistare una propria autorevolezza.
La sua forza è quella dell’intelligenza e dell’attenzione verso gli ultimi, gli emarginati mettendo, così, al primo posto la centralità della persona umana e non il potere.
Non esercita un potere formale, ma influenza profondamente chi le sta accanto grazie alla sua capacità di comprendere le persone e di cogliere gli aspetti più nascosti e profondi delle vicende umane.
Da questo punto di vista, Eleonora Malaspina rappresenta il completamento ideale del Governatore Giovan Battista Spada.
Dal punto di vista stilistico, Giuseppe Staffa dimostra una notevole maturità. La sua scrittura è fluida e privilegia un andamento narrativo misurato, quasi meditativo. Il lessico mantiene un’eleganza classica senza mai essere ridondante. Ne deriva una prosa che invita il lettore a sostare sulle scene, sulle descrizioni e sulle riflessioni, anziché inseguire soltanto il ritmo dell’intreccio. Le descrizioni non interrompono mai la narrazione; al contrario, la ampliano. La città, gli edifici, la luce, perfino gli odori contribuiscono efficacemente alla costruzione del significato. Lo spazio diventa linguaggio. Roma non viene soltanto raccontata: viene vissuta.
Anche il titolo, La notte del terzo fuoco, possiede una forza simbolica che accompagna l’intera lettura. Il fuoco richiama certamente la distruzione, la paura e la violenza, ma richiama anche la luce della conoscenza e la possibilità della purificazione. Il “terzo fuoco” sembra alludere a un momento decisivo, quello in cui ogni maschera cade e ciò che era nascosto emerge inevitabilmente. È il fuoco della rivelazione, che illumina non solo il volto dell’assassino, ma anche quello di una società incapace di riconoscere le proprie responsabilità.
Se si vuole trovare un limite a quest’opera, esso risiede, forse, nella scelta di mantenere costantemente un registro controllato. In alcuni momenti il lettore potrebbe desiderare una maggiore intensità emotiva o una caratterizzazione ancora più profonda di alcuni personaggi secondari. Tuttavia questa misura stilistica appare anche una precisa scelta narrativa: evitare il sensazionalismo per privilegiare la riflessione.
Alla fine della lettura rimane soprattutto una sensazione: il mistero risolto conta meno delle domande che il romanzo continua a porre. Chi protegge davvero la giustizia? Quanto costa dire la verità? Qual è il confine tra il dovere verso le istituzioni e quello verso la propria coscienza? È proprio questa capacità di continuare a interrogare il lettore anche dopo l’ultima pagina che distingue un buon romanzo da un’opera destinata a lasciare un segno.
La notte del terzo fuoco non è soltanto un thriller storico ben costruito. È una riflessione sulla fragilità delle istituzioni, sul peso della coscienza e sull’eterna lotta tra verità e potere. Giuseppe Staffa dimostra che la narrativa storica può ancora essere uno strumento privilegiato per comprendere il presente attraverso le ombre del passato.
Benedetta Borghi
Lo scrittore:
Giuseppe Staffa è nato a Roma nel 1973. Già consulente storico e archeologico per la trasmissione televisiva di RAI 3 Cose dell’altro Geo, dal 2014 collabora con le riviste «Focus Storia-Wars». e «Focus Storia». Ha pubblicato I grandi condottieri del Medioevo, I grandi imperatori, L’incredibile storia del Medioevo e I secoli bui del Medioevo. Con Rizzoli La notte del terzo fuoco è il suo primo romanzo.












