Sinéad Nolan – Il gioco della conta

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Editore Fazi / Collana Darkside
Anno 2026
Genere Gialli / Thriller
396 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Stefano Bortolussi


Sinéad Nolan è cresciuta nella contea di Dublino. Giornalista freelance per il Sunday World e l’Irish Independent, autrice di racconti selezionati per i premi Momaya e Francis McManus, affianca alla scrittura l’attività professionale nell’ambito della psicoterapia. Il gioco della conta, pubblicato in Italia da Fazi nella traduzione di Stefano Bortolussi, è il suo primo romanzo: un debutto nel quale l’attenzione all’esperienza del dolore conta quanto la costruzione del mistero.

La trama in breve. Irlanda sudoccidentale, 1995. Nel villaggio di Drumsuin, nella contea di Kerry, la tredicenne Saoirse Kellough scompare mentre gioca nella foresta con il fratello Jack. Il loro passatempo è una variante sinistra del nascondino: chi viene trovato deve raccontare che cosa gli avrebbe fatto la Creatura del bosco. Chi manca di rispetto alla foresta rischia di non essere mai più ritrovato. È stata la defunta madre a insegnarglielo.

A volte il buio è più sicuro della luce.

Jack torna a casa da solo, ma ciò che ricorda sembra imprigionato in un linguaggio di immagini, superstizioni e terrore. Per aiutarlo viene chiamata Freya Hemmings, una psicoterapeuta inglese trasferitasi a Dublino, segnata a sua volta da una perdita. Mentre le ricerche proseguono, la scomparsa incrina gli equilibri di una famiglia già provata e riporta alla luce le inquietudini di una comunità abituata a custodire i propri segreti.

REGOLA 5: Il gioco è una prova per capire se i giocatori si sono comportati bene con la foresta. Se non l’hanno fatto, il giocatore che si è nascosto non verrà più trovato.

Sinéad Nolan apre il romanzo con le regole del gioco. È una scelta efficace: prima ancora di conoscere i personaggi, il lettore incontra un sistema di divieti e punizioni. Il bosco sembra possedere una morale, giudicare i comportamenti, esigere obbedienza. Quando Jack vi entra, il paesaggio è già diventato un’autorità. Basta il fruscio dei rami perché il bambino cerchi un messaggio. Basta un’ombra perché la paura acquisti un corpo.
L’autrice costruisce questa suggestione attraverso dettagli concreti. La pioggia sulla nuca, gli aghi di pino, il terreno umido, il rumore del fiume: la minaccia nasce dalla percezione fisica del luogo. Anche gli interni domestici partecipano all’inquietudine, con tazze di tè, vestiti conservati, oggetti quotidiani sui quali si deposita l’assenza. La foresta è il centro visibile del mistero, ma il disagio penetra nelle cucine e nei corridoi, dove le persone dovrebbero sentirsi protette.

Quando arrivi a dieci, il gioco è finito.

Il personaggio più riuscito è Jack, attorno al quale Nolan costruisce le pagine emotivamente più convincenti. L’autrice ne restituisce la vulnerabilità attraverso una logica infantile precisa, capace di osservazioni disarmanti. Quando vede che il poliziotto incaricato delle ricerche ha un solo occhio, si domanda come potrà trovare una bambina scomparsa. Il dettaglio fa sorridere per un istante, poi rivela la misura della sua solitudine: Jack deve valutare da sé se gli adulti siano davvero in grado di aiutarlo.
Il peluche Wilberry, i disegni, i numeri tracciati con le dita diventano strumenti per contenere un mondo incomprensibile. La conta promette un ordine, un inizio e una fine. Ripeterla significa tentare di ottenere un controllo che la vita gli ha sottratto. In queste pagine il romanzo trova la propria forza emotiva: la paura del bambino possiede una coerenza che gli adulti spesso liquidano come fantasia. Nolan sa rendere dolorosa questa distanza senza trasformare ogni gesto di Jack in una spiegazione psicologica.
Il rapporto con Freya introduce una tensione ulteriore. L’indagine richiede informazioni rapidamente. La fiducia cresce attraverso esitazioni, giochi e piccoli avvicinamenti. Nolan rende interessante questo conflitto tra il tempo della ricerca e quello dell’ascolto. Freya deve comprendere Jack, ma deve anche riconoscere quanto il proprio dolore condizioni il desiderio di proteggerlo. La sua partecipazione emotiva dà spessore alla vicenda, pur ricorrendo a una figura ormai familiare nel thriller: la professionista ferita che incontra nel caso altrui una possibilità di riparazione.

Il confronto più naturale è con Nel bosco di Tana French, per il rapporto tra infanzia, memoria e paesaggio irlandese. Sinéad Nolan mostra però una minore ambiguità nella costruzione delle voci adulte. Si può accostare il libro anche a Il dio dei boschi di Liz Moore, dove la scomparsa di un minore mette sotto pressione una comunità e le sue gerarchie. Qui il campo si restringe maggiormente alla famiglia e alle diverse forme, protettive o soffocanti, che può assumere il bisogno di prendersi cura di qualcuno.

I brutti pensieri si trasformano in spettri.

La scelta di ambientare la vicenda nel 1995 dà al romanzo uno sfondo sociale preciso. Mentre Freya raggiunge Drumsuin, la radio trasmette il dibattito sulla rimozione del divieto costituzionale di divorzio. Nelle famiglie, però, parlare apertamente delle proprie sofferenze sembra ancora più difficile che discuterne in pubblico. «Non siamo il genere di famiglia che parla dei propri problemi», dice Kate, la sorella maggiore. È una frase che riassume bene il clima del libro. Il dolore viene nascosto, il disagio scambiato per una stranezza, le domande più scomode lasciate senza risposta. In questo contesto, credere che la foresta sia maledetta può diventare un modo per evitare di guardare ciò che accade dentro casa. Se la colpa appartiene al bosco, nessuno deve interrogarsi troppo sulle responsabilità degli adulti.
Il romanzo convince meno nella parte centrale, dove la tensione fatica a trasformarsi in un vero progresso delle indagini. Il passaggio da Jack a Freya e i ritorni al passato aiutano a comprendere i personaggi, ma incubi, sospetti e segnali minacciosi finiscono talvolta per ripetersi. Il lettore continua a percepire il pericolo, senza avere sempre la sensazione di avvicinarsi alla verità. E quando quasi ogni persona incontrata sembra nascondere qualcosa, il sospetto perde forza. Più che orientare la ricerca, rischia di prolungarla.

La foresta sa come punire chi non la rispetta.

Anche il finale presenta qualche tratto di debolezza. Nel momento in cui viene rivelato che cosa è accaduto, Sinéad Nolan lascia troppo spazio alle spiegazioni. Motivazioni e collegamenti vengono esposti in modo esplicito, riducendo quell’ambiguità che aveva reso coinvolgenti le pagine precedenti. Alcuni passaggi risultano inoltre poco plausibili e richiedono al lettore di sorvolare su dubbi concreti perché la soluzione possa funzionare. L’autrice è più convincente quando racconta ciò che Jack sente e teme. Meno quando deve dimostrare come tutti i pezzi del mistero si incastrino.
Resta tuttavia un esordio riuscito, pur con questi limiti. Nolan sa costruire un’atmosfera inquietante e, soprattutto, dare voce a un bambino senza ridurlo a un testimone da interrogare o a un enigma da risolvere. Jack osserva, fraintende, ricorda e si protegge come può. Nei numeri cerca un ordine. Nel suo peluche una presenza affidabile. Negli adulti qualcuno disposto a credergli. È questo il nucleo più forte di Il gioco della conta, quello che rimane anche dopo la soluzione del mistero. La foresta fa paura, ma le pagine più dolorose mostrano quanto possa sentirsi solo un bambino quando prova a raccontare qualcosa e gli adulti hanno già deciso che è soltanto fantasia.

Andrea Novelli


La scrittrice:
Sinéad Nolan è cresciuta giocando nei boschi e sulle spiagge della verdeggiante contea di Dublino. Ha collaborato come giornalista freelance per il «Sunday World» e l’«Irish Independent», e alcuni suoi racconti sono stati selezionati per i Momaya Press Awards e i Francis MacManus Awards di RTÉ Radio. Oltre a dedicarsi alla scrittura, esercita la professione di consulente psicologica accreditata presso la BACP nel suo studio privato a Londra. Il gioco della conta è il suo romanzo d’esordio.