Giulio Leoni – E trentuno con la morte

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Editore TEA / Collana TEA Mistery
Anno 2020
Genere Giallo storico
288 pagine – brossura e epub


A cent’anni dalla fine della Reggenza italiana del Carnaro, ritorna in libreria l’intrigante romanzo di Giulio Leoni che trasforma quella controversa impresa nel palcoscenico di un misterioso romanzo, denso di suspence e di drammatici richiami storici.
Al termine della Prima guerra mondiale, con l’Italia al tavolo dei vincitori, fu prima stipulato a Londra e poi confermato a Parigi un accordo internazionale che prevedeva l’assegnazione della città italiana di Fiume al Regno di Serbi Croati e Sloveni (la futura Jugoslavia). Una vittoria tuttavia che parve, “mutilata” (secondo la definizione che ne diedero gli irredentisti) dalla cessione della città dalmata, e aspramente contestata anche da una parte dell’opinione pubblica italiana. Ci furono interrogazioni parlamentari, proteste nei circoli politici mentre maturava lo scontento fino a prendere piede una clima di ribellione. Quella assegnazione, vista come una presunta sconfitta dell’Italia al tavolo negoziale, che pareva quasi un tradimento degli ideali risorgimentali e del sacrificio dei soldati caduti durante la Grande Guerra, spinse Gabriele d’Annunzio pluridecorato e al culmine della popolarità per il coraggio dimostrato, in grandi imprese di cui era stato protagonista (era stato insignito di una medaglia d’oro al valor militare, di cinque d’argento e di una di bronzo), a farsi portatore del vasto malcontento popolare.

Lo stesso clima di malcontento che portò in seguito al successo del fascismo, dal quale presto tuttavia d’Annunzio si dissociò, e all’ascesa di Benito Mussolini. Gabriele d’Annunzio si era congedato dopo la guerra con il grado di tenente colonnello, alto e inconsueto a quell’epoca per un ufficiale non di carriera (aveva guadagnato ben tre promozioni per merito di guerra). Ma il dado era tratto all’alba del 12 Settembre 1919, Gabriele d’Annunzio, capo e protagonista dell’impresa, alla testa di una colonna armata, un esercito irregolare di “arditi” un gruppo di «legionari», cui presto si uniranno anche truppe regolari, mosse da Ronchi di Monfalcone per andare a conquistare la città di Fiume, già asburgica. A questa fulminea e inattesa avanzata militare chiamata la “marcia di Ronchi”, farà seguito l’occupazione di Fiume malgrado l’ostilità del governo italiano.
A Roma infatti, il nuovo Presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, in bilico tra la crisi economica postbellica e le pretese di rivendicazione, condannava l’iniziativa affermando con amarezza – “per la prima volta nell’esercito italiano, sia pure per fini idealistici, è entrata la sedizione”. Ma lo stesso 12 agosto 1920 D’Annunzio decise di dare al territorio fiumano la condizione di Stato indipendente, insediandovi la cosiddetta Reggenza Italiana dell’intero Golfo del Carnaro. Fra i primi atti, la proclamazione della Carta del Carnaro, una costituzione di stampo libertario e socialisteggiante. Frutto della sua intesa con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Lo Stato Libero del Carnaro fu il primo a riconoscere la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa.
Quando il 12 novembre 1920, con il Trattato di Rapallo, le potenze vincitrici della guerra si impegnarono a garantire lo Stato libero di Fiume, D’Annunzio respinse l’ultimatum, si disse pronto a resistere e l’esercitò italiano attaccò. Il 24 e il 25 dicembre ci furono scontri in cui morirono alcune decine di legionari e di soldati italiani. La corazzata italiana “Andrea Doria” sparò alcuni colpi di cannone che colpirono la residenza del governatore, dove risiedeva d’Annunzio. Pochi giorni dopo, il 31 dicembre, d’Annunzio firmava la resa della città. Curiosamente, né per lui né per i suoi uomini ci furono conseguenze. L’esercito italiano occupò la città, dove D’Annunzio rimase – senza essere arrestato – fino al 18 gennaio, quando decise di partire e di ritirarsi in una sorte di esilio volontario nella sua villa di Gardone, sul Lago di Garda. Lo Stato Libero di Fiume sopravvisse appena due anni all’ impresa del Vate. Nel gennaio del 1924 l’Italia e la Jugoslavia firmarono un trattato in cui il territorio di Fiume veniva diviso a metà tra i due stati. Il 16 marzo del 1924, novantasei anni fa, re Vittorio Emanuele III entrò a Fiume e proclamò la città parte del Regno d’Italia. Ma torniamo al dicembre 1920. In questo stuzzicante quadro storico, s’innesta la fantasia di Giulio Leoni che crea un romanzo giallo molto ben documentato e ben costruito sul piano narrativo.
L’impresa fiumana del Vate cinquantasettenne ha ormai i giorni contati, ma Gabriele d’Annunzio non si piega, anzi s’illude ancora di portare a termine la sua ultima beffa o forse meglio dire stavolta gli servirebbe un colpo di magia come quelli operati dal prestigiatore Restelli che ha convocato a Fiume per rovesciare il tavolo della Storia. Intanto per sfidare i diplomatici francesi e britannici e per informarli delle sue determinazioni politiche relative al disconoscimento degli accordi internazionali che priveranno l’Italia della città di Fiume, ha organizzato per il 19 dicembre un stravagante e derisorio banchetto futurista presso villa Meridiana, la misteriosa e trasandata villa cinquecentesca con la sua nuova ala dalle scarne linee dalla Secessione viennese fine secolo, che ospitava sui suoi muri e nelle sale una vasta collezione di quadri e sculture futuriste. La villa è ricca di stanze e corridoi dove sembra che si aggirino soprattutto i fantasmi di famosi ex pazienti, perché è anche un istituto di ricerche neurologiche. Insomma, una clinica di studio e cure per malattie mentali, diretta dal famoso dottor Zoser, strana e complessa figura di psichiatra. Quindi, dopo aver requisito il manicomio con il beneplacito del suo direttore, il Comandante monocolo riceve in grande stile i suoi trenta invitati, tra cui le signore, il celebre mago Restelli, i suoi ufficiali e i funzionari governativi che rappresentano i loro paesi per una specie di cena delle beffe. Infatti sarà una cena che vedrà stravaganti e derisorie portate futuriste concepite da alcuni legionari elettisi cuochi Ma, proprio al culmine della serata, viene commesso il più incredibile e impossibile dei delitti. Il classico nella letteratura gialla: il delitto della camera chiusa, insomma la beffa si è trasformata in tragedia. Il professor Zoser, unico ed esclusivo padrone dell’edificio, di cui conosce ogni meandro per avervi installato in tutto segreto un laboratorio sperimentale di elettroconvulsioni, viene ritrovato cadavere legato al lettino elettrico del suo laboratorio. Non basta, perché qualcuno oltre a uccidere barbaramente il professore ha rubato la busta con i due milioni, soldi che il Vate gli aveva fatto chiudere nella cassaforte e servivano per finanziare la sua ultima beffa dopo quelle di Vienna e Buccari.

Quindi ora indagare e scoprire il colpevole sarebbe anche il solo modo per il poeta per evitare uno scandalo che rischia anche di compromettere il suo estremo, grandioso piano di riscatto. Incaricato delle indagini dal Comandante sarà il tenente Marni, legionario responsabile della sicurezza interna ma architetto nelle vita e dunque zero esperienza come detective, che dovrà confrontarsi con l’indagine che si rivela subito complicata: ognuno degli ospiti presenti alla villa è un possibile sospettato; nessuno dispone di un vero alibi, nessuno di un vero movente. Troppi particolari allarmano Marni, troppe domande lo turbano: chi era in realtà Zoser? A cosa sono dovuti i numerosi decessi avvenuti tra i pazienti della clinica? Qualcuno aveva motivo di voler morto il professore? Qual è il senso della sua stranissima collezione di fotografie? Cosa c’era dentro il nastro con gli impulsi elettrici del cervello di d’Annunzio? E cosa vuol dire quella baionetta trovata sul luogo del delitto? E chi è Viviana, l’austriaca, l’ affascinante assistente di Zoser che ama l’arte moderna? Senza contare che, con il passare dei giorni, il tenente Marni non dovrà far fronte solo con l’omicidio di Zoser ma anche con quella che, nel corso delle sue indagini, scoprirà rappresentare una serie di delitti, districandosi in qualche modo tra eventi e complotti internazionali (veri) e squilibrati profili psicologici di personaggi di un intrigo da manuale.
Un giallo storico coinvolgente e ben strutturato. Molto centrate le descrizioni, sia dei luoghi (la città di Fiume nel ’20) che dei personaggi; la caratterizzazione della fanatica mentalità dominante tra i giovani attori dell’esperienza fiumana, sembra poi la vera ciliegina sulla torta. La plausibilità è il grande punto di forza della storia (esaltata dal linguaggio usato dallo stesso D’Annunzio, che si avvale di termini ricercati e languide forme poetiche).

Patrizia Debicke


Lo scrittore:
Giulio Leoni, romano, è uno degli scrittori italiani di gialli storici e di narrativa del mistero più conosciuti all’estero, grazie anche alla serie di romanzi dedicati alle avventure di Dante Alighieri, tradotta in tutti i maggiori Paesi del mondo. Ma oltre a riguardare il remoto passato, i suoi interessi vanno anche verso la storia del secolo appena trascorso, soprattutto nei suoi aspetti meno conosciuti e controversi. Elementi che trasporta spesso nei suoi romanzi, dove anche le trame più sorprendenti si sviluppano su uno sfondo storico ricostruito con precisione, e in cui personaggi reali e finzione narrativa s’intrecciano, dando vita a un teatro delle ombre enigmatico e affascinante