Editore NUA edizioni
Anno 2026
Genere Thriller
346 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Eleonora Motta
Michelle Dunne costruisce un thriller che non vive di colpi di scena ma di fratture. Fratture interiori.
The good girl è un romanzo che ti costringe a restare dentro la mente dei personaggi, soprattutto, in quella di Grace Murphy, una giovane donna con un passato talmente pesante da deformare ogni gesto presente.
La sua alquanto banale quotidianità – il lavoro di barista, le abitudini ripetute in loop, la cura ossessiva per sua sorella Amber – pare normalità ma è in realtà una strategia di sopravvivenza.
Perché Grace non vive. Lei, sopravvive. Si “contiene”.
Dunne è abilissima nel far percepire questa tensione sotterranea, questa continua vigilanza emotiva che è una chiara caratteristica comportamentale di chi ha conosciuto troppo presto la paura ed è costretto a convivere col suo trauma.
Il romanzo si muove su due spazi temporali che non servono soltanto a farci capire che cosa è successo, ma a mostrare come il passato continui ad infiltrarsi nel presente, come una sostanza viscida che non smette mai di filtrare attraverso le crepe.
L’infanzia delle sorelle Murphy è descritta con una crudezza che non cerca mai l’effetto, ma la verità psicologica: la violenza non è spettacolo, è contesto.
È la matrice primaria che ha generato due creature diversissime tra loro eppure legate da un filo che non si spezza.
Amber è la ragione per cui Grace resta a galla, ma è anche il motivo che la tira giù, sul fondo: la protezione che le offre è totale, quasi animalesca, nasce da un amore che ha imparato a difendersi con tutte le sue forze.
In questo thriller la parte investigativa, affidata al detective Jerry Hughes, non è il centro del romanzo. La descrizione di come agisce l’uomo, più che il poliziotto, lo è.
Hughes è un uomo che osserva più di quanto agisca, che ascolta più di quanto giudichi. Forse perché è semplice riconoscere alcuni traumi se li abbiamo in qualche modo vissuti.
La presenza del poliziotto introduce un punto di vista esterno che permette ai lettori di cogliere la complessità morale della storia perché non sempre esiste un confine netto tra vittima e carnefice o tra colpa e innocenza.
Grace è tutte queste cose insieme ed è questa la forza del romanzo perché Dunne non cerca mai di incasellarla. L’autrice non cerca di renderla piacevole o giustificabile ma ce la mostra nella sua interezza. Grace è ambigua, feroce, fragile. È un personaggio che non si può rendere semplice.
La scrittura è asciutta, quasi chirurgica.
Michelle Dunne non indulge, non si perde mai in descrizioni superflue, ogni passaggio è funzionale alla costruzione della psicologia dei personaggi. La storia ha un ritmo costante, mai frenetico, ed è un plus che permette alla tensione di crescere in modo sottile.
Non si percepisce la corsa contro il tempo tipica di alcuni thriller, ma un lento avvicinarsi alla verità, come se queste pagine chiedessero al lettore di guardare bene negli angoli più nascosti e bui, senza distogliere mai lo sguardo.
Il tema centrale è il trauma ma non viene trattato come un evento. È una sorta di ecosistema nel quale i personaggi sono costretti a vivere. Dunne ci mostra come il dolore infantile sia incapace di dissolversi. Ci mostra come possa trasformarsi tanto da diventare identità, comportamento, destino.
A un certo punto capiamo che il comportamento di Grace è semplicemente il risultato di ciò che è stata costretta a vivere. Questo non la assolve, certo, ma ci fa comprendere quanto sia facile giudicare dall’esterno e quanto sia difficile capire davvero che cosa accade nella mente di chi ha dovuto imparare a difendersi in modi che non sempre consideriamo legittimi.
Questo libro non cerca di intrattenere, ma di disturbare. Non punta alla sorpresa, ma alla profondità. È una storia che ci resta addosso perché non parla solo di violenza, ma di quello che la violenza lascia dietro di sé: paure, silenzi, scelte sbagliate, legami che diventano ossigeno e prigione allo stesso tempo.
È un romanzo che ci fa provare compassione. Dunne ci fa intravedere Grace bambina anche quando l’adulta compie gesti che possiamo non approvare.
Alla fine della lettura, quello che mi è rimasto addosso non è solo la storia di Grace, ma una sensazione strana e sottile: quella di riconoscere, in certe sue ombre, qualcosa che appartiene a molte persone. Cambiano gli epiloghi.
Ci sono momenti nella vita in cui ci si sente superflui, fuori luogo, quasi invisibili e l’autrice sembra conoscere perfettamente come si sta in quei giorni. Grace non è un simbolo di forza, non è un monito è semplicemente una donna che prova a tenersi insieme come può. In questo periodo, mentre leggevo, mi sono accorta che alcune pagine mi parlavano più del previsto. Non perché condivida la sua storia e il suo percorso, ma perché capisco perfettamente quel tentativo di restare in piedi quando tutto sembra chiederti di sederti e mollare. The good girl non ci consola, non offre e non cerca redenzione, ti insegna che c’è sempre una prospettiva diversa dalla quale puoi osservare il mondo che ti circonda.
Ripeto, non ci chiede di essere forti ma sinceri con ciò che sentiamo. Anche quando fa male. Anche quando siamo ancora alla ricerca del punto esatto da cui ripartire.
Deborah Alice Riccelli
La scrittrice:
Michelle Dunne è un’autrice irlandese di thriller di grande successo. Nota al pubblico internazionale per la sua apprezzata serie dedicata al personaggio di Lindsey Ryan, approda in Italia con The Good Girl, la sua opera più matura, introspettiva e disturbante.












