Emons Edizioni
Anno 2026
Genere Gialli Storici / Thriller
416 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Angela Ricci
Con L’attentato, nono episodio della saga del commissario Richard Oppenheimer, Harald Gilbers sposta il protagonista nel dopoguerra e porta a compimento il progetto che attraversa tutta la serie: raccontare la Germania non solo attraverso i grandi eventi della Storia, ma attraverso le tracce che quegli eventi lasciano dentro gli uomini.
“L’attentato avverrà comunque.”
La trama in breve. Germania, primavera del 1952. La Repubblica Federale ha appena tre anni e il cancelliere Konrad Adenauer sta negoziando con Israele un accordo sulle riparazioni per i crimini del nazismo. È una delle questioni più delicate del dopoguerra: da un lato la necessità di reinserire la Germania nella comunità internazionale, dall’altra la domanda se sia possibile mettere un prezzo materiale allo sterminio di milioni di ebrei.
Quando un pacco bomba diretto ad Adenauer viene intercettato a Monaco e un artificiere muore nel tentativo di disinnescarlo, l’ipotesi di una campagna terroristica diventa concreta. Poco dopo un’altra lettera sospetta raggiunge la delegazione tedesca riunita nei Paesi Bassi per le trattative. I servizi israeliani entrano in allarme e la collaborazione con l’Organizzazione Gehlen, embrione dell’intelligence della Germania Ovest in cui operano numerosi ex nazisti, si rivela inevitabile quanto problematica.
A indagare viene chiamato Richard Oppenheimer, commissario di polizia criminale ed ebreo sopravvissuto al nazismo. Si trova così nella posizione paradossale di dover lavorare sia con agenti del Mossad sia con uomini che fino a pochi anni prima hanno servito il regime che ha cercato di annientarlo. Accanto a lui emerge Isaak Rosen, agente israeliano segnato dalla perdita della propria famiglia durante la Shoah.
Mentre i negoziati proseguono nell’ombra, Oppenheimer e Rosen si lanciano in una corsa contro il tempo per impedire un nuovo attentato. Ma la vera sfida non è soltanto scoprire chi sta dietro agli ordigni: è capire quanto del Terzo Reich sia sopravvissuto nelle istituzioni della nuova democrazia e se sia possibile fidarsi di chi, fino a ieri, era dall’altra parte.
“Il nemico del mio nemico è un potenziale amico.”
Il dettaglio forse più significativo di L’attentato compare quasi incidentalmente nelle prime pagine, quando un edicolante osserva che «a volte non succede niente per anni, poi nel giro di un paio di settimane si fa la storia del mondo». È una frase semplice, ma contiene già il principio del romanzo: in Gilbers la Storia non fa da sfondo, entra nelle vite dei personaggi e ne determina scelte, paure e alleanze.
Siamo nel 1952, ma il 1945 è ancora vicinissimo. La Germania di Adenauer vuole consolidarsi come democrazia occidentale e riconquistare credibilità internazionale, mentre nelle istituzioni del nuovo Stato continuano a operare uomini compromessi con quello precedente. Israele, dal canto suo, ha bisogno delle riparazioni tedesche, ma deve affrontare una questione moralmente quasi insostenibile: può esistere una compensazione materiale per lo sterminio di milioni di ebrei?
Gilbers non usa questa tensione come semplice cornice storica: ne fa il motore stesso dell’intrigo.
Per questo L’attentato si discosta dal poliziesco tradizionale. Al centro non c’è soprattutto un delitto da ricostruire, ma una minaccia da prevenire. La domanda non è soltanto «chi è stato?», bensì «chi colpirà, e quando?». Oppenheimer deve quindi decifrare interessi, rancori, identità e alleanze prima che si trasformino in violenza.
Ed è proprio Oppenheimer il punto di forza del romanzo. Non soltanto perché è un commissario ebreo nella Germania postnazista, ma perché incarna una contraddizione irrisolta: appartiene a una nazione che pochi anni prima aveva tentato di espellerlo dalla propria storia. La sua presenza nelle istituzioni della nuova Repubblica rende evidente, senza bisogno di sottolineature, il nodo morale del dopoguerra. Quando si trova di fronte a ex nazisti riciclati nella nuova amministrazione, a Gilbers basta metterli nella stessa stanza: il conflitto è già tutto lì.
“Con un po’ di fortuna, nel giro di due o tre generazioni la follia nazionalista avrà fine.”
Particolarmente efficace è il ritorno di Vogler, ora Dorn: l’ex SS è diventato uomo dei servizi segreti. La sua presenza crea un ponte inquietante con i primi romanzi della serie e rende evidente quanto il 1952 sia ancora vicino al Terzo Reich. Le uniformi cambiano, le istituzioni cambiano nome. Molto più lentamente cambiano gli uomini, le responsabilità e le convinzioni.
È qui che emerge l’ambizione della saga di Gilbers. Se Philip Kerr, con Bernie Gunther, ha raccontato il compromesso morale dell’investigatore dentro il nazismo, e Volker Kutscher, con Gereon Rath, il progressivo precipitare della Repubblica di Weimar nella dittatura, Gilbers percorre la strada inversa: parte dal Reich e segue il difficile ritorno alla democrazia. Nei primi romanzi Oppenheimer doveva sopravvivere al nazismo, poi alle sue macerie. In L’attentato deve confrontarsi con ciò che del nazismo è sopravvissuto nella nuova Repubblica.
Il romanzo assume così i caratteri del noir storico più di quanto suggerisca la sua struttura da thriller. Conta il colpevole da individuare, ma ancora di più la colpa con cui un’intera società deve fare i conti.
Gilbers possiede inoltre un notevole talento per il dettaglio concreto. Nel prologo, ambientato il 22 marzo 1952, la discesa di un DC-6 della KLM verso Francoforte trasforma gradualmente la normalità di un volo di linea in una catastrofe. Orari, luoghi e procedure sono restituiti con precisione quasi documentaria, senza soffocare il racconto. «Solo in seguito venne fuori che in quella giornata non c’era proprio nulla di normale»: la frase sintetizza bene il metodo di Gilbers, capace di far irrompere la Storia nella quotidianità.
Questa accuratezza è anche, a tratti, il limite del romanzo. Gilbers vuole raccontare molto: i negoziati sulle riparazioni, i nuovi servizi segreti tedeschi, le tensioni israeliane, gli equilibri della giovane Repubblica Federale. L’accumulo di informazioni talvolta rallenta il ritmo e chi cerca un thriller ad alta velocità può avvertire qualche pausa di troppo. Ma è anche ciò che distingue L’attentato da un convenzionale romanzo d’azione: qui la ricostruzione storica non è un fondale, è parte dell’indagine.
Gilbers evita infatti, quasi sempre, uno dei rischi del genere: trasformare i personaggi in pretesti per impartire lezioni di storia. Le informazioni servono soprattutto a spiegare diffidenze e conflitti. Il sospetto di Isaak Rosen verso gli interlocutori tedeschi non ha bisogno di artifici narrativi: per un agente ebreo costretto, nel 1952, a collaborare con un servizio nel quale operano ex nazisti, la diffidenza è già inscritta nella Storia.
Rosen consente inoltre al romanzo di sottrarsi a una prospettiva esclusivamente tedesca. Se Oppenheimer rappresenta il problema di vivere dentro la Germania dopo Auschwitz, Rosen porta lo sguardo di chi deve decidere se quella stessa Germania possa tornare a essere un interlocutore. Sono figure speculari: entrambi ebrei, entrambi segnati dalla persecuzione, ma posti su due versanti diversi della memoria.
A fare da contrappeso alla grande politica resta la vita privata di Oppenheimer. Lisa – la moglie –, Theo – il figlio adottivo – e Gisela – sorella di Theo – ricordano che la ricostruzione non riguarda soltanto Stati, trattati e città bombardate, ma anche famiglie spezzate, lutti e appartenenze da reinventare. Rispetto ai precedenti romanzi, tuttavia, il baricentro si sposta dalla Berlino delle macerie allo scenario internazionale: si perde qualcosa dell’intimità berlinese della serie, ma se ne amplia considerevolmente l’orizzonte.
È forse questa la prospettiva migliore da cui leggere L’attentato. Non soltanto il nono caso di Richard Oppenheimer, ma un nuovo capitolo dell’indagine che Gilbers conduce sulla Germania del Novecento. Berlino 1944 raccontava un investigatore perseguitato dallo stesso Stato per cui era chiamato a indagare; I figli di Odino e Atto finale lo accompagnavano verso il crollo del Reich; i romanzi successivi attraversavano occupazione, fame e divisione della città. Nel 1952 le macerie sono meno visibili: sono state rimosse dalle strade, non necessariamente dalle coscienze.
È questo il risultato più convincente del romanzo. Gilbers trasforma un attentato in una domanda sulla memoria: quanto tempo deve passare perché un Paese possa dichiararsi diverso da ciò che è stato? E chi può stabilire che quel tempo sia davvero trascorso?
Non tutte le pagine hanno la stessa tensione e, a tratti, la ricostruzione storica prende il sopravvento sul thriller. Ma nei suoi momenti migliori L’attentato raggiunge qualcosa di più duraturo della suspense: restituisce l’ambiguità morale di un’epoca in cui vittime e carnefici, sopravvissuti e opportunisti, uomini del vecchio regime e funzionari della nuova democrazia si ritrovano a condividere lo stesso presente senza aver ancora risolto il passato.
“Il sangue versato sarebbe stato finalmente sufficiente”
Concludendo, L’attentato è un thriller storico solido, documentato e politicamente intelligente, meno claustrofobico dei primi Oppenheimer ma più ampio nelle ambizioni. La vera bomba che Gilbers mette al centro della storia non è quella indirizzata ad Adenauer. È il passato: disinnescarlo, suggerisce il romanzo, è molto più difficile che sopravvivere alla sua esplosione.
Andrea Novelli
Lo scrittore:
Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I Figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.












