John J. Lennon – La tragedia del true crime. Quattro storie di omicidi e un altro modo di raccontarle

3

Editore Iperborea Altrecose
Anno 2026
Genere Saggistica
468 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Federica Aceto


Sing Sing, ottobre 2018. John J. Lennon, detenuto, ha ucciso un uomo e oggi è un giornalista. Gli hanno promesso di comparire in una serie TV sulle storie di riscatto. Quando arriva la troupe scopre che il programma si chiama Inside Evil, “Dentro il male”, e che a intervistarlo sarà Chris Cuomo, fratello del governatore che ha il potere di rimetterlo in libertà. Lennon accetta di girare. Da quell’inganno nasce La tragedia del true crime (Iperborea/Altrecose, traduzione di Federica Aceto, 2026), e nella scena c’è già tutto il libro: l’assassino diventato giornalista siede davanti a una telecamera affamata di male e prova a sottrarsi all’etichetta più comoda che il true crime possa affidargli.

Nel 2001, John J. Lennon aveva 24 anni, spacciava e si drogava. A Brooklyn sparò a un uomo e lo uccise. Il primo processo si chiuse con una giuria divisa. Lui rifiutò il patteggiamento e al secondo fu condannato a una pena da 28 anni all’ergastolo. Ad Attica, “la peggiore prigione di New York”, ha imparato a scrivere seduto su un secchio capovolto, con la Swintec da 350 dollari in bilico sulla branda. Da quel secchio, una pagina alla volta, è arrivato a pubblicare su Atlantic, New York Times, Esquire. Con questo libro alza la posta e racconta tre colpevoli come lui.
Michael Shane Hale, gay, cresciuto nel Kentucky, nel 1995 uccise e smembrò il compagno sessantaduenne; lo Stato di New York per lui chiese la pena di morte che aveva ripristinato da poco. Milton E. Jones ammazzò due sacerdoti a 17 anni e in carcere si è preso una laurea magistrale in Teologia. Robert Chambers, il “Preppy Killer”, il ragazzo di buona famiglia, strangolò Jennifer Levin a Central Park nel 1986: scontò i 15 anni della condanna, uscì e tornò a farsi di eroina. Lennon intreccia le loro vite alla propria in quattro atti: incontro, omicidio, galera, resa dei conti.

Il true crime classico, sostiene, allinea vittima, carnefice, indagine e condanna. Ma la storia vera comincia da quel momento in poi: l’eroina, l’isolamento, la psicosi, Dio, gli incontri di riparazione con le famiglie delle vittime, un sistema che “se ne frega del pentimento”. Lennon trova i colpevoli più interessanti degli innocenti, “forse perché lo sono anch’io”, scrive, e da quella parentela il libro prende un tono diretto, spesso scomodo.
La letteratura crime stringe con noi un patto che non viene firmato da nessuno: il detective risolve il caso, il mondo torna leggibile dopo il caos e noi chiudiamo il libro rilassati. Lennon, in realtà, quel patto lo tradisce. Chambers, il “preppy killer”, esce dal carcere senza documenti, con i giornalisti alle calcagna; qualche mese dopo confessa al telefono di avere dodici centesimi in tasca e di essere disoccupato. Lo stesso Lennon, che ha riscritto il suo delitto e se n’è assunto la responsabilità, ammette di avere la sensazione che: “qualunque cosa dica non sarà mai sufficiente. E forse è giusto così”.

La cronaca nera ci concede un’altra comodità: cuce addosso ai colpevoli il costume del mostro, e quel costume tiene al caldo il lettore: finché lo riconosciamo siamo al riparo. I protagonisti di questo libro, invece, aspettano il nostro stesso autobus e vedono i nostri stessi film. Riconoscere una persona in un assassino rende più difficile sistemare il male fra le cose che non ci riguardano.
La scrittura è asciutta, priva di compiacimenti. Con un colpevole come narratore, il true crime perde l’alibi della distanza e deve rispondere a qualche domanda: cosa cerchiamo, noi che ci addormentiamo ogni sera ascoltando storie di omicidi? Chi ha il diritto di scrivere quelle storie? Esiste un modo giusto di collocarsi rispetto alle vicende che diventano il centro del racconto?

Truman Capote resta invisibile dietro la pagina, Emmanuel Carrère entra in scena in prima persona, Lennon vive con i protagonisti del suo libro e porta addosso il loro stesso stigma.
Le pagine sulla malattia mentale in carcere smontano l’equazione comoda fra follia e violenza: l’idea che chi uccide sia pazzo, dunque diverso, dunque lontano da noi. Nei reparti psichiatrici del sistema penitenziario la malattia è più spesso la condizione del detenuto che la chiave del delitto.
Poi c’è la verità, che Lennon e la famiglia della vittima intendono in modi opposti. Lui rivendica il diritto di cambiare; la sorella dell’uomo che ha ucciso rifiuta che il fratello diventi materia narrativa. Lennon evita di fare l’arbitro e il lettore si ritrova in mezzo, dove nessuna delle due posizioni è dalla parte della ragione incondizionata.

Chiuso il libro, rimane ancora una domanda: quanto siamo disposti a sapere di un colpevole, dopo aver saputo cosa ha fatto?
Nella postfazione, Stefano Nazzi avvicina le prigioni americane a quelle italiane. Parte dai rumori delle celle, dai silenzi delle domeniche e apre una riflessione che riguarda le nostre carceri, le reticenze di chi le abita e quelle di chi preferisce non sapere.

Corrado De Rosa


Lo scrittore:
John J. Lennon – che si chiama effettivamente così – è autore di articoli pubblicati da New York Review of Books, dal New York Times Magazine, dal New Yorker, dall’Atlantic, da Esquire. Per due volte è stato finalista ai National Magazine Awards. La tragedia del true crime è il suo primo libro. La traduzione è di Federica Aceto, la postfazione è di Stefano Nazzi.