
Abir Mukherjee, giovane autore best seller di origine indiana, è cresciuto nell’Ovest della Scozia. Il suo romanzo d’esordio, L’uomo di Calcutta (SEM, 2018), è stato ispirato dal desiderio di saperne di più su un periodo cruciale della storia angloindiana che sembra essere stato quasi dimenticato. La pluripremiata serie che vede come protagonista Sam Wyndham sarà integralmente pubblicata da SEM. Esce oggi il secondo romanzo, intitolato “Un male necessario” e abbiamo intervistato l’autore per farci raccontare qualcosa di più.
1.Benvenuto su Contorni di Noir e grazie per la disponibilità. Dopo aver scritto “L’uomo di Calcutta” e aver dato vita ai suoi protagonisti, com’è nata l’idea di questo secondo romanzo “Un male necessario”?
A.: Ambientato nel 1920, è il secondo libro che ha per protagonisti il capitano Sam Wyndham e il sergente Surendranath ‘Surrender-not’ Banerjee della Polizia di Calcutta. Questa volta Sam e Surrender-not si ritrovano a indagare l’omicidio del figlio di un marajà. Le loro indagini li conducono verso il lussureggiante stato di Sambalpore, e prima che se ne rendano conto sono nel bel mezzo di un caso che ha sinistre ripercussioni su tutto il paese.
Io volevo scrivere degli stati indiani principeschi all’inizio degli anni ’20 perché si tratta di un’epoca e di luoghi molto affascinanti. A quel tempo i marajà indiani erano gli uomini più ricchi al mondo, adorati come divinità dai loro sottoposti. Molti di loro discendevano dai re guerrieri, ma durante il Raj (impero anglo-indiano) erano in realtà tigri di carta con poco potere effettivo. Come effetto di tutto questo, molti di loro divennero inutili e corrotti moralmente, presi a spendere i loro soldi in palazzi, harem pieni di concubine e flotte di Rolls Royce. Ci sono degli aneddoti molto spassosi e coloriti su di loro. Per esempio uno ha riempito la piscina di Dom Perignon per festeggiare la nascita di un figlio maschio e uno ha regalato una sacca da golf al proprio consulente inglese. Quello che non vi ho detto finora è che la borsa era fatta in pelle del membro di un elefante.
In India loro avrebbero potuto sposare principesse della loro stessa casta ma poi in viaggio in giro per l’Europa finivano innamorati di trapeziste o assistenti del podologo, le chiedevano in moglie e condotte nei loro palazzi in India, spesso nel mezzo del nulla.
Cosa mi ha particolarmente sorpreso è il ruolo svolto dalle donne – le principesse e le marahani – le spose dei marajà, nel mantenere le tradizione e la cultura dei regni. Questo è un aspetto che è stato tralasciato dalla storia ufficiale e io volevo assolutamente scriverci sopra.
2.Hai origini indiane e sei cresciuto in Scozia. Perché hai scelto di ambientare i tuoi romanzi in India ma soprattutto perché hai deciso di portarci indietro agli anni ’20?
A.: Trovo il periodo della dominazione britannica in India un momento e un ambiente particolarmente affascinanti, unico sotto diversi punti di vista, ed è stato molto trascurato, soprattutto dal genere crime. Credo che quel periodo della storia abbia molto contribuito a formare la moderna India e Gran Bretagna, in cui si è visto il meglio e il peggio di entrambi i popoli.
Il Raj – impero anglo-indiano – non è veramente trattato nelle scuole britannico. E’ un fatto che di per sé dice molto. Io so più della storia tedesca degli anni’20 e ’30 di quello che so della storia inglese di quegli anni. Altrettanto, io ho imparato qualcosa sul Raj da versioni romantiche ed edulcorate come Il gioiello nella corona o Passaggio in India. Ho fatto fatica a collegare quelle versioni con quello che mi raccontavano i miei genitori.
Crescendo come figlio di immigrati, finisci per sviluppare un naturale scetticismo verso ciò che impari a scuola. Fin da piccolo impari a tenere una mente aperta, a mettere in dubbio ogni cosa che ti viene detta. Impari che ci sono due versioni di ogni storia e che, molto spesso, nessuna delle due parti ha davvero ragione e la verità è da qualche parte a metà strada.
Il mio impeto a scrivere la serie di libri arriva da un desiderio di raccontare la storia di un tempo e un luogo a cui né le fonti inglesi né quelle indiane – ho pensato – avessero reso davvero giustizia.
3. Il capitano Wyndham e il suo sergente Surrender-not sono una coppia di investigatori indovinata e ben riuscita. Spesso si trovano a completarsi l’uno nelle mancanze dell’altro. Come sono nati nel tuo immaginario e dove ne hai tratto ispirazione?
A.: Sam è un veterano di guerra e un ex detective di Scotland Yard. La vita lo ha reso cinico, ha addosso le cicatrici del veterano di guerra e i sensi di colpa del sopravvissuto…arriva a Calcutta per un nuovo inizio lontano dall’Inghilterra.
Non sono sicuro da dove arrivi l’ispirazione per lui. E’ un outsider, qualcuno che non si sente davvero a casa da nessuna parte e penso che in parte arrivi dal mio background, l’essere figlio di immigrati in Gran Bretagna. Allo stesso tempo, sono un grande fan dei detective come Rebus di Ian Rankin, Bernie Gunther di Philip Kerr e Arkady Renko di Martin Cruz Smith e credo che gli investigatori da romanzo debbano essere dei pesci fuor d’acqua. Loro vedono le cose diversamente dagli altri.
Ma se Sam è pieno di ombre, il suo assistente, Sergente Banerjee, è giovane e idealista. Appena assunto dalla Polizia di Calcutta è un ragazzo intelligente e uno dei primi indiani ad entrare nelle forze dell’ordine. Il suo vero nome è Surendranath ma i suoi superiori inglesi lo trovano troppo difficile da pronunciare e lo hanno battezzato Surrender-not. E’ un nome a cui si sta gradualmente abituando.
Le sua decisione di unirsi alle forze di polizia genera tensioni con la sua famiglia. Suo padre in particolare è scioccato dalla decisione del figlio e lo accusa di star dalla parte degli oppressori della sua gente. Surrender-not la vede diversamente: la sua idea è che anche quando se ne andranno gli Inglesi, gli Indiani probabilmente continueranno a uccidersi a vicenda e serve qualcuno con le capacità di occuparsene.
Surrender-not incarna il conflitto interiore vissuto da molti Indiani scolarizzati del tempo, divisi tra la visione a tinte rosa della giustizia inglese e la repressione della propria gente. Lui è anche parecchio timido e impacciato, particolarmente imbranato nel parlare alle donne, che siano bianche o indiane, a meno che non abbiano una passione per il cricket.
A pensarci bene sia Sam che Surrender-not incarnano parti distinte della mia personalità. Sam ha il mio cinismo e diffidenza verso l’autorità, mentre Surrender-not rappresenta il mio lato positivo e ottimista.
4. In questa nuova storia hai spostato il focus narrativo dalla città di Calcutta, che rimane sullo sfondo, per portarci nel regno di Sambalpore, del quale hai saputo dipingere un affresco dettagliato che alimenta la curiosità nel lettore. Sembra quasi un luogo che è una preziosa bolla al di fuori del tempo. Puoi raccontarne qualcosa a chi ancora deve leggere il libro?
A.: Il regno di Sambalpore era un vero stato principesco, coincidente con i confini descritti nel libro, che esisteva fino a che non è stato assorbito dall’East India Company nel 1849, quando il suo ultimo reggente, Narayan Singh, morì senza un diretto erede maschio. Io ho semplicemente immaginato come sarebbe potuto essere se Singh fosse riuscito ad avere un erede e se il regno fosse rimasto indipendente dalla legge inglese.
Ha una storia che va indietro per migliaia di anni ed è menzionato nel Libro di Tolomeo come Sambalaka sulla riva sinistra del fiume Manada, che oggi si chiama Mahanadi. E’ menzionato anche in documenti cinesi.
E’ stato anche un centro chiave nella venerazione di Jagannath, una divinità che è centrale per il libro, con testimonianze dal decimo secolo che menzionano un idolo della divinità in una caverna vicino a Sonepur. Risulta anche che Jagannath avesse mandato la sua benedizione sul regno e che fosse sede di grandi depositi di diamanti che venivano esportati fino alla Roma imperiale.
5. Ci sono personaggi maschili forti che spesso finiscono per sottomettersi alla volontà di un personaggio femminile. Ma qual era realmente il ruolo della donna in quella civiltà e a quel tempo?
A.: Prima di iniziare a scrivere, sapevo che volevo ambientare questo libro nel mondo dei marajà indiani, perché erano dei personaggi molto folcloristici e perché era un’epoca molto affascinante. Al tempo erano gli uomini più ricchi al mondo e venerati come divinità dai loro sottoposti. Erano poligami, con molte mogli e più concubine che vivevano tutte insieme nell’harem, dove potevano essere raggiunte solo dai marajà e i loro eunuchi.
Quando ho iniziato le mie ricerche sul periodo, ho compreso che ho completamente frainteso l’equilibrio di potere in questi harem. Avevo una visione dei palazzi come luoghi del piacere e della dissolutezza, con tutti i benefici per qualche losco marajà ma la verità è che quegli harem – isolati dal mondo maschile – erano davvero dei centri del potere in cui le marahani, le principesse e le concubine esercitavano grande influenza. Queste donne facevano dei propri investimenti economici e divenivano a loro volta ricche, gestendo i propri affari direttamente dall’harem. La maggior parte del loro potere era dietro le quinte ma in molti aspetti di grande importanza erano loro a comandare. Il regno di Bhopal, per esempio, per la maggior parte del secolo, fu retto direttamente da donne e non erano hindu ma musulmane. Nel mondo d’oggi il fatto che un secolo fa donne islamiche potessero guidare regni potrebbe sconvolgere diverse persone.
6. Protagonista laterale ma indiscussa nei tuoi romanzi è la civiltà indiana nei suoi risvolti pratici ma anche religiosi, con il popolo, con i principi, con le divinità e i suoi riti. Infinite le sfumature di cui godere, ma tu dove ne individui il colore più brillante?
A.: Il colore più luminoso è la combinazione di tutti gli altri: le divinità, le persone, cinque millenni di civiltà, il cibo, le spezie, gli abiti, la cultura, la flora – persino il tipo di luce solare. Tutto è speciale e contribuisce a rendere l’India assolutamente unica.
7. Si parla di verità e di giustizia. Di come spesso la seconda non sia la diretta conseguenza della prima. E’ un tratto comune spesso, purtroppo, a tutta l’umanità. Ma all’interno di questa storia, senza troppo svelare, che forma assumono?
A.: Il problema con l’India, durante l’epoca coloniale, è che mentre i britannici volevano parlare della grandezza della giustizia britannica il più delle volte significava giustizia solo per gli Inglesi. Per gli Indiani, il sistema giuridico spesso significava che non c’era giustizia. Per questo io ho fatto una distinzione nei miei libri. In ognuna delle due i miei detective, Sam e Surrender-not, continuano la ricerca della verità, pure quando viene loro intimato di smettere. Non sempre purtroppo i colpevoli vengono puniti e questo perché spesso la giustizia è irraggiungibile e non resta altro che la ricerca della verità. Loro sperano che trovando la verità, puntando una luce sull’ingiustizia, ci possa essere più speranza di giustizia in futuro.
8. Ci porti in una società lontana, negli anni Venti. Ci parli di regni, di magnifiche cerimonie, di rituali, addirittura ci porti ad una caccia alla tigre. In cosa è cambiata la società indiana di oggi da quella di allora. E quali tratti comuni ne conserva?
A.: L’India è cambiata profondamente, non solo attraverso gli ultimi cento anni, ma anche solo negli ultimi venti. Oggi è una delle economie a più veloce tasso di crescita al mondo. La sua popolazione è più consapevole e aperta al mondo. Nonostante ci sia ancora un’immensa povertà, gli standard di vita crescono a impressionante velocità. Allo stesso tempo le tradizioni son ancora molto radicate in India. E’ ancora una cultura che ha rispetto per i suoi anziani e ha un forte spirito di comunità. Purtroppo ciò significa anche che per il suo tradizionalismo le donne sono spesso ancora dei cittadini di seconda classe, anche se lentamente le cose stanno cambiando. Ciò che dispiace invece è che l’India è sempre stata un rifugio per tolleranza e pluralismo. Questi valori sembra che vengano attaccati e c’è stata una forte crescita della destra populista hindu e fondamentalista e una paura per gli immigrati, in particolare musulmani. E’ lo stesso fenomeno che vediamo in America e in Europa e che mi spaventa.
9. Il romanzo è appena uscito, ma hai già qualche progetto futuro? Una nuova idea di trama che veda ancora come protagonisti Wyndham e il Surrender-not? Nel caso puoi fornirci qualche indizio?
A.: Arriverà infatti il libro numero tre. Si intitola Smoke and ashes ed è ambientato nel 1921. L’ambientazione torna a Calcutta e lo sfondo è la prima proposta di Gandhi per una resistenza non violenta contro gli inglesi. E’ stata una stagione tumultuosa ed è in quell’atmosfera febbrile che il governo inglese pensò che fosse una bella idea far venire il Principe del Galles in visita alla città.
Senza rivelarvi troppo, Sam deve indagare una serie di omicidi che lui è convinto siano collegati ma di cui non può parlare ai propri superiori senza correre il rischio di dover confessare i propri crimini…
Intervista a cura di Federica Politi












