Viola Veloce è lo pseudonimo di un’impiegata dislessica con la passione per la scrittura. Ha conquistato il pubblico in rete con la serie “Omicidi”, quattro gialli ironici ambientati in ufficio, in condominio, a scuola e in parrocchia. Con la sua dark comedy ha trasformato la routine in un teatro degli equivoci a colpi di crimini e humor nero.
L’abbiamo intervista, dopo aver letto il suo nuovo romanzo, “Il talento di Margherita“, uscito da poco per Feltrinelli Editore. Leggete un po’ quello che ci ha raccontato:
1) Benvenuta su Contorni di Noir. È appena uscito il suo romanzo Il talento di Margherita, edito da Feltrinelli. Com’è nata l’idea?
V.: In un modo abbastanza buffo. Ero al bar con delle persone che avevo appena conosciuto e una di loro, un uomo sui settant’anni, si è vantato delle sue prodezze sessuali, sostenendo d’essere ancora molto performante, proprio in quel senso lì. E poi ha pronunciato la frase che dicono molti uomini della sua età: “Io non prendo niente!”, alludendo ai farmaci che curano la disfunzione erettile. A questo punto, io e un’altra delle signore sedute al tavolo, ci siamo scambiate una veloce occhiata di intesa che significava: “Sta mentendo. Prende sicuramente quei farmaci, vista la sua età”. Però non abbiamo replicato nulla rispetto alla sua perentoria affermazione sulla virilità perenne di cui sarebbe stato dotato.
Poi, quando è uscito, ci siamo scatenate in commenti piuttosto divertenti sulla cosiddetta andropausa, che viene normalmente associata a una perdita di prestanza fisica in generale, quando invece gli uomini sanno benissimo che il periodo coincide con l’insorgere appunto del disturbo erettile. Ma se tutto il mondo si sente in diritto di parlare della menopausa, di disquisire sugli effetti che ha sul corpo femminile, sulla libido della donna, ecc., nessuno ha veramente il coraggio di raccontare che cos’è l’andropausa. Ed è stato in quel momento che mi è venuta l’idea del libro. Volevo in qualche modo vendicarmi di tutte le battute che le donne subiscono sul fatto di essere andate in menopausa. E quindi il libro è una specie di racconto satirico delle avventure di una donna di mezza età che sta cercando un compagno, dopo avere passato vent’anni da sola in seguito al divorzio dal marito. Margherita scopre appunto come gli uomini abbiano perso la prestanza di un tempo, chiamiamola così, e li prende un po’ in giro. Poi, siccome in tutti i libri che scrivo, inserisco anche una trama gialla che serve per tenere il lettore incollato al libro, a non annoiarlo, a dargli voglia di andare avanti a leggere per vedere come va a finire, ho inserito anche qui una serie di omicidi che potessero “guidare” la storia.
2) Viola Veloce è lo pseudonimo di un’impiegata dislessica con la passione per la scrittura: perché la scelta di questo nome?
V.: Quando ho cominciato a scrivere ero veramente un’impiegata e uno dei miei primi libri era di fatto una satira della vita aziendale. Venivano uccisi altri impiegati, dirigenti, e il sindacato era rappresentato in un modo assolutamente ridicolo. Non avevo la minima intenzione che si sapesse che io ero l’autore di quell’opera comica, in cui magari qualcuno avrebbe potuto riconoscersi. Quindi ho usato un altro nome e solamente adesso che sono andata in pensione (per vecchiaia, ho sessantasette anni) mi sento libera di parlare dei libri che ho scritto e di dire anche qual è il mio vero nome. In fondo non posso più essere licenziata. Fatto che mi è di grande conforto, anche perché posso scrivere con molta più libertà di prima, senza la paura che qualcuno in azienda scopra chi è l’autrice delle operette satiriche sulla società italiana che ho composto in questi anni.
3) La consapevolezza della dislessia in età adulta è stata di conforto o di sgomento?
V.: È stata di grande conforto, Perché fin da piccola avevo capito che c’era qualcosa nel mio cervello che non funzionava e io non potevo farci niente. Per esempio non riuscivo a scrivere i numeri dove c’era uno zero e non imparavo a memoria le procedure. Faccio un esempio: anche quando ero già adulta e partivo per le vacanze e non aprivo il PC per un mese, mi rendevo conto al ritorno di essermi dimenticata le procedure. Insomma, partivo che sapevo usare Word e PowerPoint e tornavo che non li sapevo più usare. Questa mancanza di memoria per le procedure è tipica della dislessia, come un sacco di altri problemi che ho incontrato nella vita. Di fronte a un file Excel io perdo letteralmente la testa, ci sono troppi numeri. Sapere che non era colpa mia, della mia cattiva volontà, ma del mio cervello, è stata veramente una bella scoperta.
4) Le idee, frasi, parole devono essere collegate fra loro in modo logico e intellegibile: per lei è più importante la forma o il contenuto?
V.: Devo essere sincera: ho letto solo libri bellissimi, nella sostanza ho letto solo i libri classici. Non sono una che arriva in spiaggia con un libro di mille pagine, magari un giallo, e si mette sulla sdraio tutta contenta perché passerà la giornata a leggere. Non mi interessano i libri che non presentano una scrittura articolata e interessante. Fondamentalmente i classici sono una garanzia, perché se hanno superato indenni tutti questi anni e sono arrivati fino a noi, significa che erano veramente dei grandissimi libri. La lettura, quindi, per me, non è un passatempo. Se ho un po’ di tempo libero, preferisco fare sport, andare in piscina, nuotare, camminare, ma non mi piace leggere. Tantomeno leggerei un libro che non è scritto in maniera magistrale.
5) Protagonista del romanzo è Margherita Fiori. Ci racconta come l’ha caratterizzata?
V.: Vale un po’ sempre la regola di Flaubert: “Margherita sono io”. Gli scrittori non si inventano un bel niente perché il pensiero è pensiero di pensiero, si limitano a modificare i loro pensieri per creare dei nuovi personaggi che sono tutti in qualche modo un’estensione della loro personalità. Non voglio dire di non ispirarmi alla realtà, a persone reali o a cose che mi sono successe veramente, ma in qualche modo si può dire che tutto quello che scrivo è stato inventato ma anche che è tutto vero. Scrivere significa infatti riuscire a fare questa piccola traslazione dal reale al fantastico senza che il lettore percepisca la presenza dell’invenzione.
6) La trama gialla fa da trampolino di lancio per parlare anche della “seconda età”. Pensa che i romanzi oggi siano più incentrati su figure più stereotipate?
V.: Quello che penso è che la società italiana è veramente afflitta da quella che in inglese si chiama ageism, ovvero pregiudizi basati sull’età. Ci sono paesi molto più civili dei nostri in cui nei curriculum non si deve neanche scrivere la propria data di nascita. Quindi sono stata in un certo senso stupita dal fatto che un editore avesse scelto di pubblicare il libro di una signora di sessantasette anni, con i capelli bianchi, che non è carina come una ragazza di trent’anni. In effetti, sembra che oggi molti ritengano che nei romanzi debbano essere raccontate storie che riguardano uomini e donne giovani. Peccato che i lettori siano spesso un po’ anzianotti e per chi ha sessant’anni potrebbe essere piacevole leggere un libro in cui la protagonista ha la sua stessa età . Sono contenta che Feltrinelli si sia accorta di questa che mi sembra una verità lapalissiana.
7) Le figure maschili incontrate nel romanzo sono di persone abbastanza infami: ne ha conosciute nella realtà?
V.: Anche in questo caso vale quello che ho raccontato prima. Nei miei personaggi c’è sempre una parte di realtà, ispirata a qualcosa che mi è successo veramente, ma poi i personaggi acquistano una vita autonoma e fanno delle cose che non hanno fatto quando erano in mia compagnia. In questo libro mi sono un pochino divertita a dipingere gli uomini un po’ peggio di quanto non siano effettivamente. Si potrebbe dire che il libro è uno scherzo da prete, espressione che si usa per indicare che l’unico a divertirsi dello scherzo è il prete e non quello a cui viene fatto lo scherzo.
8) Quando ha iniziato a fare mappe concettuali?
V.: Sicuramente le facevo all’università, per riuscire a laurearmi ho fatto milioni di schemi, ma non erano così strutturati come quelli che poi ho imparato a fare insieme a mio figlio quando abbiamo cominciato a utilizzare le mappe mentali, diverse da quelle concettuali, inventate da un grande genio, Tony Buzan. Le disegnavamo sul PC come se fossero dei neuroni, sopra i quali si potevano scrivere delle parole, aggiungere delle immagini, insomma fare in modo che le informazioni avessero anche un impatto grafico e non solamente testuale. Credo di essere diventata una cintura nera di mappe mentali mentre rifacevo le scuole insieme a mio figlio, dislessico anche lui naturalmente.
9) Nel libro ci sono molti riferimenti a situazioni cliniche. Come vive l’ambiente medico?
V.: Ho avuto la fortuna di incontrare dei medici gentili, interessanti, che mi hanno spiegato come ragionano i dislessici. Credo ugualmente che sarebbe importante spiegare ai neurodivergenti come funziona il loro cervello, anche se nessun cervello funziona in modo identico a un altro, anche tra neurodivergenti. Ma è sempre interessante ascoltare le avventure di un dislessico, per esempio quali tecniche ha usato per compensare le sue difficoltà, come si arrangia quando deve fare un calcolo, quali trucchi usa per sopravvivere. Sarebbe importante se i medici spiegassero ai loro pazienti come funziona un cervello neurodivergente.
10) In pubblico e in mezzo a conversazioni noiose si chiude in sé stessa o cerca di pilotare la conversazione?
V.: Detesto le persone che parlano troppo e io sono capace di stare zitta per ore, soprattutto se la conversazione non è interessante. Preferisco lasciar parlare gli altri e magari cercare persone più interessanti con cui passare il mio tempo. Ma non provo a imporre il mio punto di vista, a meno che non mi trovi con qualcuno che stimo molto e quindi mi fa piacere che sappia quali sono le mie opinioni.
11) C’è un prossimo libro in vista? Se sì, è contemplata la neurodivergenza?
V.: In teoria dovrebbe essere pubblicata tutta la mia serie Omicidi, composta da quattro libri dove la protagonista è neurotipica ma ha un figlio dislessico. Sono libri che ho scritto quando non sapevo di essere dislessica e quindi mi descrivo come poco brava a scuola, per niente brillante, ma non parlo della mia neurodivergenza. Se invece vi sarà un seguito del Talento di Margherita, certo la protagonista sarà ancora neurodivergente e magari continuerà nell’esplorazione del proprio cervello, che è un po’ quello che fa Margherita nel libro.
12) Se fosse ministro del governo quale ministero vorrebbe avere e cosa proporrebbe?
V.: Naturalmente vorrei il Ministero dell’Istruzione ed è difficile spiegare in poche righe quello che mi piacerebbe fare. Posso solamente dire una cosa: una scuola pensata per i dislessici, sarebbe perfetta anche per i neurotipici. Tutti dovrebbero poter usare un computer, fare le mappe mentali, imparare a ragionare invece di imparare a ricordare. In tutti gli studenti andrebbe stimolato un pensiero critico, perché ci ricordiamo le nostre idee, le nostre opinioni, mentre è più difficile ricordare quello che pensano gli altri se non lo abbiamo profondamente compreso, per non parlare delle date o delle regole di matematica, fisica, eccetera, che non bisognerebbe imparare a memoria, ma tutti dovrebbero poterle consultare per poi ragionare con la loro testa.
13) Consigli per persone neurodivergenti, giovani e meno giovani.
V.: Consiglio a tutti di non sentirsi delle persone di serie B come è successo a me nella vita ma di capire che a ogni nostro difetto corrisponde una qualità. Non ci ricordiamo i numeri di telefono e le date di nascita, ma esistono degli studi sui dislessici che dimostrano come abbiano una visione di insieme molto più ampia dei neurotipici. Riescono a oltrepassare i confini della conoscenza, in un certo senso, e i loro pensieri sono sempre molto interessanti nonché eccentrici. I dislessici che ho conosciuto erano tutte persone singolari, piacevoli, certo tutti un po’ insicuri, tutti poco convinti di essere bravi a fare le cose, ma sicuramente brillanti. Dislessici noiosi non ne ho mai incontrati.
Intervista a cura di Rinaldo Picciotto













