Michele Brambilla – Non è successo niente di grave. Recensione e intervista

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Editore Baldini + Castoldi / Collana I Lupi
Anno 2026
Genere Giallo/Saggistica
175 pagine – brossura e ebook


Tutti abbiamo qualcosa di inconfessabile. Tutti. Nessuno escluso.
Questa l’inquietante verità riportata sulla quarta di copertina. Nel romanzo è un sacerdote a pronunciarla, e si suppone che un uomo di chiesa di ‘confessabile e inconfessabile’ se ne intenda. Un interessante spunto di riflessione che ci accompagna durante la lettura, insieme con l’angosciante dilemma: assassini si nasce o si può diventare?

Con il suo romanzo di esordio, il giornalista (è attualmente direttore del Secolo XIX) Michele Brambilla ci porta nella Brianza degli anni Ottanta alla ricerca del colpevole di un efferato delitto: la dottoressa del paese di Besana in Brianza è stata uccisa nel salotto di casa sua con feroci colpi da arma contundente. Una vittima dalla vita specchiata, linda come la Brianza.
A indagare sul crimine non solo il maresciallo dei carabinieri Vicinanza, ma anche due giovani cronisti (uno dei quali è autobiografico) dei giornali della sera, che allora ancora esistevano (che nostalgia!).
Questo doppio filone è quello che rende peculiare il romanzo, che alterna la storia del giornalismo di quegli anni a un’indagine classica basata su interrogatori, documenti, esami di laboratorio.
La scioltezza e il garbo con cui Brambilla riesce ad alternare i punti di vista, a mescolare soggettiva e narrazione in terza, la lingua impeccabile, pulita, sciolta e scorrevole sono valori aggiunti, insieme con la capacità di sintesi (tipica dei cronisti di nera) e la brevità (gran pregio) di chi sa dire l’indispensabile nel miglior modo possibile.
Di recente il romanzo ha vinto il primo premio al concorso Ceresio in giallo davanti a un altro giornalista, Daniele Bresciani.

Qualche domanda all’autore non guasta mai.

1. Michele: prima opera, già premiata e anche molto apprezzata da giallisti consumati. Come ti sei trovato in questa veste di romanziere, tu, abituato alla fredda cronaca?
M.: Inizialmente in imbarazzo, perché la scrittura di un giornalista è molto diversa da quella di un narratore. Di giornalisti diventati grandi romanzieri ne ricordo solo uno, Dino Buzzati. Il quale però forse era nato scrittore, e nel giornalismo ci era finito per caso, restandone come un marziano. Insomma provavo vergogna nel provarci.
Ma erano quarantacinque anni che volevo raccontare, in forma narrativa, un episodio, o meglio un ambiente, che avevo davvero vissuto come giovanissimo cronista. Ho preso coraggio e ho scritto. Poi ho mandato a Elisabetta Sgarbi, e mi è andata bene.

2. Non è successo niente di grave: un titolo perfetto, che descrive il torpore, il perbenismo, il silenzio complice e impaurito dei paesi di provincia. Tu descrivi a tinte noir un territorio che conosci molto bene…
M.: Sì, il vero protagonista del romanzo è la provincia. Non pensavo di scrivere un giallo. Volevo raccontare un ambiente, un territorio, il moralismo di un piccolo mondo di vizi privati e pubbliche virtù. Il delitto è in fondo solo un pretesto narrativo. Chi arriva fino in fondo al romanzo capisce il titolo.

3. La scelta del carabiniere Vicinanza deriva da una conoscenza reale o è un personaggio di fantasia?
M.: È un personaggio di fantasia. Ma come tutti i personaggi di fantasia è un mix di personaggi reali, ai quali il narratore ruba qualche caratteristica, assemblando poi il tutto nella sua creatura.

4. Ho particolarmente apprezzato la figura del sacerdote, con la sua talare, la sua pacatezza e la saggezza delle sue parole. Come sopra: esistono ancora sacerdoti così e tu ne conosci uno o hai descritto un ideale?
M.: Idem come per Vicinanza. Don Tranquillo è un po’ quel prete vero che ho conosciuto, un po’ quell’altro. In lui ci sono miseria e nobiltà, c’è don Abbondio e c’è fra Cristoforo. In fondo si dice che la Chiesa è santa e peccatrice, e trovo un grande realismo in questa definizione: vale per la Chiesa ma vale per ciascuno di noi. E comunque, alla fine del romanzo, emerge sì la fede ipocrita e bigotta di un certo ambiente piccino, ma anche la grande saggezza e umanità del cristianesimo.

5. Il romanzo è molto ben storicizzato. C’è del rimpianto per quegli anni? La Brianza è ancora così o qualcosa è cambiato?
M.: Non c’è rimpianto, neppure per la giovinezza da molto tempo perduta. Nel passato c’erano cose migliori e cose peggiori rispetto ad oggi. Quanto alla Brianza, non la frequento più da decenni, se non molto raramente. Ho vissuto a lungo a Milano, poi a Como, a Torino, a Parma, a Bologna e ora a Genova, sempre per lavoro, mentre la mia residenza è a Luino, sul Lago Maggiore. Quindi non so quanto sia cambiata rispetto a quarantacinque anni fa. Penso però che il DNA sia sempre lo stesso. Anche qui, con grandezze e meschinità.

6. So che è in arrivo una prossima uscita. Ti ritroveremo giovane cronista alle prese con i delitti o sarà qualcosa di nuovo?
M.: Sì, il 19 giugno è uscito “La signora Gisa è improvvisamente scomparsa”, ambientato tra la Brianza e Milano, tra l’inizio degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. E ci siamo ancora io e Beppe Cremagnani de l’Unità, un mio grande amico purtroppo scomparso. Ma di me, come nel primo romanzo, non c’è quasi nulla. L’uso dell’io narrante è solo un espediente per raccontare. Raccontare un’epoca, un ambiente, i personaggi, un mestiere – quello del cronista di nera – scomparso da tempo, come la signora Gisa.

Articolo di Elena e Michela Martignoni


Lo scrittore:
Michele Brambilla (Monza, 1958) è giornalista e saggista. Dopo aver diretto «La Provincia» di Como, la «Gazzetta di Parma», «il Resto del Carlino» e «QN Quotidiano Nazionale», dal 2024 è direttore de «Il Secolo XIX». Tra i suoi libri: L’Eskimo in redazione (1991), Sempre meglio che lavorare (2008), Coraggio, il meglio è passato (2009), Vinceremo di sicuro (2015), In provincia (2023), I peggiori anni della nostra vita (2024). Con Aldo Giovanni e Giacomo ha pubblicato Tre uomini e una vita (2016).