Alan D. Altieri: un Uomo, un mito. Parte 2

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Continuiamo questa giornata in ricordo di Alan D. Altieri, pseudonimo di Sergio Altieri, morto all’età di sessantacinque anni, lasciando sgomenti i suoi amici e i lettori, anche se spesso erano la stessa cosa… Sì, perché nonostante la sua mole, la sua presenza unita alla voce potente che mettevano soggezione, “Sergione” aveva il cuore d’oro ed era impossibile non farsi trascinare dalla sua scia luminosa.
Parte della biografia ve l’abbiamo raccontata nel post precedente, ma è difficile condensare il suo lavoro, durato anni, in poche righe… E non vogliamo fare un elenco che potete trovare benissimo su internet.
La nostra intenzione è di parlare dell’uomo attraverso le voci di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e/o di lavorare con lui. E proseguiamo con altri ricordi, buona lettura!

ROMANO DE MARCO
Conobbi Sergio a Milano, nel 2007, era diventato da poco direttore del Giallo Mondadori. Fu Raul Montanari a organizzare l’incontro, a pranzo, in zona Porta Venezia. Avevo con me uno zainetto pieno di romanzi da fare autografare al “Big Wolf”, pagine che ho adorato e sulle quali mi sono formato come narratore: Città Oscura, L’uomo esterno, La trilogia di Magdeburg. In genere arrivo in anticipo ma quella volta ero in ritardo per colpa di uno sciopero dei camionisti che aveva paralizzato le autostrade. Sergio, a dispetto del carattere generoso e della grande bontà d’animo, aveva un aspetto che incuteva un certo timore reverenziale. Trovai lui e Raul già seduti e, mortificato, mi scusai accusando gli autisti dei TIR, colpevoli di aver bloccato l’Italia intera. Sergio si alzò, mi strinse la mano (quasi stritolandomela) e con aria di rimprovero mi disse: “Romano… questo paese, ogni tanto, ha bisogno che qualcuno gli lanci in faccia una bella secchiata di letame!”. Dopo il pranzo tirai fuori i libri da autografare.
Quando fu il turno di Città di ombre non potei trattenermi dal dirgli quanto ero rimasto impressionato dalla lunga sequenza nella quale Alan Wolf e un artificiere devono disinnescare una bomba dal micidiale potere distruttivo. Mentre firmava gli domandai “Scusa Sergio, posso chiederti come fai a conoscere tutti questi dettagli tecnici sugli ordigni esplosivi?” La sua risposta fu spiazzante: “Ma sai, Romano, basta guardare su dei libri… e per il resto ho inventato.”
Questo era Sergio Altieri. Per me è stato un amico, un maestro, un esempio. Porterò per sempre il suo ricordo nel cuore.

EDOARDO ROSATI
C’era una volta il Lupo. Sergio Altieri. Dopo l’indelebile zampata impressa al sottoscritto dai suoi romanzi, desideravo conoscerlo. E ci riuscii, frequentando con il fraterno Danilo Arona quello storico posto delle fragole che era La Libreria del Giallo di Milano, gestita dalla sopraffina padrona di casa, la compianta Tecla Dozio. Fu… apocalisse a prima vista, perché ci ritrovammo a parlare a lungo dei fantascenari letterari prediletti da entrambi. E così Sergio apprese che amavo visceralmente il medical thriller. Lui, uomo d’azione come il suo Alan Jericho Wolf di Città di ombre, recepì il messaggio. E la sua immensa generosità lo condusse a coinvolgermi poco dopo nell’antologia Anime Nere in primis e in altri progetti mondadoriani a seguire. Un’amicizia, la nostra, che – lo dico con solare franchezza – ho vissuto sempre con la carica entusiastica del fan che stravede per una rockstar, consapevole che quel carismatico “monaco guerriero della scrittura”, come lo ha definito con acutezza il giornalista e collega Roberto Casalini, avrebbe arricchito di adrenalinici input la mia fantasia di narratore. Difficile scrollarsi di dosso la sua visione del mondo, darkissima e crudele, ma nel contempo illuminata da una saggezza autentica e profonda. E infatti voglio tenermela assolutamente ben stretta, questa Weltanschauung altieriana. E sapete perché? Perché sento che continua a corroborare, come un’iniezione dello steroide Venom nelle vene del batmaniano Bane, il mestiere di scrivere. C’era una volta il Lupo. E c’è ancora. Big abrx, Sergio.

MAURO MARCIALIS
Courmayeur, festival del noir, dicembre 2006. Sono un esordiente confuso e tremolante nella sede legale del romanzo criminale. In copertina ho il suo strillo: “c’è un ventre nero e maledetto nell’Italia del Nord. Marcialis ne ha tracciato la mappa”. Lo scovo nel salone delle presentazioni, gli vado incontro. La sua ombra mi seppellisce a tre metri di distanza. Balbetto: “Sono Mauro… grazie… per…” I suoi occhi s’illuminano, il sorriso si allarga. Mi offre da bere, si complimenta. La prima impressione è che sotto la scorza di uno sniper implacabile si nasconda un animo fanciullesco, entusiasta, premuroso.
Non lo dice espressamente, ma promette: “da questo momento, non ti lascerò mai solo”. Mi regala idealmente uno dei suoi fucili d’assalto con matricola “My Bro”. Mi rendo presto conto di far parte della sua personalissima squadra d’assalto che, nelle mail collettive, definisce gang. La sua generosità è apocalittica: non lascia nessuno indietro, mai, si immola alle cause (anche quando alcune di queste – le mie, per esempio – sono perse in partenza), scova parole in cinque diverse lingue per consolare, spronare, lusingare.
Mantiene la promessa. Lo fa con tutta la gang.
È riservato, Sergio, ma l’eco dell’attenzione che rivolge a boys & girls deflagra come gli esplosivi che piazza nei suoi romanzi.
Come autore è un riferimento imprescindibile per le generazioni successive. Uno stile liricamente corrosivo, inimitabile.

Nel vento, qualcosa stava urlando…
Era la tua gang orfana, Big Bro, quel giorno maledetto.
So che in qualche modo continui ad essermi vicino, so cosa diresti…
Let’s rock, man!

GIANFRANCO NEROZZI
Alan: l’uomo che resta
Quando viene a mancare qualcuno d’importante per noi, si dice spesso una frase: resterà sempre nei nostri cuori.
Gli artisti in generale, e gli scrittori in particolare, al di là delle frasi di maniera, grazie alle loro opere, sono indimenticabili a prescindere.
Bigwolf era un uomo che restava anche prima, però, non solo dopo. Nel senso che avere a che fare con lui, anche fuori dai suoi romanzi, voleva dire trovarselo in qualche modo dentro. Con quella magica capacità che hanno solo i grandi, di coinvolgere.
La prima volta che ci siamo incontrati, l’ho già descritta nella mia prefazione a Sniper Forever. E non voglio stare a ripetermi: che senso avrebbe? Voglio quindi condividere la mia ultima volta.
La notte successiva a quella della sua dipartita, feci un sogno.
Ero su una barca, in mezzo al mare. E c’era anche lui, che scendeva in cabina e mi diceva: mi dispiace, bro. Con gli occhi umidi di lacrime. Svegliandomi piangendo pure io, interpretai la cosa come una comprensibile metaforizzazione del dolore.
In seguito, però, scoprii una cosa che non sapevo assolutamente. E cioè che lui immaginava l’al di là come un grande mare, da raggiungere in barca. Voglio quindi credere che lui sia venuto davvero a salutarmi, prima di iniziare il suo viaggio oltre la riva del cielo. Perché l’uomo che resta: resta! Prima, dopo, in ogni luogo. E sono molto contento e onorato di averlo avuto nel cuore. Prima, dopo, in ogni luogo. E di aver condiviso con lui anche quelle amare e dolci lacrime di fantasma.

ALESSIO LAZZATI
Ho conosciuto Sergio nel 2006 a un evento nell’ambito del Premio Chiara. Quando mi sono presentato (sono il fondatore della tua community online o qualcosa di simile, dandogli rigorosamente del lei), le sue prime parole sono state: “Grazie per tutto quello che stai facendo, per favore diamoci del tu”. Non dico che basterebbe a riassumere la persona, ma dà un’idea di massima.
Così è iniziato tutto.
Nel tempo, attraverso la barriera (voluta e rispettata da entrambi) della reciproca riservatezza, ho scoperto un Amico con la A maiuscola: disponibile al consiglio ma mai invadente, pronto ad ascoltare, di un’educazione e una gentilezza rare, nonché un professionista, mentore e collega di altissimo livello, umile come solo i grandi sanno essere e disponibile a condividere la sua conoscenza.
Nella sua opera c’è tutto Sergio Altieri, ma per ritrovarlo è necessario non fermarsi all’apparenza. Si deve ricomporre un’immagine fatta di mille dettagli, possibile solo per chi lo ha conosciuto (e letto) davvero.
Ci sono caratteristiche nei suoi personaggi che sono sue, altre che sono semplicemente frutto dell’impeto creativo.
In ogni caso la sua essenza permea l’universo narrativo e si infila tra le pieghe degli stacchi del testo. Nei punti fermi, nelle frasi sincopate, nei silenzi e nelle pause.
Nel vuoto e nel non-vuoto, nella presenza e nell’assenza.
Come nella realtà: parole e silenzi pesati, mai casuali, densi di significato.

CLAUDIA SALVATORI
Una volta che dovevamo andare insieme a Segrate mi aspettava in fondo al binario del treno Genova-Milano. Guardava nel vuoto: sembrava disattivato, non presente. Un oggetto abbandonato. Non appena mi ha vista si è come svegliato, rianimato, e ha sorriso. Non perché fossi io, ma perché ero un amico, qualcuno che per un certo tempo poteva trattenerlo in questo mondo così strano e feroce. E’ l’immagine più vivida che ho di lui, e quella che mi commuove di più.
Altre persone hanno avuto la mia stessa impressione di uno che non abita quella che chiamano realtà. L’attraversava spargendo scintille di umorismo, con il cuore immerso nei territori dell’immaginario.
Credo che sia stato, fra gli scrittori che ho conosciuto, quello che più incarnava l’artista maledetto, categoria che va scomparendo. La “dannazione” dell’artista non ha niente a che fare con la demonologia, è un fenomeno sociale: la presa di potere di gruppi umani a cui le arti non servono. Nella nostra epoca è possibile essere artisti maledetti quasi senza accorgersene, e non riconoscere chi lo è. Essere belli va bene, ma non ci garba essere dannati.
In altri tempi lui sarebbe stato un poeta onorato in vita.
Tutti abbiamo conosciuto i suoi atti di gentilezza come amico e le sue qualità come scrittore. Ne aggiungo una che può essere sfuggita: gli piaceva davvero che gli altri scrivessero bene.
Chiudo con una osservazione di Dostojevskij ne I fratelli Karamazov: l’originalità danneggia chi la porta, quando tutti tendono a omologare le individualità, ma un uomo originale talvolta reca in sé l’essenza del comune patrimonio umano.

SARA BILOTTI
Ogni volta che mi guardo indietro, lo vedo arrivare. Con i suoi pantaloni militari, lo zaino che pende da una spalla, gli occhi buoni e inquieti. “Ciao, Lupa,” mi dice. “Hai seguito la mappa?”
L’ho seguita, Sergio, sì. Anche quando non avrei voluto.
Ricordo pochissimo della prima volta che gli ho stretto la mano: ero emozionata e incredula. Fu il nostro incontro a Torino a fissarsi nella mia testa con i chiodi. Era il 2012, ed eravamo al Salone del libro di Torino.
“Devo parlarti,” mi disse. Sembrava un generale pronto a sferrare un attacco decisivo contro l’esercito nemico, e io, trotterellante e incerta, il messaggero che avrebbe dovuto riferire la sua strategia ai soldati.
Si guardò intorno nel padiglione affollato e scelse un tavolino bianco, al quale ci sedemmo. Posò lo zaino a terra e poi, sul tavolo, un foglio immacolato. Aveva saputo che diverse case editrici avevano mostrato interesse nei miei confronti, e così disse: “Ecco cosa ti succederà.”
E prese a disegnare la mappa. Allora non capii nulla di ciò che stava costruendo, ma ora so che, in quello schema così dettagliato e preciso, Sergio stava disegnando il mio futuro. Le difficoltà che avrei avuto, i compromessi che avrei dovuto affrontare, la rinascita, la vittoria del nero nella mia scrittura, nonostante un sistema che pretendeva, soprattutto dalle donne, trame consolatorie, rassicuranti, uguali a se stesse in eterno.
“Ce la farai, Lupa,” mi disse. “Finirai per vincere”.
Io, che neanche avevo cominciato, di dove sarei finita capii poco. Ma infilai il mio futuro in borsa e lo ringraziai.
Ogni volta che seguo con gli occhi il percorso tracciato, nel mio cuore gli dico ancora grazie, perché se non ho mollato mai lo devo a lui, al tesoro nascosto alla fine, dove Sergio manca da morire.

MATTEO STRUKUL
Quello che mi colpì subito fu il tono della voce e poi quell’inflessione quasi esotica, un po’ americana e un po’ italiana. Poi lo vidi: sembrava che la sua persona diffondesse un’aura, come se fosse un condottiero, un monaco guerriero, un capitano di ventura appena uscito dalle pagine di un grande romanzo storico. Era un uomo dal fisico portentoso: alto, imponente, con le spalle larghe. La barba curata, gli occhi vivissimi e penetranti, lo sguardo profondo. Avevo letto i suoi romanzi culto come Kondor e L’uomo esterno e riconobbi quasi naturalmente in Sergio Altieri il Maestro dell’Apocalisse. Quando mi strinse la mano, mentre mi presentavo come responsabile ufficio stampa di Meridiano Zero editore e suo appassionato lettore, quasi me la stritolò. Aveva appena terminato di rispondere alle domande di Luca Crovi per la trasmissione Tutti i colori del giallo di Rai Due che in quei giorni Luca conduceva direttamente da Courmayeur. Ci trovavamo lì per il festival del Noir. Avrebbe presentato un autore che accompagnavo: Victor Gischler from Louisiana. Dopo le prime chiacchiere, su mia insistenza, mi raccontò della saga che stava scrivendo: aveva per protagonista un viandante in nero, un uomo venuto dalla Terra delle Lacrime nelle lande della Germania devastata dalla Guerra dei Trent’anni. Pensai che fosse la storia più incredibile che avessi mai sentito. Avrei potuto ascoltarlo parlare per ore perché Sergio Altieri era uomo colto, sensibile, attento, generoso, con un senso innato della teatralità e un romanziere puro alla maniera dei Dumas e dei Balzac e con tutta la forza incendiaria di Friedrich Schiller o Christopher Marlowe. In lui anche il quotidiano assumeva una dimensione fantastica, parossistica, travolgente. E io amavo quel suo modo di essere, di raccontare e di vivere. Così ce ne rimanemmo lì, a bere un Gin Tonic nella hall dell’albergo mentre fuori si scatenava una tormenta di neve. Pensai che mi stava regalando due delle più belle ore della mia vita. Capii di trovarmi di fronte a uno dei migliori romanzieri contemporanei e che avrei voluto un giorno seguire le sue orme.
Dopo quel giorno non ci perdemmo più di vista. Corsi in libreria, mi procurai e lessi la trilogia di Magdeburg. Pensai che si trattasse di una saga gigantesca e clamorosa, con personaggi formidabili, un’avventura talmente splendida da meritare una grande serie tv o una trilogia di film. A quel punto, studiai i suoi libri con la religiosa dedizione dell’adepto.
Dieci anni dopo, quando vinsi il premio Bancarella, dedicai dal palco la vittoria a Sergio. Lui ormai era volato via. Ma per me un maestro è tale per sempre e lui lo è stato nella scrittura e nella vita. Una volta gli chiesi che cosa fosse la cosa più importante per un romanziere e lui senza esitare mi rispose: «L’integrità». Poi aggiunse: «Verso la storia e verso i personaggi». Serbai quelle parole come un tesoro. E ancora oggi rappresentano il faro assoluto per il mio lavoro.
Grazie Sergio. Mi manchi tanto.

ITALO BONERA
Un caldo pomeriggio di luglio, una telefonata.
Ho una notizia buona e una cattiva. Quale vuoi per prima?
La voce, allora sconosciuta, era quella di “Sergio Altieri della redazione di Urania”, così si era presentato, e così lo sentii per la prima volta.
La cattiva notizia? Il nostro romanzo non aveva vinto il premio Urania. La buona, molto buona, era che lui lo avrebbe pubblicato ugualmente.
Come autore devo tutto a Sergio. Era una persona indimenticabile, un uomo di razza. Era – mi sia concesso – un buono.
Lo incontrai di persona alcuni mesi più tardi a una rassegna sul giallo, quando mi fece conoscere Barbara Baraldi e Giuseppe Genna. Assomigliava ai suoi personaggi solo nell’aspetto: l’estetica vagamente militaresca, la voce possente. Schietto, autentico, con una grande personalità, ma soprattutto con una straordinaria attenzione verso gli altri.
Verso di te.
L’ultima volta che lo accolsi a Brescia fu per la presentazione di Juggernaut. Qualcosa andò storto all’appuntamento, e mi telefonò.
Mi sono perso – disse – in una periferia industriale di quelle dove tu e io potremmo ambientare le nostre storie.
Eccola, l’umanità di Sergio. Al momento non me ne resi conto, poi ci pensai: si leggevano in tanti modi, quelle parole.
Il primo era che lui, grande sceneggiatore, immenso scrittore, Maestro dell’apocalisse, quando parlava con un piccolo autore riusciva con leggerezza a metterlo sul suo stesso piano. Tu e io. Le nostre storie.
Il secondo, che Alan D. Altieri, autore di tecno-thriller, di narrazioni dal futuro, pilastro della fantascienza, usava un cellulare vecchio di dieci anni, senza Gps.
E si perdeva.

ANDREA CARLO CAPPI
Lo chiamavano Alan D.
«Ti presento Alan D. Altieri», disse Andrea G. Pinketts. Quella settimana, nel suo appuntamento letterario in corso Garibaldi, aveva colto al volo la presenza a Milano dello scrittore in trasferta da Los Angeles. Altieri era già l’autore di culto di libri all’epoca introvabili, che mi ero perso nei miei periodi di clausura alla facoltà di ingegneria. Dunque quella sera non avevo ancora letto niente di suo.
Ma conoscevo il mito, che si confermò in carne, grinta e accento americano, anche se mi pare che già in quell’occasione abbia rivelato di chiamarsi Sergio, vittima ignara di un’alterazione last minute di identità sulla copertina del suo primo romanzo. Si era laureato al Politecnico di Milano (lo stesso da cui stavo fuggendo), prima di varcare l’oceano e approdare infine in una L.A. divisa tra Mecca del Cinema, il suo luogo di lavoro, e street gangs dai calibri pesanti, realtà quest’ultima che seguiva sempre più la direzione prefigurata nei suoi libri.
Per leggerli avrei dovuto attendere le edizioni TEA e Corbaccio e sarebbe stata un’esperienza life-changing. L’unico influsso altrettanto forte di quegli anni fu dal cinema heroic bloodshed di Hong Kong. Curioso ma non troppo che il mio primo ricordo di Altieri sia abbinato a Pinketts: due autori scomparsi entrambi anzitempo, nati dal genere per farne qualcos’altro, ciascuno con un suo stile naturale che si può solo tentare di imitare, ma senza mai eguagliarne l’efficacia.

FABIO NOVEL
Il Big Bad Wolf (definizione sua) Sergio Altieri era un pezzo d’uomo, carismatico, dal tono di voce potente ma non prepotente. Barba e pelata aggiungevano fascino. Quel cipiglio severo sfoggiato in alcuni foto, puntualmente si apriva a un sorriso caldo e aperto, mentre le rughe si tuffavano nella luminosità ironica degli occhi. Si muoveva con prestante sicurezza, anche arrivato alla metà dei suoi sessant’anni. Nessuno l’avrebbe mai detto che a cedere sarebbe stato il suo cuore.
Ma c’è una logica (per quanto iniqua) in questo. Nell’essere colpito proprio al cuore, intendo.
È stato definito il Maestro dell’Apocalisse. Nei suoi romanzi scorre sangue e violenza, straordinariamente declinati in un modulo action che, ai suoi esordi, era nuovo alla narrativa italiana. Le sue opere sono pregne di pessimismo verso la natura umana. Eppure, se le avete lette bene, se le avete vissute, vi sarete accorti di quante volte, tra ordalie e vendette, tra roghi e la cenere in sospensione, nei suoi più solitari e misantropi e imperfetti protagonisti, dentro l’acciaio temprato delle loro anime, qualcosa pulsa potente, pronto a combattere, per non morire del tutto. E avrete apprezzato come il confluire cruento e drammatico dei vari vettori narrativi riveli spesso una profonda storia di sentimenti, d’Amicizia o d’Amore.
Di tutti gli aspetti di Sergio che ognuno di noi vorrà ricordare, ecco, io vorrei soffermarmi su questo aspetto dell’uomo Altieri, visto che dell’autore, dell’editor, del traduttore, si riconoscono già le qualità. L’uomo che, attraverso il ruolo, ha aiutato tanti autori a trovarsi uno spazio. E il Sergio che, anche quando una telefonata era di lavoro, mi chiedeva di mia moglie, di mio figlio, ed era chiaro non fosse solo educazione.
Datemi dell’eretico, ma credo che Sergio fosse in fondo debole (ma una debolezza che è – a tutti gli effetti – forza!) proprio lì: nel suo grande cuore.

Concludo questo post con l’ultima mail che ricevetti da Sergio che mi allegava le sue risposte a un’intervista – che trovate pubblicata sul blog – e che conservo gelosamente.
Cara Cecilia:
Spero tt ok sul tuo fronte. Well, guess what: habemus intervistam!
E’ stato per me un piacere rispondere alla tue valide, centrate domande. Ho molto apprezzato la tua considerazione sulla mia… “voce che spakka”, ackl! Ti ringrazio di nuovo per la tua pazienza e la tua consistenza.
Restiamo quindi in contatto come e quando vuoi. Un caro saluto, Sergio/Alan.

Ed è così che ti vogliamo salutare, Sergio/Alan: restiamo in contatto, non ti dimenticheremo mai.

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