Editore Ponte alle Grazie
Anno 2020
Genere noir
240 pagine – brossura e epub
Le parole sono fatte di lettere e suoni. Le parole evocano immagini. Le parole sono il nostro collegamento con gli altri. Sono la base solida che ci ancora alla terra e allo stesso tempo ci solleva da essa. Senza parole si viene rinchiusi una dimensione privata in cui diventa necessario creare un modo di comunicare che non ci isoli ma che ci renda in grado di rapportarci con l’esterno.
“Quello che avrebbero dovuto fare tutti insieme era inventare un linguaggio intimo, segreto, un lessico visivo capace di dare forma alla loro vita quotidiana.”
Vittorio ed Elsa sono i genitori di Anna e del piccolo Leo, che all’età di un anno circa si scopre soffrire di sordità bilaterale, una malattia che modifica il loro orizzonte delineandolo diversamente da come se lo erano immaginato. Danno vita a un linguaggio fatto di forme e gesti che renda possibile comunicare con lui fino a quando nel 1964, all’età di sei anni, Leo inizia a frequentare la prima elementare dell’istituto Tarra a Milano, una scuola per sordi, dove trascorre tutti i giorni per tornare a casa nei fine settimana. Leo non è molto contento del modo che hanno di insegnare e si confida con la sorella, con la quale ha un bellissimo rapporto. Ma la sera del 18 dicembre, proprio prima dell’inizio delle vacanze di Natale il bambino scompare dall’istituto facendo perdere ogni traccia di sé e gettando la famiglia nella disperazione.
Diciannove anni dopo, Anna, che ha aperto uno studio privato e si occupa della lingua dei segni, riceve un nuovo paziente, un uomo di nome Michele, che anche lui si esprime attraverso i segni, che le racconta della notte in cui il fratello della donna scomparve, riaprendo una ferita che non si era mai cicatrizzata.
“La forma del silenzio” di Stefano Corbetta è un romanzo di ampio respiro attraversato da un mistero e da un dolore che è diventato l’essenza stessa dei protagonisti che l’hanno vissuto e mai superato. Una storia tratteggiata con delicatezza, con una prosa che arriva a sfiorare la poesia, evocando immagini e maneggiando sentimenti con una grande prova di maturità.
Una famiglia squarciata da un’assenza alla quale non ci si può arrendere e che prende tutto lo spazio rispetto a quello che c’è. Il padre che non ha la forza necessaria per affrontare una situazione che reputa insostenibile e si allontana dalla moglie e dalla figlia. La madre che dimostra la capacità di trasformarsi in base a ciò che le accade anche se può esser scambiata per arrendevolezza. Anna che invece non cede, che si colpevolizza per non aver lottato abbastanza per cercare Leo, che si è costruita mattone dopo mattone attorno all’assenza del fratello e che ora avverte la minaccia di sgretolarsi con l’aprirsi di ogni crepa di una realtà che credeva diversa. Leo, un bambino speciale che continua a crescere nel ricordo di chi lo ha amato.
Stefano Corbetta in questo suo lavoro fa una operazione complicatissima, un vero azzardo, come l’All in nel poker, qualcosa che se non gli fosse riuscito avrebbe tolto il settanta per cento della fascinazione di questo romanzo. Ovvero l’autore elimina o riduce di moltissimo le location e i luoghi fisici e affida l’intera narrazione ai luoghi dell’anima, ai meandri del cuore; intorno ai quali costruisce azioni e compromessi, idee e recriminazioni, sensi di colpa e moti di ira. In questo modo il lettore “respira” con i protagonisti e con loro si muove attraverso tutte queste stanze immaginarie eppure vigorosissime perché è proprio in esse che si consuma il destino e l’esistenza di tutti i personaggi.
Anna percorre strade emozionali dove passa da essere una sorella maggiore molto premurosa, a una sorella maggiore lacerata dai rimorsi, fino a essere la sorella maggiore che finalmente vuole fare chiarezza e se dovrà investigare da sola, allora, da sola lo farà. Queste sono le ambientazioni de “La forma del silenzio”. I lettori non ne troveranno altre ugualmente efficaci e robuste. Corbetta ha deciso di rischiare e ha vinto perché la delicatezza e l’intensità delle pagine del suo romanzo si basano quasi completamente sul suo avere avuto il coraggio di descrivere dei luoghi-non luoghi.
Pertanto, personaggi riusciti, location singolari, una storia che contiene vero pathos e un linguaggio che si distacca da tutta questa architettura semi barocca e preferisce la linearità di una narrativa moderna e attuale, a tratti quasi graffiante. Uno stile efficace per parlare di dinamiche familiari e pertanto di Amore.
Qualcosa che non ti aspetti in un noir e che ti fa riconsiderare lo stesso genere, in qualche modo, come una forma diversa di narrativa.
L’impressione che avranno i lettori sarà quello di un romanzo pensato, costruito con cura, su cui lo stesso autore ha riflettuto molto.
Magari invece è tutta pancia.
Ma in entrambi i casi Corbetta ha fatto centro e gli va riconosciuto.
Due nel mirino: Federica Politi e Antonia Del Sambro
Lo scrittore:
Stefano Corbetta è nato a Milano nel 1970. Accanto alla professione di arredatore di interni, ha affiancato negli anni esperienze in ambiti diversi: la musica, il teatro, la scrittura. Collabora con “I l Cittadino di Lodi” , per il quale scrive sulle pagine culturali, e insegna scrittura in alcune scuole dell’area milanese. Ha esordito nel 2017 con il romanzo Le coccinelle non hanno paura (Morellini). Nel 2018 è stato incluso nell’antologia Lettera alla madre (Morellini). Sonno bianco, il suo secondo romanzo, è uscito per Hacca nel settembre 2018.












