Intervista a Harlan Coben

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Harlan Coben (1962) è nato a Newark, nel New Jersey. Dopo la laurea in Scienze politiche, ha lavorato a lungo nell’industria del turismo e in seguito si è dedicato alla letteratura, divenendo una delle voci più significative del thriller. I suoi romanzi sono tutti best seller negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Francia, sempre in vetta alle classifiche del New York Times. È stato tradotto in 45 lingue e ha vinto l’Edgar Award. Fuga, il suo primo romanzo pubblicato da Longanesi (2021), ha ottenuto unanime successo di critica e pubblico.

In Italia in questi giorni per la XXXII edizione del Noir in festival, è stato insignito dal premio Raymond Chandler Award 2022 e oggi pomeriggio sarà in Rizzoli Galleria, presentato da Donato Carrisi. Appuntamento alle 18!

Intanto noi gli abbiamo fatto questa mini-intervista che vi vogliamo proporre, in attesa dell’incontro di oggi in libreria.

1. In The Stranger è stato molto bravo a descrivere la dinamica del seme del dubbio che giorno dopo giorno avanza e non lascia via di scampo al protagonista, togliendogli tutte le certezze della vita. Ci spiega come ha approfondito questa tematica psicologica?
C.: Scrivere riguarda l’empatia il fatto di poter entrare nella pelle dei personaggi, quindi capire cosa succede a una persona se… Non necessariamente che debba essere la verità, ma un’ipotesi. Immagino cosa farei io se mi succedesse una certa cosa, come reagirei. Quindi se la premessa è che mia moglie ha finto una gravidanza, fino a che punto io arriverei per contrastare questa scoperta? Cosa significherebbe per me? Sarei devastato da questa notizia? Uso la mia immaginazione.

2. Una delle sue maggiori capacità è quella di incentrare i romanzi su persone normali (ne è un esempio Safe con Michael C.Hall), giocando sul fattore immedesimazione del lettore. Non trova che sia più difficile costruire trame complesse su personaggi apparentemente ordinari? Oppure proprio per questo è più sfidante?
C.: Ho scritto dei libri che avevano delle trame incentrate su spionaggio, denaro, ecc… Però per la maggior parte preferisco la spinta, l’incentivo che vengono dal cuore, dall’intimità dalla famiglia. Per esempio, io potrei chiederle: “Lei ucciderebbe qualcuno?” e lei mi risponderebbe sicuramente di no. Ma se io le chiedessi: “Lei ucciderebbe qualcuno per salvare suo figlio?”, forse mi risponderebbe di sì. Certe emozioni arrivano solo quando riguardano persone a noi molto vicine, persone che amiamo. Se le chiedessi se ucciderebbe per denaro, di nuovo mi risponderebbe di no, se facessi in modo che l’omicidio fosse perpetrato da un uomo malvagio, non ci sarebbe niente di nuovo. Ma se quell’omicidio avvenisse da una persona normale, ecco che questo crea la suspense.

3. Lei diceva: “C’è un modo di presentarsi agli altri che non è lo stesso di ciò che realmente uno è.” Questo concetto viene utilizzato nei suoi romanzi, cioè: cosa nascondiamo?
In una intervista le hanno chiesto se non è un modo di vedere gli altri in modo pessimistico e lei ha risposto che è semplicemente realista. Domanda provocatoria, ovviamente… Ma questo atteggiamento non rischia di farla mantenere sempre sulla difensiva? E se può essere utile per scrivere i suoi romanzi, a questo punto è qualcosa che utilizza anche nella sua vita?
C.: Questa è semplicemente la verità, noi non vediamo mai tutto degli altri. C’è una superficie che le persone dimostrano agli altri. È chiaro che noi giudichiamo da quello che vediamo all’esterno, che è poi quello che ci viene proposto. Al di fuori della scrittura del romanzo, tutti noi mostriamo un lato che vogliamo far vedere al mondo, ma poi abbiamo altri aspetti. Questo lo vediamo in maniera estrema nei social media, dove alla fine vengono fuori le crepe nella facciata di esistenze presentate in forma idilliaca ma che non lo sono. È chiaro che posso intuire che quello che vedo non è totalmente realistico.
Se le persone non avessero segreti, io non farei questo lavoro (ride)!

4. Ho visto su Netflix le serie TV tratte dai suoi romanzi. Ho letto che ha stipulato un accordo con il Network nel 2018 per sviluppare in tutto 14 romanzi, aventi lei come produttore esecutivo, quindi con la possibilità di intervenire sullo sviluppo della sceneggiatura. Visto che una parte è già stata trasmessa, che ho visto con grande piacere, è contento del risultato?
Tra l’altro nel romanzo “The Stranger” troviamo un uomo, invece nella serie tv protagonista è una donna.
C.: È stata una mia decisione quello di cambiare l’uomo del romanzo con una donna e il libro è stato scritto nel 2012, se lo avessi scritto oggi avrei sicuramente inserito una donna come protagonista. Il mezzo visivo è diverso da quello che si può immaginare leggendo.
Abbiamo fatto anche un’audizione con degli attori, ma il momento cruciale, che è poi all’inizio del romanzo, nel quale il marito viene avvicinato all’interno di un bar da una persona sconosciuta, non avrebbe funzionato in un dialogo tra due personaggi maschili.
Invece questa ragazza, etnicamente diversa – non c’entra il politically correct – affascinante, era proprio adatta al ruolo. Le avevo suggerito di sorridere molto nella scena, di essere un po’ misteriosa e lei l’ha fatto perfettamente. Lei crea la scintilla, la curiosità. La decisione è stata tutta mia, io faccio tutto il necessario per fare in modo che il risultato sia il migliore possibile per la storia.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa, con la collaborazione di Andrea Novelli