Intervista esclusiva: Walter Mosley – Il noir come luogo della responsabilità

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(ph. David Shankbone)

Nato a Los Angeles nel 1952, Walter Mosley è una delle voci centrali della narrativa americana contemporanea. Autore di oltre sessanta libri, tradotti in numerose lingue, ha attraversato il noir, il romanzo storico, la fantascienza e il realismo sociale senza mai considerare il genere come un recinto, ma piuttosto come uno strumento per avvicinarsi alla verità. Dalla serie di Easy Rawlins — che ha ridefinito il poliziesco afroamericano — ai romanzi più apertamente filosofici e sperimentali, Mosley ha costruito un’opera coerente nell’indagare le contraddizioni dell’America, le sue fratture razziali, sociali e morali.

Nel noir di Walter Mosley non c’è mai un vero ritorno all’ordine. C’è piuttosto una lenta e faticosa presa d’atto: delle proprie colpe, delle proprie omissioni, della parte di mondo che ciascuno contribuisce a mantenere in piedi anche quando vorrebbe sottrarsene. Il male è di famiglia (Known to Evil) edito da 21lettere (trad. Stefano Ternavasio) si inserisce pienamente in questa traiettoria: non come semplice episodio di una serie, ma come ulteriore tappa di una riflessione più ampia sul rapporto tra identità, memoria e responsabilità morale.
Leonid McGill, investigatore privato newyorkese, appartiene a questa stessa costellazione di personaggi segnati non tanto dal conflitto tra bene e male, quanto dalla consapevolezza di aver già oltrepassato certi confini. Non è un uomo in cerca di redenzione né un eroe tragico travestito da detective, ma qualcuno che sa di essere “conosciuto dal male” e che deve convivere con questa consapevolezza ogni giorno, senza alibi e senza consolazioni. In questo senso, il romanzo interroga meno il meccanismo del delitto che le sue onde lunghe: ciò che resta dopo, ciò che continua a pesare quando l’indagine è finita e la vita — come sempre — va avanti.

In questa intervista esclusiva per Contorni di Noir, Mosley riflette sul senso del genere come dispositivo conoscitivo, sull’impossibilità dell’innocenza, sulla famiglia come luogo di pressione morale e sulla fine dell’illusione di una chiusura narrativa capace di somigliare alla realtà. Ne emerge una concezione del noir non come esercizio di stile o promessa di ordine, ma come spazio letterario in cui il caos dell’esistenza trova forma senza essere addomesticato.

1. Hai scritto noir, narrativa storica, fantascienza e realismo sociale. Quando inizi oggi un nuovo libro, che cosa ti indica quale forma o quale genere è quello giusto per la storia che vuoi raccontare?
WM: È una domanda difficile, perché molti dei libri che scrivo nascono da impulsi molto diversi tra loro. Per esempio, un giorno stavo riflettendo sulla fede e sulla spiritualità. Mi rendevo conto di non essere una persona particolarmente spirituale. Non penso al paradiso o all’inferno, il peccato non è un assoluto nella mia visione, e non vado mai in chiesa. Eppure credo nell’anima, perché sento di avere un’anima: un’identità unica che non può essere duplicata né ricreata. Non mi sembra che rientri nell’ambito di alcuna scienza che io conosca. Partendo da questo pensiero, ho voluto scrivere un libro sull’anima. Non sarebbe potuto essere un giallo. Che cosa avrei dovuto raccontare? Di un tizio che chiede a un investigatore privato di andare a cercare la sua anima? No. Così mi è venuta l’idea di scrivere un romanzo che poi si sarebbe intitolato Blue Light. In quel libro ho ipotizzato che la vita sulla Terra sia inferiore a metà del suo potenziale. Che esistano esseri che hanno lasciato qui la parte più elementare della vita organica, permettendole di svilupparsi fino a quando, molto più tardi, un altro membro di questa razza aliena bombarda il pianeta con frammenti di Luce Blu, capaci di trasformare la coscienza fino a renderci in grado di individuare il Divino dentro noi stessi.

2. Dopo più di quarant’anni di scrittura e pubblicazioni, che cosa ti entusiasma ancora nel sederti a scrivere? E che cosa, se c’è, oggi trovi più difficile rispetto al passato?
WM: La risposta è già contenuta nella domanda. Io amo scrivere. Scrivere mi trasporta in un luogo in cui posso creare qualcosa che altre persone — i lettori — possono a loro volta ricreare nella propria coscienza. È come se giocassimo insieme in uno spazio che appartiene a tutti noi e che, tuttavia, non è mai lo stesso per nessuno.

3. Il titolo originale, Known to Evil, suggerisce un uomo già marchiato, già giudicato dal proprio passato. Il titolo italiano, Il male è di famiglia, sposta l’attenzione sull’eredità e sulla trasmissione. Quale idea è più vicina alla tua intenzione: il male come reputazione, o il male come qualcosa che attraversa le famiglie e le relazioni?
WM: Non sono certo di quale sia il titolo migliore, né se in futuro ne esista uno ancora più adatto alla storia. Posso però dire che Leonid McGill possiede tutte le caratteristiche necessarie per essere un investigatore nel ventre oscuro della cultura americana. È perfetto per questo lavoro proprio perché è “conosciuto dal male”: è la persona ideale per interrogare e poi indagare su ciò che è andato storto.

4. Leonid McGill non lotta con la tentazione, ma con la memoria. Sa già di cosa è capace, e lo sa anche il mondo che lo circonda. Era importante per te che Il male è di famiglia partisse dalle conseguenze morali piuttosto che dalle scelte morali?
WM: Per dirla in altri termini: Leonid non vive in un mondo di assoluti. Il bene e il male sono serviti sullo stesso piatto, e lui deve fare i conti con entrambi per riuscire a fare, nel modo migliore possibile, ciò che ritiene giusto.

5. Hai spesso detto che il genere non è un contenitore della verità, ma un modo per avvicinarsi ad essa. Nel libro il mistero sembra talvolta meno centrale di colpa, responsabilità e stanchezza morale. Lo consideri ancora un romanzo poliziesco, o piuttosto un romanzo morale che opera all’interno del crime?
WM: Ogni buon romanzo poliziesco è una rappresentazione morale. Leonid, per esempio, ha passato quasi tutta la sua vita a fare la cosa sbagliata. Solo da poco tempo sta cercando di nuotare controcorrente e fare ciò che è giusto. Sa che non raggiungerà mai l’innocenza, ma sa anche che deve provarci.

6. Molti lettori notano che la trama de Il male è di famiglia è volutamente affollata, quasi ingovernabile, mentre le singole scene sono estremamente nitide. È il tuo modo di reagire alla falsa idea di ordine che i gialli classici tendono a promettere?
WM: La vita è incredibilmente complessa. C’è una donna che sta parlando con un bambino del perché deve fare i compiti quando il telefono squilla e la banca chiama per dire che siete in ritardo di quattro mesi con il mutuo. Il telegiornale parla di incarcerazioni di massa in Sud America e, nello stesso momento, l’insegnante di tuo figlio ti invita a cena per quella sera. Questa è la vita. La maggior parte degli uomini svolge lavori in cui è chiamata a portare a termine solo poche mansioni al giorno. Nella vita reale, invece, devi fare tutto.

7. Il passato di McGill come “risolutore” criminale non è simbolico: ha ferito persone reali in modi reali. A differenza di molti eroi noir, non può trasformare i suoi peccati in mito. Stavi reagendo consapevolmente alla tradizione del detective affascinante e corrotto?
WM: Non c’è nulla di affascinante in Leonid. È conosciuto dal male e non può sottrarsi al suo sguardo.

8. La famiglia ha qui un ruolo insolitamente centrale. Moglie, figli ed ex amanti non sono sottotrame, ma punti di pressione morale. Perché era importante negare a McGill l’isolamento su cui i detective hard-boiled classici fanno affidamento?
WM: Perché abbiamo superato la fase esistenzialista del crime. Oggi è troppo facile per un detective essere completamente solo: nessuna casa stabile, nessun cane, nessuna moglie, nessun figlio, nulla che gli impedisca di fare la cosa giusta, se non una mancanza di coraggio. Ma se hai un figlio a casa che ha bisogno di te, allora il semplice coraggio non basta più.

9. Alcuni critici ritengono McGill quasi innaturalmente duro, fisicamente e psicologicamente. Altri leggono questa durezza come simbolica più che realistica. Quando scrivi noir, che cosa conta di più per te: la plausibilità o il peso della pressione morale?
WM: La letteratura è, tra le altre cose, poesia. In un sonetto si può dire che “il cielo era un leone furioso”. Il lettore sa che non è qualcosa in cui credere letteralmente, ma qualcosa che serve a rivelare il cuore del poema.

10. Nei romanzi di Easy Rawlins la questione razziale è centrale. In Il male è di famiglia è ancora presente, ma intrecciata con classe, denaro e potere istituzionale. Questo cambiamento dipende più dall’ambientazione newyorkese o da come vedi oggi l’America?
WM: È ancora razzista, ma non più così segregata. Le persone di colore hanno penetrato profondamente il mercato del lavoro e la cultura è diventata più amalgamata. Di conseguenza Leonid ha una tavolozza più ampia con cui confrontarsi, mentre Easy combatte ancora contro un odio nudo e frontale.

11. McGill stesso osserva che i romanzi gialli promettono una chiusura che la vita reale raramente concede. In Il male è di famiglia la risoluzione è parziale e volutamente insoddisfacente. Pensi che un eccesso di chiusura narrativa possa talvolta essere una menzogna?
WM: La chiusura è sempre una menzogna. La vita continua, sempre: quando muori, quando dici “lo voglio” o “non lo voglio”. Anche quando raggiungi la cima della montagna, ti trovi davanti all’immensità dell’eternità.

12. Guardando alla tua opera — da Easy Rawlins a Socrates Fortlow fino a Leonid McGill — si ha l’impressione di un passaggio dall’ingiustizia sociale al confronto morale, fino a una stanchezza esistenziale. Vedi questo arco nella tua vita di scrittore, o solo col senno di poi?
WM: Pensando al percorso fatto di oppressione, massacri e vite di esclusione, mi sembra più un labirinto senza uscita, ma pieno di cartelli che indicano un’uscita.

14. Alla fine de Il male è di famiglia, McGill non cerca redenzione o giustizia, ma solo la possibilità di fare un po’ meno danni domani di quanti ne abbia fatti ieri. È questa, nel mondo che racconti, la forma di speranza più onesta che rimane?
WM: Sì.

15. Per concludere: se i lettori dovessero portare con sé un solo pensiero o una sola inquietudine dopo l’ultima pagina del libro, che cosa spereresti fosse?
WM: Non posso rispondere a questa domanda, perché ho capito che i lettori creano il romanzo in modo completo tanto quanto gli scrittori. Il libro appartiene a ogni singolo lettore, ed è compito loro decidere che cosa significhi la creazione che ne hanno tratto.

A nome di Contorni di Noir e dei tanti lettori italiani che ci seguono, desideriamo ringraziarla ancora una volta per il tempo che ci ha dedicato, per la sua disponibilità e per la generosità delle sue riflessioni.
Se questa conversazione rappresenta una delle sue prime interviste con una realtà editoriale italiana, per noi è un onore speciale e un motivo di profonda soddisfazione. La sua opera è seguita da anni con grande attenzione e passione dai lettori di noir nel nostro Paese, e poter dialogare direttamente con lei significa molto per una comunità che continua a leggere, discutere e apprezzare i suoi libri con partecipazione autentica. Grazie per aver condiviso con noi la sua voce.

Intervista a cura di Andrea Novelli