William Sloane – La porta dell’alba

453

Editore Adelphi / Collana Fabula
Anno 2026
Genere Giallo/Thriller/Horror
295 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Gianni Pannofino


Anni Trenta, Barsham Harbor, una cittadina del Maine in mezzo a una foresta, vicino a un corso d’acqua, un paesaggio di chiaroscuri, una comunità dove tutti si conoscono e il perturbante della modernità sono gli stranieri che arrivano dalle grandi città. Personaggi che portano nuove idee, abitudini bizzarre che fanno mormorare i locali. Quanto pieni di pregiudizi sono gli abitanti di Barsham Harbor, quanto pericolose sono queste idee e abitudini degli stranieri. Il meteo poi, anche i tuoni e la pioggia e il vento da qualche tempo sembrano diversi.
Nella cittadina arriva il giovane professore Richard Sayles per uno strano invito del suo vecchio amico e mentore Julian Blair. Erano anni che i due si erano persi di vista ma Julian, geniale elettofisico, era, è ancora, una figura importante per Richard.
E Richard vuole sapere che succede al vecchio amico, come ha affrontato la morte della moglie, cosa ne sta facendo del suo genio scientifico adesso isolato, lontano dall’università, dalla corsa del progresso a cui una volta contribuiva. Tante domande a cui Richard pensa di star per avere delle risposte ma che invece, pian piano, diventano misteri, segreti. Più Richard scopre meno comprende, le verità che apprende aumentano il buio informativo; che diventa tenebra e in quell’oscurità per Richard è in attesa qualcosa.

Mi domando come facciano a girare per quelle vie senza immaginare una minaccia in ogni ombra. Dev’esserci qualcosa di ancora più buio della notte, per quelle strade, dopo il tramonto. Che cosa pensano quando volgono lo sguardo verso Setauket Point, che si staglia nera sull’acqua? Nei villaggi che sorgono sulle rive del basso Mississippi, anche nelle giornate migliori, gli abitanti alzano di continuo gli occhi verso gli argini, più alti delle loro case. Dove il fiume è straripato una prima volta, non può esserci sicurezza né pace.

Il Maine, lo scienziato genio eremita, gli abitanti locali ostili e tutta la natura intorno, il giovane outsider, la vecchia magione isolata, le coordinate de La porta dell’alba sono canoniche, in una tradizione assodata, da Lovecraft a Machen fino a King. In quei tramonti, in quei rumori di alberi e pioggia, la lettrice e il lettore attende, sa istintivamente, che qualcosa di orribile sta per accadere, accadrà, alla fine di un dialogo, girando pagina. Gli ingredienti non bastano a mantenere la promessa a chi legge a meno di non avere le mani giuste ed evitare il déjà lu. William Sloane è per fortuna dotato di grandi mani e La porta dell’alba si svolge dalle prime pagine come un grande classico della letteratura del mistero. Le dinamiche nella casa isolata, tra la governante, l’assistente medium di Julian e la sorella della moglie morta sono parte del romanzo che rinforza il senso di claustrofobia, promiscuità, pericolo. Ogni dettaglio, incontro, dialogo, alimenta la weirdness pagina dopo pagina, contribuendo a un impeccabile meccanismo della suspense, anche nei dialoghi e nelle scene, apparentemente, inoffensivi. Dietro una porta d’acciaio, al primo piano della vecchia villa si trova un laboratorio dove lo scienziato ha speso la sua fortuna e gli anni di lutto inconsolabile a compiere un ultimo esperimento. Il romanzo svolge uno spettro di possibilità, sulla salute mentale, sulle intenzioni e gli intenti dei personaggi principali. Il dubbio sul carattere dei personaggi e delle loro relazioni permane per tutto il romanzo. Non è un romanzo che si fonda su una qualche ambiguità dell’animo umano. È un romanzo sulla conoscenza, i personaggi sanno cosa fare, riconoscono il pericolo anche se non possono spiegarlo. La spiegazione è impossibile, quello che istintivamente riconoscono è di essere di fronte al male.

L’ironia che avevo cercato di infondere nelle mie parole mancò completamente il bersaglio. «Certo, lo so» rispose lui, con indulgenza. «Voi mettere i topi nei labirinti. Uno dei tuoi colleghi scienziati » e il modo in cui pronunciò questa parola mi diede i brividi «una volta ci ha messo persino un granchio, in un labirinto. La povera creatura si è infilata in una serie di vicoli ciechi e alla fine, non riuscendo a trovare il cibo, si è messa in un angola e si è mangiata, una a una, le sue stesse zampe… Quel granchio era un finissimo psicologo sperimentale.»

L’intreccio è insieme semplice e ricco di dettagli, l’atmosfera è continuamente rinforzata da evocazioni, correlativi oggettivi. La natura, i sentieri, l’interazione tra gli umani e il paesaggio sembra sussurrare qualcosa all’inconscio, che qualcosa non va. I personaggi sono capaci, intelligenti, Sloane è bravissimo a mostrare l’orrore senza facili artifici, un orrore che è riconosciuto istintivamente dal protagonista per quello che è, qualcosa che non può stare in questo mondo, un antimondo. Comportamenti bizzarri si rivelano piano piano in un’apparenza che sempre inganna anche se l’inganno è riconosciuto e intuito; che una sorta di conto alla rovescia è in corso, una corsa contro un tempo innominato sta scorrendo e che qualcosa va fatto. La porta dell’alba mostra un orrore cosmico maturo, l’orrore che attende, che è evocabile dalla scienza, è uno che non è contenibile perché replicabile. Eroi ed eroine consapevoli possono, almeno a Barsham Harbor, provare a fermare l’imprevedibile. I limiti della scienza, dove ossessione e genio si affannano e confondono, sono la porta dell’orrore. Superate certe soglie c’è un mondo nuovo, uno che non è fatto per gli umani. Dopo gli esperimenti con l’elettricità del dottor Frankenstein c’è infatti l’alba dell’era atomica e qui siamo.

Antonio Vena


Lo scrittore:
William Milligan Sloane III (15 agosto 1906 – 25 settembre 1974) è stato uno scrittore statunitense di fantasy e fantascienza, nonché editore. Sloane è noto soprattutto per il suo romanzo Attraverso la notte.