Editore Nottetempo
Anno 2026
Genere Distopico/Fantascienza
312 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Emilia Benghi
Una famiglia borghese, incredibilmente numerosa, madre, padre e due bambini, si preparano a una breve vacanza nella natura. Sono solo tre giorni al Giardino botanico ma sarà un bel momento per “lasciarsi il mondo alle spalle”, ritrovare intimità, riprendersi il tempo della propria vita, postare sui social attimi di felicità. È una vacanza costosa, frutto di grandi sacrifici e deve essere perfetta.
La storia di May, di suo marito Jem e dei loro figli è una che si svolge in una città dell’Occidente che non è caduto tranne in se stesso, due minuti nel futuro, una in cui la fuga spensierata dal Sistema è impossibile.
Ora stavano scendendo le scale che portavano in stazione. Ora Lu stava consultando disinvolta il suo bunny: un treno in arrivo tra tre minuti.
Sugli schermi all’interno del vagone si vedevano persone sui tetti in un altro paese. Era crollata una diga. Secondo le autorità, ventisei persone erano morte e più di cento risultavano disperse. May fissava lo schermo. Bambini della stessa età di Lu e Sy agitavano freneticamente le mani verso gli elicotteri.
Quando tornò a concentrarsi sui suoi figli, scoprì che stavano cantando insieme a bassa voce, una melodia che non riconosceva.
In Um di Helen Phillips la lettrice e il lettore si orientano immediatamente. Il mondo è riconoscibile per quanto terribilmente sbagliato, disturbante dalla prima scena. Il sacrificio di May è enorme, incredibile, umanissimo. Forse proprio in questo momento uomini e donne si stanno sottoponendo a una procedura sperimentale simile. Il distopico del romanzo, lo struggle della famiglia nei pochi giorni narrati, in modo intimo, a tratti frenetico e disperato, è la vita di una giovane coppia qualunque con figli, proprio oggi. È la storia di una caduta, di come si cade e crolla, dalla borghesia, dall’essere integrati nella società, da tutte le certezze a cui i personaggi hanno cercato in tutto i modi di aggrapparsi, semplici esseri umani che si trovano ad affrontare un mondo sempre meno adatto a loro.
May, madre eccezionale, si ritrova protagonista di una delle storie raccontate da Jon Ronson in So you’ve been publicy shamed, vittima di una shitstorm virale che rischia di distruggere tutto quello per cui ha lottato. In questa piccola epica familiare la scrittrice mostra in dettagli e pagine pregiate la gabbia delle norme di questo tardissimo capitalismo creando una weirdness disturbante che non è fantascientifica e in cui il non naturale è una vita ordinaria in cui chi legge si riconosce. Gli Um, robot umanoidi, sono un elemento tra i tanti, una parte del mondo a cui i personaggi si sono adattati come parte della propria vita ma sono anche il mezzo con cui l’autrice immette il suo perturbante sottile. Mentre si svolge la vicenda, nei dialoghi e nelle scene, la protagonista è continuamente interrotta da messaggi pubblicitari, inviti all’acquisto, consigli a pagamento per migliore la propria esperienza su questo pianeta. La mercificazione di ogni momento, di ogni emozione è insopportabile mentre si legge eppure è qualcosa che ignoriamo nella vita “reale”. Ecco che Um appare come una distopico soft dove i personaggi non si trovano ad affrontare nessuna catastrofe “naturale” o fuga disperata ma questo è un velo che questo svolgersi della letteratura riesce a strappare.
L’uomo seduto di fronte a loro li stava fissando. Aveva un paio di baffi grigi e sulle ginocchia una pianta grassa, un albero di giada, in un vaso giallo. May si strinse la sciarpa di garza attorno al viso.
“Un momento,” disse Sy, “non ci hai più comprato i biscotti”.
“Poverino” disse l’uomo con la pianta grassa, a voce abbastanza forte da farsi sentire, in un tono impossibile da decifrare – gentile o sarcastico? Chi era il “poverino”? L’albero di giada, Sy o qualcos’altro?
May poso la mano su ciascuno dei suoi figli.
“La biosfera sta collassando, è l’apocalisse ma devi ancora andare a lavorare e pagare rate e bollette che sono sempre peggio” come trope letterario e condizione esistenziale ed entrambi sono svolti da Phillips in un gran lavoro narrativo. Gli Um sono lo specchio dei personaggi umani, costretti, incapaci di liberarsi, di immaginare una liberazione ma non sono un mero strumento. L’umanità, quello che ne resta, quella possibile, è in questi automi come negli umani, alla ricerca di un angolo nascosto, dove poter essere quello che sono. Un romanzo sull’inganno della scelta, dove il consenso è continuamente richiesto ma fa parte di una trappola ed è il Sistema, non la tecnologia, il problema. Gran primo libro di Phillips, autrice che merita di essere seguita.
Antonio Vena
La scrittrice:
Helen Phillips (1981) è una scrittrice americana. Tra i suoi libri, La bella burocrate (Safarà, 2017), A tutto c’è rimedio (Safarà, 2018, vincitore del John Gardner Fiction Book Award) e The Need (2019), romanzo con cui è stata candidata al National Book Award. Ha ricevuto una Guggenheim Fellowship e insegna al Brooklyn College. Um è stato incluso tra i libri dell’anno del 2024 dall’Economist e da numerose altre testate.












