Editore Edizioni le Assassine
Anno 2026
Genere Noir
256 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Manuela Vidale
C’è stato un momento, leggendo Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? In cui mi sono resa conto che il noir non è più soltanto un genere letterario ma un modo di guardare il mondo. E Nahapétian questo sguardo lo conosce bene. Lo affila, lo sporca, lo immerge nella Teheran del 2005, quando l‘aria era così densa di sospetto da sembrare un personaggio a sé.
Dentro al Palazzo di giustizia, nel suo ufficio, l’ayatollah Kanuni un giudice potente e temuto, viene trovato senza vita.
L’autrice è bravissima a farci credere in vari scenari. Potrebbe essere un delitto politico, personale o simbolico. O tutte e tre le cose insieme. In un paese dove la verità è un animale che si muove solo nell’ombra la domanda sembra non essere solo “chi lo avrà ucciso” ma “chi ha interesse a far ricadere la colpa su qualcun altro?”.
L’indagine si apre come un ventaglio di possibilità, ma nessuna è davvero libera.
Ogni pista è contaminata dal potere, ogni sospetto è un’arma letale. E quando scoprire la verità diventa un rischio troppo grande la giustizia si trasforma in un teatro dove il copione cambia in continuazione, a seconda di chi lo recita.
La morte dell’ayatollah non è un semplice delitto: è un detonatore.
La polizia giudiziaria, più interessata a proteggere equilibri che a scoprire i fatti, arresta due figure che non potrebbero essere più diverse tra di loro: Narek, giornalista giunto dalla Francia per scrivere un reportage sul suo paese di nascita e Leila – personaggio che ho amato molto – femminista islamica cresciuta in una famiglia molto importante.
Leila è uno di quei personaggi che non si lascia afferrare subito: non è l’eroina pura, non è la dissidente da manifesto. È una donna che ha costruito la sua identità in bilico tra fede e ribellione, come se ogni scelta fosse un compromesso con qualcosa più grande di lei.
Ho amato la rappresentazione di un idealismo che non si espone mai del tutto ma si fa sentire e una convinzione che ha il sapore dell’inquietudine più che del programma politico. Leila crede nella giustizia e nella libertà ma sa che in certi paese la libertà è un concetto astratto che ti può spezzare le ossa.
È una femminista che non urla: scava. E lo fa con l’ostinazione di chi non vuole essere definita dagli altri. Questi tratti l’hanno resa, a mio avviso, il personaggio più vivo del romanzo. Lei e Narek non sono solo due pedine narrative: sono due specchi psicologici.
Tornando indietro si evince che la capacità dell’autrice sta proprio nel farci sentire partecipi di questa indagine dove immaginiamo ogni interrogatorio come un esame di coscienza, dove ogni sospetto è un modo per misurare la fragilità umana.
Tutti hanno una crepa, una ferita, un punto cieco. E tu, mentre leggi, ti ritrovi a chiederti non solo chi mente, ma perché mente.
Che cosa o chi protegge.
Cosa teme di perdere.
L’indagine pare muoversi tra due binari. Il binario esterno che procede a singhiozzo tra depistaggi, pressioni politiche e verità che si deformano come metallo sotto il calore e il binario interno, quello dei personaggi, che si ritrovano a fare i conti con se stessi.
Teheran è un teatro psichico che agisce da sfondo, è pressione pura.
E’ un luogo dove ogni gesto è osservato, dove ogni parola può essere fraintesa, dove ogni silenzio pesa come una colpa. Il testo la racconta con la precisione di chi l’ha vissuta e di chi sa bene che un paese è fatto di individui e gli individui sono fatti di contraddizioni.
Un viaggio psicologico collettivo in un luogo che cambia pelle tra una generazione che prova a respirare e un potere che ruba loro l’aria.
Ringrazio l’autrice e le Edizioni le Assassine per avermi fatto scoprire un nuovo romanzo che mi resterà addosso. Perché è un noir che non chiude, non consola, non offre risposte facili. E’ un potente romanzo che apre: domande, ferite, possibilità.
Deborah Alice Riccelli
La scrittrice:
Naïri Nahapétian ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni. I suoi genitori sono armeni iraniani. È ritornata regolarmente nel suo Paese d’origine come giornalista per realizzare numerosi reportage per diverse riviste francesi.
Collabora con Alternative économiques, occupandosi di cambiamenti sociali, economici e politici.












