Giallo di sera a Ortona. Due domande due a…

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In attesa che cominci la prima edizione del festival letterario intitolato Giallo di sera a Ortona (CH) dal 21 al 23 giugno 2019 e con la direzione artistica di Romano De Marco, abbiamo rivolto agli autori due domande con qualche anticipazione su quella che sarà la loro partecipazione. Iniziamo con Romano De Marco (ci è scappata anche la terza domanda…), Marilù Oliva e Maurizio de Giovanni.

(c) Andrea Straccini

ROMANO DE MARCO: 
1. Giallo di sera a Ortona: come nasce e perché?
R.: Nasce da una idea dell’assessore alla cultura del Comune di Ortona, Cristiana Canosa, amica di vecchia data. La nostra è una cittadina di mare e gli eventi estivi sono importanti per creare un indotto economico, vitale per le attività commerciali locali. L’idea dell’assessore Canosa, che  condivido in pieno, è di arricchire il cartellone delle manifestazioni dando spazio anche alla cultura, creare un evento che possa crescere, negli anni, diventando patrimonio cittadino al di là del colore politico della giunta di turno. Cristiana mi ha chiesto di darle una mano e sono felice e onorato di poterlo fare. Del resto è un mio vecchio sogno quello di essere il direttore artistico di un festival, non lo nego. I miei obiettivi sono la qualità dei nomi presenti (e, visto il programma che abbiamo allestito, penso che su questo nessuno possa obiettare) per attirare presenze non solo dalla città ma da tutta la regione e oltre. E sono orgoglioso di poterti confermare che avremo a Ortona lettori provenienti da Milano, dalla Toscana e addirittura dalla Sardegna. Alloggeranno in città durante i tre giorni del festival, per avere l’occasione di ascoltare e conoscere i loro beniamini e potranno apprezzare il nostro bellissimo mare. Altro obiettivo è far sentire gli autori ospiti a loro agio, consentirgli di avere lo spazio e il tempo necessario per presentare adeguatamente le loro opere e parlare di sé stessi. Una cosa che non sempre accade nei festival dove, a volte, si è in troppi sullo stesso palco (ovviamente lo dico senza alcuna polemica).

2. Esce il tuo nuovo romanzo, Nero a Milano per Piemme. Si percepisce molto forte il tema sociale dell’abbandono e della solitudine. Quanto è importante trattare anche di questi argomenti in un noir come questo, adrenalinico e di grande suspense?
R.: Il punto di forza del romanzo “crime” italiano è proprio la capacità di arricchire la narrazione di intrattenimento con contenuti più alti. È un insegnamento che gli autori della mia generazione hanno ereditato in primis da Giorgio Scerbanenco e, in seguito, dagli scrittori che, negli anni 90, inaugurarono una vera e propria rinascita di questo genere. Parlo di gente come Raul Montanari, Marcello Fois, Giuseppe Genna. E naturalmente di Massimo Carlotto che, per chi scrive noir, rimane un punto di riferimento. Nero a Milano parla di tante cose… della condizione dei clochard milanesi, del disagio psicologico che, spesso, viene ignorato e crea isolamento e sofferenza, dell’approccio alla malattia fisica, del confronto tra le nostre pulsioni negative e i nostri filtri etici e morali. Ma è soprattutto un romanzo di intrattenimento dove non mancano azione, suspance, tensione narrativa. Quella che Raul Montanari paragona alla base ritmica nei brani musicali, quella che mantiene desta l’attenzione del lettore.

3. Proprio di recente ci sono state delle forti critiche rivolte da uno scrittore a un altro scrittore, tanto da far scuotere il panorama letterario su quanto ci si possa arrogare il diritto di salire in cattedra. Cosa ne pensi? Si scrive per sé o per gli editori, alla fine?
M.: Mah, sai, è difficile dare una risposta breve a questa domanda. Sulla questione che citi mi sono espresso, sui social, perché ritengo che far finta di nulla, nascondere la testa, sia sbagliato quando un individuo (in questo caso una scrittrice) viene attaccato con violenza, sessismo e presunzione. Per il resto io credo di essere consapevole di ciò che sono e, cosa più importante, di ciò che NON sono. Sono, come dice Maurizio de Giovanni di sé stesso, un “raccontatore di storie”, uno che mira a intrattenere e si sforza anche di aggiungere ai suoi romanzi qualche contenuto più profondo, che possa far riflettere. Sono uno che non smetterà mai di lavorare per migliorare la propria scrittura, consapevole dei suoi limiti. Uno felicissimo di avere l’opportunità e il dono di poter pubblicare, da dieci anni, con grandi editori e di avere qualche migliaio di lettori affezionati (numero che spero sempre possa aumentare… Chissà!). Per cosa scrivo? Per lo stesso motivo di tutti quelli che lo fanno… per essere amato.

 

(c) Ale di Blasio

MARILU’ OLIVA
1. Nel tuo ultimo romanzo che uscirà a giorni c’è un nuovo tema, quello della morte intesa come ossessione e che tocca in particolar modo il mondo giovanile. In realtà questo è un tema attualissimo forse più del femminicidio perché soprattutto nei paesi anglosassoni sta diventando un fenomeno allarmante. Cosa affascina, quindi, secondo te della morte le nuore generazioni?
M.: Forse il fatto che la morte viene presentata in maniera edulcorata, quando non addirittura occultata, mentre è parte inevitabile della vita. Entrare quindi, in qualche modo, in contatto con la morte è un modo per esorcizzarla e i giovani ne hanno bisogno perché il loro modo di sentire è molto più impetuoso e irruento rispetto a chi ha vissuto a lungo. Non si può fingere che la morte non esista ed ecco che si ricorre ad alcuni espedienti per avvicinarsi a lei e temerla di meno attraverso un battesimo del fuoco che prevede, per forza di cose, un “incontro ravvicinato” anche figurato o immaginario. Nel mio caso, gli studenti di una quinta liceo hanno scritto una canzone in latino e quindici anni dopo, quando molti di loro – da adulti – sono morti in circostanze sospette, l’ispettore Micol fa una scoperta inquietante: che quella canzone, dal titolo “Mors-mortis”, anticipava, pur con un linguaggio cifrato, come sarebbe deceduta ciascuna vittima. Questo è il primo grande mistero da risolvere.

2. Ti sarà capitato, come scrittrice, di sentirti dire che scrivi romanzi femminili… Tu cosa rispondi?
M.: Che i miei romanzi non sono femminili, almeno lo spero. Spaziano tutti ad altri ambiti, la questione femminile (questioni di parità, femminicidi, etc) mi interessa, è vero, ma è circoscritta. Ciò a cui veramente punto, ogni volta che mi accingo a scrivere, è una visione sociale più equa, al di là dei generi. Spero che il lettore chiuda il libro soddisfatto e ci pensi sopra ancora un po’, magari facendo qualche riflessione. “Repetita” e “Questo libro non esiste” hanno come protagonista un uomo, nella trilogia della Guerrera lei era un maschiaccio e il riferimento in polizia, di cui lei era spalla, era un ispettore, Gabriele Basilica. La cosa che mi spiacerebbe di più è che il mio lavoro venisse inquadrato come qualcosa di femminile solo perché ho una protagonista donna o ho sollevato la questione della svalutazione delle donne: me ne occupo, ma i miei romanzi sono thriller, non libri femminili. Del resto ci sono tanti colleghi (maschi e anche bravi) che scrivono gialli con protagoniste donne grintose, magari calate in ambienti machisti e a nessuno verrebbe mai in mente di classificare i loro libri come romanzi femminili. Perché non provate a dirglielo, ogni tanto, anche solo per scherzo?

 

MAURIZIO DE GIOVANNI
1) Nel tuo ultimo libro “Le parole di Sara”, pubblicato per Nero Rizzoli, troviamo Sara: una poliziotta matura che, durante la sua vita, ha compiuto scelte difficili ma consapevoli. Un personaggio che si potrebbe dire nuovo per quanto ti riguarda, visto che al momento è la protagonista di tre romanzi (considerando Sbirre con De Cataldo e Carlotto). Puoi raccontarci qualcosa di questa donna per chi ancora non l’ha conosciuta tra le tue pagine?
M.: Ho incontrato Sara una sera di dicembre di due anni fa.
All’epoca avevo un calendario editoriale fittissimo, come del resto mi succede ora, e quindi davvero poco tempo per pensare ad altri personaggi.
Ma Sara decise al mio posto. Era tardi e tornavo con mia moglie a casa dopo uno spettacolo teatrale e cena a seguire. Come al solito eravamo in scooter. Piovigginava da almeno un’ora.
In prossimità di casa mia notai una macchina parcheggiata, con alla guida una donna dai capelli tutti bianchi. Non ricordo molto di lei, se non che portava dei guanti con le dita spuntate, il minimo della femminilità a mio parere, e che era assai più giovane di quello che avevo pensato a prima vista. I lineamenti freschi e la pelle priva di rughe contrastavano con il colore dei capelli.
Scesi di nuovo da casa dopo pochi minuti per portare il cane e mi accorsi che la macchina non c’era più, ma aveva lasciato a terra un rettangolo asciutto, segno che doveva essere parcheggiata là da parecchio tempo.
Andai a letto vagamente incuriosito e l’indomani mi svegliai presto, accorgendomi subito di sapere come si chiamasse quella strana donna, chi fosse, cosa facesse nella vita, il suo passato e il suo presente. Tutte cose troppo urgenti per non raccontarle subito.

2) Inevitabile una domanda su Ricciardi che ne “Il pianto dell’alba” vedrà il suo capitolo conclusivo. Naturalmente siamo trepidanti e non vogliamo svelare nulla per togliere il piacere dell’attesa ai tuoi affezionati lettori. Tenendo conto di questo, che cosa ci puoi dire su questo ultimo Ricciardi?
M.: Non posso anticipare molto, è ovvio. Posso dirti che ogni giorno ricevo su Facebook un messaggio da una persona che si firma “Misery”. A parte questo che mi inquieta non poco, lascio un personaggio che amo moltissimo nel momento di maggior successo e lo faccio proprio perché adoro lui e tutto il suo mondo e non sopporterei di vedere sul viso dei lettori una qualche forma di stanchezza.
Lo sostituirò con altri. Ho già qualche ideuzza. Da Luigi Alfredo prendo commiato, con la morte nel cuore ma consapevole di star facendo la cosa giusta.

Non perdete l’anteprima del festival domenica 16 giugno, quando Marilù Oliva con “Musica sull’abisso“, HarperCollins Italia e lo stesso De Marco con “Nero a Milano” Piemme Edizioni, presenteranno i loro nuovi romanzi. L’incontro sarà presso l’ex Convento S. Anna, in Corso Garibaldi, alle ore 19.