Editore Alphabeta Verlag
Anno 2026
Genere Thriller
270 pagine – brossura e ebook
Traduzione di Giovanna Ianeselli
Con La Venere dei boschi, Lenz Koppelstatter conduce ancora una volta il lettore nel suggestivo paesaggio dell’Alto Adige, territorio ormai profondamente legato alle vicende del commissario Johann Grauner.
Una telefonata anonima alla Questura di Bolzano annuncia un omicidio nella Val Passiria.
Poco dopo, ai margini di un bosco, viene ritrovato il corpo di un uomo, nudo e atrocemente mutilato, disposto secondo una macabra composizione che sembra avere qualcosa di rituale. Il paese reagisce con un ostinato e omertoso silenzio: nessuno sembra disposto a parlare e, soprattutto, nessuno sembra disposto ad accettare la presenza della polizia nella loro valle.
A occuparsi dell’indagine sono il commissario Johann Grauner e il suo collega napoletano l’ispettore Claudio Saltapepe. La svolta nel caso arriva grazie a un esperto d’arte, che riconosce nella scena del delitto un possibile riferimento a un misterioso dipinto attribuito a Botticelli, La Venere dei boschi, opera scomparsa dopo essere stata trafugata dai nazisti.
L’indagine si muove così tra antichi rancori familiari, traffici di opere d’arte, miniere abbandonate e segreti custoditi da una comunità apparentemente tranquilla e innocua.
Grauner, sempre affiancato dall’ispettore Saltapepe, si trova così a ricostruire una vicenda nella quale il confine fra memoria, interesse economico e desiderio di giustizia personale diventa sempre più sottile e labile.
Uno dei punti di forza del romanzo è certamente l’ambientazione. Koppelstatter conosce bene il territorio altoatesino e riesce a restituirne il fascino attraverso boschi, montagne, piccoli centri e luoghi appartati che contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa e inquieta. La natura accompagna lo sviluppo dell’indagine e contribuisce a creare quel contrasto fra la bellezza del paesaggio e la presenza del male che costituisce uno degli elementi caratteristici della narrativa dell’autore. È un Alto Adige lontano dalle immagini più turistiche: un territorio nel quale la tranquillità apparente nasconde storie, rancori e segreti che il tempo non è riuscito completamente a cancellare e a far dimenticare.
L’autore insiste sul contrasto fra la bellezza del paesaggio e la violenza che vi si nasconde. L’idea è sicuramente efficace ma non completamente nuova. Il paesaggio rischia infatti di diventare soprattutto e solo una scenografia del delitto, anziché una componente veramente organica della storia. L’Alto Adige oscuro, quasi mitico e inquietante, Koppelstatter lo conosce bene e lo descrive con sicurezza, ma in questo romanzo non sempre riesce a trasformare e a trasmettere la conoscenza del territorio in una vera dimensione narrativa.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti che possono generare quella sensazione di “anonimato” che accompagna la lettura: l’ambientazione è riconoscibile, ma la voce con cui viene raccontata lo è un po’ meno. L’arte diventa il punto di collegamento fra presente e passato e permette all’autore di introdurre un tema di grande interesse e importanza: quello delle opere trafugate durante il nazismo e delle conseguenze che quelle vicende continuano ad avere ancora ai tempi nostri.
Il romanzo suggerisce così come la memoria storica non sia qualcosa di definitivamente concluso, ma possa continuare a riemergere attraverso gli oggetti, i luoghi e le storie delle persone.
È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro: dietro l’indagine poliziesca emerge infatti una riflessione sulla difficoltà di fare i conti con un passato che continua, in qualche modo, a chiedere di essere raccontato, forse per poter essere perdonato. Il modo, però, in cui l’autore “fa condurre” l’indagine al suo commissario, fa si che il lettore sia continuamente impegnato a seguire un indizio dopo l’altro senza avere la reale possibilità di interrogarsi, di riflettere, di soffermarsi su ciò che di fondamentale e storico sta dietro alla vicenda narrata.
Quello che ne consegue è, quindi, una trama maggiormente focalizzata alla soluzione del mistero più che alla profondità, all’importanza del mistero stesso.
La figura del commissario Grauner, personaggio ormai consolidato nella narrativa di Koppelstatter, non è quella del classico commissario brillante che risolve il caso attraverso intuizioni “spettacolari”.
La sua forza è molto più sottile: deriva dalla conoscenza profonda del territorio, delle persone, delle loro abitudini e soprattutto dei loro silenzi. In La Venere dei boschi questo aspetto diventa fondamentale.
Il commissario sa che il silenzio degli abitanti di San Leonardo non significa necessariamente innocenza. Al contrario, può essere una forma di difesa collettiva, il modo attraverso il quale una comunità protegge i propri segreti.
Per questo Grauner non può limitarsi a raccogliere indizi “materiali”: deve imparare a leggere quella comunità. E questo lo rende quasi un personaggio antropologico, un osservatore dell’Alto Adige.
C’è, poi, un elemento simbolico importante: Grauner appartiene allo stesso territorio geografico e culturale nel quale si svolge l’indagine. La montagna non è soltanto un paesaggio del romanzo. È una presenza che condiziona i comportamenti dei personaggi.
I boschi, le miniere abbandonate, i cunicoli scavati nella roccia contribuiscono a creare l’idea di una realtà nella quale il passato può essere letteralmente sepolto sotto terra.
Il commissario è, probabilmente, il personaggio che meglio incarna questa dimensione simbolica. E’ un investigatore che deve metaforicamente scavare nella memoria degli uomini.
L’ispettore Saltapepe, braccio destro del commissario, svolge una funzione quasi opposta.
È napoletano, quindi estraneo al mondo altoatesino nel quale Grauner si muove con naturalezza. Ma è proprio questa sua estraneità che diventa una risorsa investigativa.
Saltapepe non possiede gli stessi codici culturali del commissario. Per questo riesce ad osservare la realtà con la giusta distanza, con una maggiore distanza.
L’ispettore non è semplicemente la “spalla” di Grauner ma è quel personaggio che introduce un punto di vista alternativo.
Koppelstatter costruisce la coppia investigativa attraverso una sorta di complementarietà che impedisce all’indagine di diventare monocorde. E fa sì che insieme riescano a vedere ciò che separatamente rischierebbero di non cogliere. C’è poi un altro aspetto da sottolineare. Saltapepe contribuisce ad alleggerire l’atmosfera cupa del romanzo attraverso la sua ironia pungente e mirata. La coppia Grauner-Saltapepe rappresenta probabilmente uno degli elementi più riusciti del romanzo.
Koppelstatter evita di costruire due investigatori sovrapponibili e li caratterizza attraverso una differenza culturale e psicologica che diventa funzionale non solo all’indagine ma anche alla narrazione.
Lo stile di Koppelstätter è lineare e fluido con una struttura sufficientemente solida che privilegia soprattutto la costruzione dell’intreccio e dell’atmosfera. L’autore non sembra ricercare particolari sperimentazioni formali: la sua è una scrittura che rimane saldamente all’interno dei codici del giallo e che accompagna il lettore verso la soluzione dell’enigma. Questa scelta rende il romanzo accessibile e piuttosto piacevole da seguire, soprattutto per chi ama il giallo tradizionale e le ambientazioni fortemente caratterizzate. Al tempo stesso, proprio la scelta di mantenere una struttura narrativa classica fa sì che, come scrivevo precedentemente, il romanzo punti più sulla solidità dell’indagine e sulla ricostruzione degli eventi invece che sulla costruzione e caratterizzazione psicologica dei singoli personaggi che sarebbero state alquanto apprezzabili.
Ne La Venere dei boschi, Koppelstatter riesce a costruire un’atmosfera particolare, nella quale la montagna, i boschi e la memoria del passato diventano parte integrante della storia. Il paesaggio diventa un luogo che conserva tracce, segreti e ferite dei suoi abitanti e che l’evolversi della storia riporterà progressivamente alla luce.
È quindi un giallo che, pur con qualche limite – per esempio la mancanza di una sua precisa identità – offre, comunque, al lettore una storia ricca di suggestioni e una coppia investigativa capace di lasciare la propria impronta.
Grauner e Saltapepe rappresentano, probabilmente, l’elemento che più invita a proseguire la conoscenza dell’universo narrativo di Lenz Koppelstatter.
Benedetta Borghi
Lo scrittore:
Lenz Koppelstätter, nato a Bolzano nel 1982, è giornalista e scrittore di lingua tedesca. Collabora con testate come la “Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung” e la rivista “Salon” e, negli ultimi anni, si è affermato come una delle voci più interessanti del crime europeo contemporaneo. Il suo primo romanzo della serie del commissario Grauner, Omicidio sul ghiacciaio, ha vinto in Italia il Premio Giallolatino e la saga è entrata più volte nelle classifiche bestseller di “Der Spiegel”.”












