Stefano Tura – A regola d’arte. Recensione in anteprima

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Editore Piemme
Anno 2018
Genere Thriller
480 pagine – rilegato e ebook

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Londra, Browns Arbiter Gallery, Hanover Square, la piazza che collega New Bond Street con Regent Street, le due principali strade del commercio e della moda. Ḕ in corso L’inaugurazione della mostra Life & Death and Accidental Resurrection, un’esposizione di milionaria macabra arte d’avanguardia, finanziata da Achille de Vitis, capitalista e ricchissimo investitore nel settore immobiliare, definito anche il Principe della city alla presenza del Circolo Italiano che conta, con in testa Ambasciatore, Console Generale e Rappresentante italiano del commercio estero. Anfitriona dell’evento e proprietaria della Galleria, Alexandra Evie Mangiarotti ricca vedova ed erede di un magnate del parmigiano che si era trasferito nella capitale inglese, dove aveva sensibilmente incrementato la sua fortuna economica. Ma, ma, ma…

La folla degli invitati è composta dai più celebri e danarosi esponenti della comunità italiana londinese e molti tra loro si sono soffermati di fronte alla laida e terrificante istallazione di un suicidio che troneggia nella prima sala. L’opera, a grandezza naturale, è situata al centro della sala più ampia della Browns Arbiter Gallery. La galleria, specializzata in arte moderna, è nota per ospitare spesso opere degli Young British Artists, un gruppo di “visual artists” britannici usciti dall’Università di Goldsmiths a Londra alla fine degli anni Ottanta e divenuti famosi per le loro opere trasgressive, dissacranti, violente ed estremamente realistiche, realizzate con carcasse di animali, manichini di cera, escrementi e fluidi biologici. Opere che parlano solo di morte, mutilazioni, malattie, malformazioni e spaventosa sofferenza. Stavolta l’orrida istallazione mostra un corpo con la testa piegata di lato, infilata in una corda stretta intorno al collo, con gli occhi sbarrati e iniettati di sangue e la bocca contorta in una smorfia di indicibile sofferenza. Il resto del corpo è immobile, appeso a una putrella di ferro grazie a una cima da scotta da barche a vela, con le braccia distese lungo i fianchi e i piedi infilati in eleganti scarpe firmate che pendono a circa un metro e sessanta centimetri da terra dove si allarga una pozzetta di sostanze giallastre.

Vicino, appoggiato al pavimento, un espositore di plastica trasparente con inserito un biglietto: “EFFETTO BREXIT. SUICIDIO DI UN BROKER”. Poco lontano però, nell’angolo dell’altra sala, l’angosciante grido di dolore di una donna fa scoprire il corpo di un uomo – con la gola squarciata da una ferita e gli abiti macchiati di sangue – che giace immobile circondato da un folto gruppo di curiosi, e che, invece di far parte delle opere d’arte, è il cadavere di uno degli invitati. E che invitato, perché il morto è proprio Achille de Vitis, finanziatore dell’esposizione e la donna che ha gridato disperatamente per poi accasciarsi svenuta nella braccia dei presenti, è la moglie. Un attimo e il panico dilaga. L’elegantissima folla di ospiti si trasforma in un’unica orda impazzita che si batte con le unghie e con i denti, rompe bottiglie e bicchieri, si ferisce, fa scorrere il sangue e che, per fuggire, è disposta a tutto.

L’indagine sull’omicidio, assolutamente blindata e che viene affidata al rude detective, chief superior intendent di Scotland Yard, James Riddle, nordico, biondo e massiccio e alla sua bella vice ispettrice e assistente Amanda Jefferson, di origini giamaicane, si prospetta subito molto complicata. Intanto tutte le registrazioni delle telecamere di sorveglianza sono scomparse, quindi bisogna giocare una partita al buio e, visto che Achille de Vitis era uno dei più facoltosi e stimati imprenditori italiani a Londra, buona parte delle persone presenti alla serata, non tutte specchiate ma molto legate a importanti politici britannici, preferirebbero restarne fuori e fanno muro negando preziose informazioni. Il povero Riddle comincia a ricevere una serie di raccomandazioni da ogni dove, in primis il suo capo diretto. In parallelo, nel quartiere periferico e multietnico di Brixton, una bambina è scomparsa. E questa bambina è la figlia maggiore di uno dei sanguinari capoclan della zona, in carcere per spaccio droga. La cosa rischia di far esplodere una nuova guerra tra gang. Ma forse un giovane fotoamatore italiano ha visto e ripreso qualcosa…

Tirate le somme, le indagini della Polizia Metropolitana londinese devono sdoppiarsi. Il capo Sovrintendente Riddle, che non accetta vincoli, indaga senza farsi scrupoli sul delitto de Vitis, va oltre e, anche se avrebbe alle spalle precisi ordini e comportamenti da seguire, non si lascia incantare dalle pseudo autorità. Ma naturalmente, dato che va a ficcare il naso negli sporchi altarini dei potenti, non fa che trovarsi ostacoli tra i piedi. Non basta: al primo delitto ne seguirà un secondo. Alla fine, saranno il detective Peter McBride, ex ragazzo di strada poi assunto in polizia dove ha fatto carriera, Amanda Jefferson, Alvaro Gerace, capo ispettore dell’Anticrimine bolognese e la sua vice e compagna di vita, Clarissa De Natale, da anni sulle tracce di un serial killer, a convincere Riddle che la spettacolare morte di de Vitis potrebbe avere un legame con una serie di sparizioni di bambini in Italia e in Gran Bretagna.

Con Stefano Tura torna in scena l’ispettore Alvaro Gerace che, da anni ossessionato dalla scomparsa di alcune bambine sulla riviera romagnola, non ha mai voluto archiviare il caso. In A regola d’arte troviamo una Londra molto poco da cartolina, vista, descritta e spiegata con gli occhi disincantati di un quasi londinese. A tratti una Londra sfavillante ma allo stesso tempo una Londra dura, dal cuore di pietra, che non perdona e che purtroppo ci regala un capitolo della saga di Peter McBride che non avremmo voluto leggere. Una colonia italiana in Inghilterra che, se rispecchia la maggioranza degli emigrati di alto livello, mette i brividi, mentre per fortuna tra i lavoratori si riesce ad apprezzare un certo spirito di collaborazione e amicizia. Ancora una volta Tura suddivide la sua storia su più piani narrativi, per alternare e portare avanti in parallelo storie diverse con protagonisti diversi che convergono nel finale. Una costruzione letteraria riscontrata anche nei romanzi precedenti che spesso per ritmo e precisione nei dettagli ricorda con prepotenza una sceneggiatura e tuffando il lettore nella storia, gliela fa vivere a tutto tondo. Insomma un romanzo anche questo A regola d’arte: brillante, intrigante e veloce, nonostante le sue 480 pagine.

Patrizia Debicke

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Lo scrittore:
Stefano Tura, emiliano a lungo giornalista per il Resto del Carlino, poi passato in Rai come inviato per l’estero, vive a Londra e dal gennaio del 2006 è stato nominato corrispondente da Londra, affiancando Marco Varvello nei reportage dalla capitale britannica.