Tredici racconti che hanno come protagonisti personaggi sradicati e grotteschi ai margini dell’amore. Proprio questi magnifici miserabili costituiscono il centro narrativo di Vautrin: sia che si tratti del marito che, scientemente, entra nella nevrosi della moglie sterile e accetta di diventare padre di una bambola, sia che si tratti di una donna ormai vecchia che rivendica ancora il piacere sessuale o del bambino superdotato che lo rivendica già, sia infine che si tratti dell’amante appassionato che ammazza la sua compagna per poterla fotografare morta. Tutti questi personaggi sono terribili, spesso comici e sempre tragici. Tutti sono al limite delle loro risorse, sul bordo del precipizio. Vautrin è dolorosamente affascinato dalle persone in arrivo da o in cammino verso l’inferno, colte nel momento più vicino all’esplosione, in cui tutto vacilla, tutto è possibile.Questa volta, ho voluto lasciare la trama della casa editrice, cosa che non mi succede mai. Questo perché è davvero un romanzo che mi ha “spiazzata”, nel vero senso della parola..
Ho ancora in mente qualcuno che anni fa sostenne che, tranne E.A. Poe e Stephen King, nessun altro sarebbe stato in grado di interessare particolarmente con dei racconti . Ma, ragazzi, questi di Vautrin sono davvero unici. Solo una mente deviata può scrivere tredici racconti di questa portata. Solo uno scrittore con una fervida fantasia può inventarsi delle storie tanto assurde e grottesche, quanto forti e, in fondo, reali.
Cominciamo con il racconto che ha dato il titolo alla prima edizione del libro: “Baby boom”: un rapporto nevrotico di una coppia che non riesce ad avere figli. E che arriva alla compromesso di adottare un bambolotto (si, avete proprio letto bene), e finge di avere un bambino in carne e ossa, immaginando i suoi pianti, le sue febbri, le sue malattie esantematiche.
O quello che, in fondo, mi ha affascinata più degli altri: “Il viaggio immobile”, che tra l’altro è il racconto che dà il nome al libro pubblicato da Meridiano Zero. Un’amore senza tempo, eterno. E mai aggettivo potrebbe essere più azzeccato di questo. Lucienne e Kléber. Era il 1929. Lucienne aveva 20 anni e “profumava di violetta a fiore doppio“. Kléber decise che avrebbe fotografato la donna di cui si era innamorato, ogni giorno della sua vita, per documentare “il passaggio graduale e continuo dalla giovinezza radiosa di una donna, alla sua piena maturità.”
Lo scrittore:












