Intervista a Paola Barbato

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(c) Cecilia Lavopa

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Paola Barbato, è milanese di nascita, bresciana d’adozione, prestata a Verona dove vive con il compagno, tre figlie e tre cani. Scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, tra cui Dylan Dog, ha pubblicato Bilico, Mani nude (vincitore del Premio Scerbanenco), Il filo rosso e Non ti faccio niente. Ha scritto e co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction Nel nome del male, con Fabrizio Bentivoglio.
www.paolabarbato.it
E’ uscito adesso “Io so chi sei”, con Edizioni Piemme, primo titolo di una trilogia, l’ho incontrata per farmi raccontare qualche curiosità:

1. Benvenuta, Paola. Come nasce il romanzo e, soprattutto, come nasce il titolo?
P.: Il romanzo nasce come costola di un altro romanzo – che uscirà dopo questo – e man mano che lo scrivevo continuavo a chiedermi: “Ma chissà se mentre sta avvenendo tutto questo, da un’altra parte sta avvenendo qualcos’altro?” Ho sempre detto che non volevo fare seguiti o riutilizzare i personaggi e nessuna storia me lo ha mai suggerito. Neanche questa, in realtà. Ma l’altra storia mi ha suggerito che poteva essercene un’altra legata a questa, anche se non subalterna, né questa può essere subalterna all’altra. Quindi ho cominciato a scrivere le due storie contemporaneamente, il che è stato una fatica immane. “Io so chi sei” è la seconda frase che arriva sul cellulare che riceve la protagonista, ed è un po’ come per il romanzo precedente “Non ti faccio niente”: una frase che sembra rassicurante ma viene vissuta come una minaccia. “Io so chi sei” sembra una minaccia, mentre viene recepita dalla protagonista come un invito ad essere accolta. E da qui parte tutta la vicenda.

2. Personaggio principale è Lena, giovane donna in carriera, single a tratti, elegante e sicura. Ciò che mi ha colpita è soprattutto quel senso di incompletezza che ha senza Saverio Bartolomei, come se una donna non potesse definirsi appieno senza avere l’approvazione di un uomo. E’ ancora così in quest’epoca?
P.: A volte è ancora così, è una delle ragioni per cui ho strutturato Lena in questa maniera. Io non sono scevra da esperienze simili, io stessa cercavo l’approvazione per come mi vestivo, mi pettinavo, mi comportavo, da parte dell’uomo che avevo di fianco. Ancora oggi frequento delle donne che se il marito o il compagno non sono d’accordo su quello che fanno, cambiano rotta. Questo mi spaventa, lo trovo un atteggiamento sbagliato, non tanto dal punto di vista dell’uomo, che comunque chiede, ci prova, ma dalla parte delle donne. La mancanza di sicurezza, di consapevolezza, di libertà dei modelli è tremenda. Ho creato Marilena come un’ignava o, più banalmente, come un’inetta. Una donna che in tutto il romanzo non fa che aspettarsi che qualcuno venga a salvarla o che qualcosa avvenga da sé, senza che lei sia mai il primo motore. Questa è una gravissima colpa, al di là di essere una caratteristica della persona, non è debolezza. Tornando a Dante, oltre ad essere una ignava, Lena è un’accidiosa, non è pigra. Ha la mancanza di volontà di fare del bene.

3. Un amore morboso, che poi sembra una vera e propria dipendenza: anche Saverio voleva accanto qualcuno che smussasse i suoi assolutismi in cui si era immerso e che presto o tardi lo avrebbe distrutto. Lena aveva smesso di piacersi perché tutto quello che era rimasto di lei piaceva solo a Saverio. Chi ha più bisogno dell’altro?
P.: In realtà questa è una domanda a cui non si riesce a rispondere, perché tutto quello che sappiamo di Saverio è ciò che Lena ci racconta di lui. Non lo vediamo, non lo ascoltiamo, non sappiamo la sua versione dei fatti. Abbiamo qualcosa riportato dagli amici, che ci rimandano un’immagine di Saverio molto più fresca, da ragazzino, di estrema immaturità. Quindi non di crudeltà, di violenza o chissà quale pensiero contorto. Tutto questo è filtrato dalla percezione di Lena, che fra l’altro neanche percepisce in positivo, ma per negazione, quindi dice: “Non era un violento, non era uno che mi sovrastava, non era anaffettivo.” Ma noi non lo sappiamo se effettivamente Saverio fosse tutte queste cose o solo un ragazzetto che si era messo con una donna molto più grande di lui, troppo matura e non riuscisse a gestire la situazione. Ma forse la verità è più semplice, solo che noi non riusciamo ad afferrarla.

4. Mi piace una frase che ricorre nella storia: “Gli alberi troppo dritti finiscono dentro le aiuole.” Da dove nasce?
P.: Come a dire: “La ricerca di una definizione a tutti i costi ammazza la gente.” Io ho solo alberi storti in giardino, mi hanno detto mille volte di mettere le stecche, di costringerli finché erano piccoli a diventare drittissimi. Effettivamente nei parchi si trovano tutti alberi perfetti, dritti e, povere creature, stanno solo lì. Mentre fuori dai giardini ogni albero prende la sua forma, la propria direzione. Il significato è un po’ questo, filtrato per quello che era il modo di vedere di Saverio, che voleva avere sempre la libertà più assoluta di agire, di pensare, di affrontare le conseguenze delle proprie azioni. In questo secondo me Saverio aveva ragione.

5. Mi ha incuriosita questa passione per i cani, soprattutto con Argo, questo molosso che era in realtà di Saverio e che Lena si è trovata a gestire. Era funzionale alla storia o l’hai inserito per la tua passione per gli animali?
P.: E’ il secondo cane che è protagonista di un mio romanzo. Ne Il filo rosso c’è un dogo argentino che segue tutta la storia dall’inizio alla fine nella sua visione personale. Argo non viene trattato come un personaggio attivo, ma è una cartina tornasole. Se dall’inizio qualcuno si chiede se Lena è una brava persona, è una donna buona, se alla fine c’è dell’eroismo in lei, basta che guardi Argo. Il cane segue Lena per una sorta di senso del dovere, ma lei è incapace di amarlo. Non essere capace di amare un animale, pur non essendo tuo, semplicemente perché ce l’hai sempre in casa, è un grande campanello di allarme. Questa inettitudine di Lena è anche affettiva ed emotiva. Arriva al punto di dirgli: “Ti odio.” Poi piange perché ha detto a voce alta una cosa che non avrebbe voluto sentirsi dire, ma forse è l’unica verità che c’è nei confronti del cane.

6. Mi piace il richiamo alla favola de la Bella e la Bestia, visto che c’è un poliziotto di nome Caparzo che si frappone a Lena. In una sorta di sadismo, tu indirizzi i lettori verso un certo percorso, per virare a gomito cambiando tutta la storia. Mi piace questa similitudine alla favola, anche se lei forse non è così bella e lui forse non è così bestia…
P.: Lui è così bestia, è lei che non è così bella come vuole apparire, non è una bellezza interiore. Il personaggio di Caparzo è il detentore della verità, nella sua maniera brutale, spiccia, lui non sbaglia mai. Visto che è un personaggio comunque deteriore, non è né eroico né positivo, il fatto che la verità venga detenuta da lui, è importante perché noi abbiamo sempre questa convinzione che ci sia la dicotomia “il bianco e il nero”, “il buono e il cattivo”, quindi se io ho un personaggio negativo prima o poi deve cadere, prima o poi deve sbagliare. E invece no, perché anche il peggiore dei dittatori, o l’uomo più feroce dell’universo possono avere ragione su qualcosa. E Caparzo viene a dimostrare quello: una donna all’apparenza innocua è in grado davvero di fare del male spontaneo. Lui invece fa del male razionale, perché decide di farlo. Tutto sommato, all’interno del suo universo cristallizzato, tutto ha un senso e questo non può essere negato. Arrivati alla fine del romanzo, tutti devono dire per forza: “Caparzo aveva ragione.” Ed è difficile, a volte, confrontarsi con questo.

7. Dici: Non sai mai chi sono quelli che chiami amici. Qui di amici sembrano essercene tanti. Ma la visione di amicizia è molto contorta, in questo romanzo. Ci sono molti personaggi che non si capisce se siano positivi o negativi. Ce ne vuoi parlare?
P.: Si vanno anche loro a collocare nella grande schiera dei grigi di cui preferisco sempre scrivere. Per esempio tutti gli amici di Saverio erano sicuramente amici suoi, ma non per forza lo erano di Lena. L’unica persona che vuole veramente bene a Lena è Betta, un personaggio forte, una presenza positiva. Ma possiamo contare solo lei nella schiera delle sue amicizie. Tutti gli altri sono fantasmi tanto quanto lo è lei. Se il rapporto non si è approfondito non è mai colpa solo di una parte o dell’altra, sono sempre. Quindi di ogni fallimento emotivo e sociale dobbiamo incolpare sia lei che gli amici, condividere al cinquanta per cento.

8. Un libro che parla di abbandono, in fondo, come il precedente. Rispetto ai bambini rapiti del romanzo precedente Non ti faccio niente, questa volta l’abbandono avviene da parte di un uomo. Perché questo messaggio?
P.: Perché sono una convinta sostenitrice della solitudine. Mia nonna diceva: “Meglio essere soli da soli, che soli in due.” Io credo che il rifiuto della solitudine, è una cosa che vedo spesso, quelli che pensano: “Piuttosto con chiunque che non accoppiati.”
Il gruppo di persone che Lena frequenta ha degli interessi che lei non condivide, ma ci va lo stesso. Questa è una cosa macerante a livello dell’anima, ti intacca. Perché non sei più in grado di distinguere ciò che veramente è tuo, senti, vivi da ciò che ti viene prestato dagli altri. La solitudine dovrebbe essere rivalutata, secondo me. Non è solo negativa, qualche volta può essere l’unica salvezza possibile, non c’è un contratto che ci salvi dall’essere soli. Forse imparare a stare con noi stessi sarebbe già un primo passo.

Ringrazio Paola della bella chiacchierata e la sua dedica è così particolare perché le ho posto una domanda alla quale non poteva rispondere. Bocca cucita, quindi!

Intervista a cura di Cecilia Lavopa