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Abbiamo ospitato più volte Léo Malet in questo blog, le cui pubblicazioni sono tutte a cura di Fazi Editore, che ci regala nella Collana Darkside delle copertine sempre molto particolari, compresa quella del nuovo romanzo in uscita intitolato “Il cadavere ingombrante“, tradotto da Giuseppe Pallavicini e disponibile dal 5 luglio nelle librerie. Oggi vi presentiamo un estratto del libro e inauguriamo la prima tappa del blogtour che proseguirà sugli altri siti indicati nella locandina sotto riportata.
Buona lettura!
Capitolo 1
Pasto freddo per Nestor
È una di quelle luminose mattinate di marzo, quasi primaverili, che Parigi, possedendone il segreto, offre sovente, malgrado ciò che se ne dice. La primavera, d’altronde, a credere al calendario, ritorna. Fra due settimane sarà qui, ufficialmente. Allora, il tempo forse si guasterà, ma, per il momento, è bello. Un vento dolce e leggero accarezza i rami carichi di gemme degli alberi di avenue de Wagram. Tutto è pacifico e tranquillo.
Il mio orologio segna le nove meno un quarto.
Ho appuntamento, tra un quarto d’ora, con una signora che si fregia del nome affascinante – e certamente falso – di Désiris. Désiris! Come ci si può chiamare Désiris, in una sola parola, da quanto riporta l’elenco telefonico – ho controllato –, o in due, come mi piace immaginare, poiché entrambe le ortografie sono pregne di suggestioni voluttuose e puzzano di nome di battaglia da cocotte, da direttrice di agenzia matrimoniale o sotto-maîtresse di postribolo chic. È il tanfo di alcova vellutata che il giorno prima, al telefono, mi ha fatto accettare questo incontro, invece di mandare a quel paese la mia interlocutrice, reazione che i suoi discorsi confusi e poco credibili avrebbero potuto autorizzarmi ad avere.
Entro in un bistrot ad ammazzare qualche minuto.
Quando ne riesco, avenue de Wagram, almeno nel tratto compreso fra boulevard Pereire e place du Brésil, non ferve ancora di un’attività sensazionale. Sulla strada, il traffico ridotto dona false speranze agli automobilisti che circolano a velocità sostenuta verso l’Étoile dove, intorno all’Arco di Trionfo che si scorge in prospettiva, già li attendono begli ingorghi fatti su misura. Sugli ampi marciapiedi i passanti sono rari. Una commessa di panetteria esce a consegnare la merce. Un netturbino si appoggia con aria meditabonda al manico della ramazza che strascica nell’acqua del canaletto. Qualche portinaia rifila un ultimo tocco al suo territorio. Tenuto al guinzaglio da un domestico annoiato, un cane compie la sua passeggiata igienica mattutina, uno di quei botoli dalle zampe corte, pelo lungo e muso brutto come se ne incontrano soltanto nei quartieri alti, là dove hanno i mezzi, probabilmente perché più sono racchi più sono cari. Il che è comprensibile. Arrivare a fabbricarne di così mostruosi deve richiedere tempo, cure, tutto un lavoro mica facile. Bisogna pure che la cosa si paghi. Qua e là, ai balconi dei palazzi ricchi, solidi e borghesi, le servette scuotono gli stracci o battono i tappeti, i capelli protetti dalla polvere con una cuffia o un fazzoletto. Il futuro, dicono, è nelle mani di chi si alza presto. Bum! Chi si alza presto, ed esce immediatamente per strada, ha diritto a un maggior numero di microbi di chiunque altro, tutto qui. Ed è più che sufficiente. Fino alle dieci, c’è della tubercolosi nell’aria e, a volte, persino – il quartiere non ha niente a che vedere – bestioline volteggianti, semi meccanici o briciole di pane elastiche che sembrano piovervi addosso dal cielo, naturalmente, e che voi riportate a casa per conservarli al caldo e facilitarne la proliferazione.
La casa dove mi reco, così di buonora e a rischio di buscarmi un malanno, erge la sua stretta facciata di castelletto da operetta a metà circa di rue Alphonse-de-Neuville, su cui si affaccia direttamente. È uno di quei villini come ne esistono ancora parecchi in zona, vestigia di un’epoca passata in cui pullulavano, antiche residenze di glorie della Mostra permanente e della camera da letto, imbrattatele mondani, attrici alla Sarah Bernhardt e cortigiane di alto bordo. Dal tetto d’ardesia, fortemente inclinato e terminante in guglie di cui una munita di una banderuola tanto ridicola quanto inutile, spuntano due mansarde a occhio di bue, dalla cornice arzigogolata. Delle altre quattro finestre, le due del pianterreno hanno le persiane chiuse. Attraverso i vetri del primo piano si scorge il pesante drappeggio incrociato delle tende color crema. La porta di quercia, sormontata da un cartiglio che riporta la data, si arricchisce di diversi fronzoli di rame giallo: batacchio di altri tempi, spioncino e ribaltina della buca delle lettere.
La casa è fiancheggiata da un edificio di recente costruzione, alto sei piani, che la soffoca, e da un’altra palazzina più pittoresca, col suo cane scolpito nella pietra, fra le due finestre superiori. L’inanimato animale, sempre sul punto di uscire dalla sua nicchia, rivolge verso avenue de Wagram una testa bassa e infelice da buon cagnolino che aspetta l’arrivo di un padrone adorato e comincia a temere di essere stato condotto al canile. Il significato di quest’opera d’arte mi sfugge. Qualunque sia, non è molto divertente.
Non più, d’altronde, del domicilio della signora Désiris, a esaminarlo bene. Francamente, non mi piacerebbe farvi la mia cuccia, palazzina privata o no. Trasuda malinconia. Forse perché davanti non c’è alcun giardinetto. Un giardinetto completa e rallegra. Ma i giardinetti, in questo quartiere, sono di preferenza all’interno. Abitanti egoisti! Insomma… non sono qui per fare della critica sentimentale, architettonica o altro. Mi tocca accettare i clienti come sono, e nel loro ambiente, innanzitutto…
Mi avvicino all’ingresso. La mia mano sta già sollevando il batacchio quando noto un sistema segnaletico più moderno: un bottone di rame che faccio sprofondare. Soltanto dopo aver scatenato la suoneria mi accorgo che la porta è socchiusa. D’istinto, senza aspettare risposta alla mia scampanellata, la spingo.
Gira in silenzio sui suoi cardini oliati, ma rifiuta di aprirsi più di una ventina di centimetri. Qualcosa, dietro, le impedisce di andare oltre. Non mi sembra che si tratti di una catenella di sicurezza. L’ostacolo sta più in basso, a livello del pavimento. Verosimilmente, uno di quei “salami” destinati a riparare dagli spifferi. Mi chino, infilo il braccio nell’apertura e passo una mano esploratrice dietro il battente.
Su, la giornata comincia bene!
Quello che incontrano le mie dita non è un “salame”. È piuttosto un osso, oserei dire. Qualcosa di semisferico che, sotto la stoffa di un abito, assomiglia molto a una tetta giovane, ma una tetta per nulla ballonzolante e non più molto calda.
Mi rialzo, la gola secca di una di quelle secchezze particolari che neppure un litro di Martini riuscirebbe a togliermi, e con lo sguardo faccio una panoramica tutt’intorno. La via è tranquilla, pacifica e deserta. Tranne una cameriera, a una finestra della casa di fronte, che ha interrotto i suoi lavori per seguire le mie manovre, nessun altro mi ha colto sul fatto. Le sorrido, sornione, nei limiti del possibile. Eh, sì, carina, è la sfilata dei lavoratori mattutini che badano alla pulizia della capitale. I netturbini sono passati. Adesso è il turno di Nestor, il cocco della Camarde, il ragazzo che batte la zona per conto di Borniol. Sempre lo stesso menu per prima colazione: carne fredda. Come se quella capisse i miei pensieri e io le facessi paura, si ritira dal suo osservatorio.
Ritorno a considerazioni più serie. Poiché sono qui, tanto vale affrontare questa rogna. Ci sono abituato. Esercito una violenta pressione sul battente, in modo da crearmi un varco sufficiente per poter passare, m’infilo all’interno e mi richiudo la porta alle spalle.
Non hanno ancora risposto alla scampanellata e la casa è piombata nel silenzio. Gli unici a turbarlo sono il tic-tac lancinante di un potente orologio a muro che trita il tempo non lontano da me, e forse, anche, i battiti sordi del mio cuore.
È tutto buio.
Cerco un interruttore, lo trovo e lo aziono. Una lampadina, imprigionata fra i vetri multicolori di una lanterna di ferro battuto appesa al soffitto, spande il suo chiarore glauco sul viso della poveretta, distesa esanime sul pavimento: la luce non le migliora il colorito.
All’improvviso mi sento del tutto solo, qui, in questo ingresso, in compagnia dell’orologio normanno, a forma di bara, il cui bilanciere cattura un lampo di luce a ogni oscillazione, di un portaombrelli funereo, di uno specchio circondato da attaccapanni e di un corpo immobile.
Anch’io resto un attimo immobile, l’orecchio all’erta, nell’attesa nervosa di una qualsiasi manifestazione, umana o altro. Non si manifesta nulla, non si produce nulla. A un’estremità della via si sente il ronzio di un motore, cresce, si avvicina. Un’auto si blocca lungo il marciapiede, una portiera sbatte. M’irrigidisco nella mia posa di suddito della pendola, riflessa nello specchio. Falso allarme. Non vengono qui.
Mi scuoto e mi chino sul corpo.
Prossime tappe:













