Intervista a Jo Nesbø

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Jo Nesbø, classe 1960, ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista freelance, ha fatto il broker in borsa e, last but not least, è uno degli autori di crime più importanti al mondo. In Italia, scoperto dall’editore Piemme, Nesbø è stato pubblicato integralmente da Einaudi: della serie con protagonista l’ispettore Harry Hole, ha pubblicato: Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Il pipistrello, Scarafaggi, Nemesi, Il pettirosso, La stella del diavolo, Sete e L’uomo di neve. Presso Einaudi sono usciti anche i thriller Il cacciatore di teste, Il confessore, Sangue e neve e Sole di mezzanotte. Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettro, Scarafaggi, Il leopardo, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, Sole di mezzanotte, Il confessore, Polizia, Il pettirosso, Sete e L’uomo di neve.

Quest’anno Rizzoli ha invece pubblicato il suo Macbeth, rifacimento della tragedia di Shakespeare in chiave thriller, nell’ambito del progetto di Hogarth Press per i quattrocento anni del Bardo, che ha visto tra gli altri protagonisti anche la scrittrice canadese Margaret Atwood, Premio Chandler 2017.

Il Noir in Festival, svoltosi a Milano e Como dal 3 al 9 dicembre 2018, lo ha premiato, con un prestigioso riconoscimento alla carriera: il Raymond Chandler Award 2018.

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo e di fargli qualche domanda.

1. In “Macbeth” mi ha un po’ impressionato la descrizione di questa città cupa e violenta all’inizio del libro e volevo chiederle se è una metafora del mondo del crimine altrettanto tenebroso e ostile o se è una sua visione profetica della realtà futura?
J.: La città che descrivo in realtà è un insieme di città. Il racconto di Macbeth è ambientato negli anni ’70 e ogni racconto non può che essere politico. In parte la città è ispirata a Newcastle, sono stato ispirato da un film con Michael Cane, Get Carter, in cui ci sono dei gangsters che la fanno da padroni. La città è stata anche ispirata da Manhattan, New York, nei racconti di Jan Carrell, che era un giocatore di basket, quindi Hell’s Kitchen. In parte anche alla piccola città norvegese di Bergen, molto piacevole dove però piove sempre, circondata dalle montagne dove vediamo anche in Macbeth e caratterizzata da un microclima particolare, anche se non è deprimente così come la descrivo nel libro.
C’è un riferimento anche più attuale rispetto agli anni ’70, che è la città di Detroit, dove circa dieci anni fa i servizi pubblici sembravano ormai allo sbando. Nonostante fosse un paese così importante come gli Stati Uniti, in cui tutto viene gestito dagli individui, e nel Macbeth la città è in mano alla libera impresa, i servizi pubblici sono rappresentati simbolicamente da una gigantesca locomotiva, messa come una statua a ricordare il periodo in cui il pubblico aveva importanza.
Questo ci riporta allo stato politico attuale, alla Brexit, tutti ci chiediamo cosa succederà delle nostre democrazie e della nostra struttura sociale e del settore pubblico che governa molte cose. Questo ci porta a chiederci cosa succederà in futuro quando molte cose che attualmente diamo per scontate forse non ci saranno più.

2. Sono molto incuriosita dall’uomo. Prima di fare lo scrittore è stato calciatore, musicista, militare in quale località sperduta… Chi è Nesbo oggi? Non tutti possono conoscere il suo genere letterario, come c’è arrivato?
J.: Non so da che parte cominciare… Mio padre emigrò a Brooklyn e da lì vengono le mie prime influenze letterarie. Sono cresciuto con i libri che mi portava lui, come Mark Twain, le storie del West. Mia madre era una bibliotecaria e la casa era piena di libri, da lei viene più l’influenza della letteratura nordica. Ho letto più da grande Ibsen e molta letteratura per ragazzi norvegese. Leggere è sempre stato importante nella mia vita. Il primo libro che ho scovato da solo è stato Il signore delle mosche, perché mi piaceva la copertina in cui c’era la testa di un maiale sopra una picca. Sfogliandolo, ho capito che parlava di bambini su un’isola deserta. Ho letto Hemingway, Knut Hamsun, che avendo avuto delle simpatie per i nazisti durante la guerra, era un autore che non si amava molto mettere in risalto, considerato problematico. Ma a mio avviso il migliore autore norvegese. Poi ho letto Dostoevskij, a diciassette anni si parlava molto di libri con i miei amici, ci davamo consigli a vicenda. Poi da più grande ho letto Kerouack, Bukowski.
La nostra generazione è stata molto ispirata anche dal cinema e dalla musica, perché può venire da autori come Bob Dylan, Tom Waits, Bruce Springsteen, oltre che da altri romanzi.
Oppure ai film degli anni ’70, come Il Padrino e La conversazione di Coppola.
A vent’anni ho letto Dickens, Balzac, le graphic novels di Franck Muller, la sua reinvenzione di Batman è stata una rivelazione assoluta, trasformare le storie dolcinate in una narrazione importante, una vera arte.

3. Partendo da “L’uomo di neve”, che è diventato un film e ad alcuni progetti che dovrebbero arrivare, quanto l’affascina che alcuni dei suoi libri siano diventati delle pellicole e quanto invece la disturba? Ci sono alcuni progetti in cui sarà executive producer, cosa può dirci? Le piacerebbe fare un passaggio dietro la macchina da presa, magari diventando lei stesso regista?
Prima di tutto mi piace concentrarmi sul mio lavoro di scrittura, rispetto il lavoro degli altri e il lavoro dei registi. Ma ci sarebbero dei problemi se qualcuno interferisse con la mia narrazione, con il mio modo di scrivere. Preferisco lasciare i film a chi fa i film e non mettere sempre il becco in quello che fanno. Essere produttore esecutivo è solo una clausola contrattuale, non ha niente a che vedere con il processo di creazione del film. Per me i film non sono una versione dei miei libri, ma un buon materiale da cui partire per la creazione di un film. Ai tempi in cui erano stati acquistati I diritti di Head Hunters, stavamo parlando con i produttori i quali, apprezzando molto il mio modo di vedere le cose, mi hanno chiesto se non volessi girarlo io il film. Non avendo esperienza in merito, mi sono messo alla prova con un mio amico e abbiamo realizzato un corto di 9 minuti. Mi sono dovuto rendere conto che era un lavoro massacrante e frustrante! Quando si scrive, il budget è illimitato, si possono avere tutti gli attori che si ha in mente, lo scrittore può fare tutti I ruoli contemporaneamente, non ci sono limiti nella scrittura.
Ho deciso che, anche se questo corto non era male, la cosa non faceva per me. Forse sono troppo pigro per fare il regista. Per fortuna, un regista norvegese ha letto il libro e mi ha pregato di dargli i diritti per fare il film e secondo me era la persona adatta per Head Hunter, tanto che ha anche fatto Imitation Game, che ha avuto la nomination all’Oscar.

4. Ci può fare un bilancio della sua carriera e il suo rapporto con Raymond Chandler, visto che questo premio è alla carriera?
Non mi piace pensare di dovermi guardare indietro e fare, oggi come oggi, un bilancio della mia carriera. Posso pensare alle serie che ho scritto, ma non mi va di fare una valutazione complessiva, ho ancora tante cose da fare e tanti progetti. Sono arrivato a Milano con mia figlia, con un volo piuttosto turbolento da Francoforte e lei mi ha chiesto: “Hai paura di morire?” e io le ho risposto che non ne avevo, ma mi sarebbe dispiaciuto non poter pubblicare i dieci romanzi che ho ancora in mente di scrivere. Questo per dire che guardo avanti. Prima di leggere i romanzi di Raymond Chandler, ho letto molte parodie di altri scrittori che cercavano di imitarlo e la prima volta che ho avuto in mano un suo romanzo, mi sono reso conto di leggere l’originale. Mi ci è voluto un po’ di tempo per entrare nel suo stile, anche se c’è stata sicuramente l’influenza degli scrittori come lui e di quelli che sono venuti dopo di lui. Ma secondo me lo scrittore di cui ho subito più influenza è Jim Thompson, che ho letto prima di Chandler e che non ha avuto il suo stesso successo, ma che considero più importante per la mia formazione, per la mia scrittura e il mio scrittore preferito. Di Chandler apprezzo il genio, questo è indubbio.

5. In relazione alla sua carriera di calciatore, quanto lo sport le è servito nella scrittura?
J.: La mia carriera purtroppo si è interrotta a 19 anni, perché ho avuto la rottura dei legamenti a entrambe le ginocchia. Questa è stata anche la mia fortuna per la successiva reputazione, in quanto si tende a dimenticare com’è andata veramente. Io giocavo nella mia città di origine, Monda, che conta circa 25.000 abitanti e ha sempre avuto un’ottima squadra, che è stata anche in Champions League. e alle partite ci va tantissima gente. Adesso, come scrittore, le persone mi ricordano ogni anno che passa come un giocatore sempre migliore. E quello che è successo a me, succede statisticamente a tutti i giovani giocatori, promesse molto al centro dell’attenzione, sembra che . Io sono stato fortunato perché mi sono fermato alla “giovane promessa del calcio”. Sono cresciuto con campioni come Pelé e Maradona, ma è Lionel Messi quello a cui sono stati baciati i piedi dal dio del calcio.

6. Fin dal libro de Lo spettro, ho sempre pensato a una forte connotazione della letteratura, del suo modo di scrivere, con Shakespeare. Cosa ne pensa?
J.: Shakespeare è una grandissima fonte di ispirazione, anche se uno non lo ha letto. Semplicemente guardando molti film come Scarface con Al Pacino. Mia figlia guarda Breaking Bad e non si rende conto che anche quello viene dal Macbeth. L’influenza di Shakespeare è pervasiva e per me, Macbeth è l’opera che mi ha influenzato di più. Da giovane ho visto il film di Roman Polanski ed è stato un vero choc per me, perché la capacità del protagonista che all’inizio è l’eroe, lo seguiamo per tutta la storia, ma praticamente finiamo per fare il tifo per il malvagio. L’abilità di Shakespeare è quella di manipolare il lettore suscitando la sua simpatia, la sua immedesimazione per il Macbeth, del quale adottiamo il punto di vista. Come lettori dobbiamo capire fino a che punto della strada verso la perdizione possiamo seguire un personaggio. Ma anche nella Bibbia, re David che da giovane ha distrutto Golia, con il quale ci immedesiamo, ha un’atteggiamento morale ben diverso, perché si innamora di una donna sposata e manda il marito di lei in battaglia a morire per toglierselo dai piedi. Lo stesso accade con Harry Hole, il lettore adotta il suo punto di vista, ma si sposta con lui verso il lato oscuro. Quindi anche quando lui diventa simile ai criminali a cui sta dando la caccia, non ci accorgiamo di questo enorme spostamento dal punto di vista morale, perché già stiamo nella sua testa, ragioniamo insieme a lui.
Quindi riuscendo a fare adottare il punto di vista del personaggio, si è in grado di far andare i lettori dove vogliamo. La prima volta che lessi American Psycho di Bret Easton Elllis, è stato scioccante per me, lo ritenevo un libro orribile, mi sentivo come inquinato da questo libro, che anche qui ci si rende conto che quando la polizia sta per arrestare il serial killer, noi siamo dalla sua parte.
Ellis ha avuto la capacità di stabilire un contatto empatico tra il lettore e il serial killer. Questo è possibile farlo con la scrittura, non tanto con il cinema.

7. Cosa le fa più paura e quale accezione dà al significato del Male?
J.: A me il male fa paura. Non credo che gli scrittori di narrativa siano qualificati per rispondere alla domanda epocale su cosa sia il male. Ovviamente bisognerebbe definire prima il concetto, il significato profondo della parola. Il male cosa può essere? Magari è la nostra ignoranza. E’ il fatto che non vogliamo vedere i rifugiati che ci sono nel mondo. Oppure il male consiste nel dare l’assoluta priorità alla propria famiglia e ai propri interessi rispetto a quello che avviene nel mondo. Questo è il male? Oppure quello di voler vivere a ogni costo un’esistenza più confortevole rispetto ad altri? E’ il preoccuparsi solo di se stessi?
Il male può avere una connotazione passiva. Di sicuro è uno stato mentale che ci porta a disinteressarci di quello che ci circonda. Ma può anche essere attiva. Per esempio: sono stato in Congo, in un campo profughi e da tutti i villaggi arrivava gente, c’era un padre con sette figli. Quindi, parecchie bocche da sfamare… Aveva raccolto in un fossato un bambino che si era perso, non aveva più la famiglia. Questa è un’azione su cui riflettere, perché i margini di sopravvivenza di quel bambino lasciato a se stesso sarebbero stati pari a zero ma nello stesso tempo, caricandosi di una bocca in più aveva messo a rischio la sua famiglia. Avrebbe fatto il male se lo avesse lasciato morire? E tutti gli altri rifugiati che erano passati davanti al piccolo senza fare niente, che non lo avevano salvato per non mettere in pericolo se stessi e le loro famiglie, avevano mostrato un comportamento malvagio?
Forse il male è la mancanza di umanità. E’ come il freddo, l’assenza di caldo, quello che troviamo nello spazio. Il male può essere definito l’assenza di bene, ed è questo che mi spaventa: l’assenza di bene come lo spazio freddo.
Quando ero piccolo e giravo con i miei genitori, avevo paura di perdermi. Andavamo a passeggio nelle città e nei boschi ed essendo curioso, talvolta mi allontanavo e allora mi spaventavo. L’idea di perdermi mi ha sempre fatto paura e il mio peggior incubo è di essere persi nello spazio.
Un pensiero che mi spaventa, come mi spaventa il male, quello di essere abbandonato alla deriva nello spazio, qualcuno che non si interessa di te, che ti lascia solo.
Io scrivo di serial killer, ma non è quel tipo di male che mi spaventa. Quello che mi spaventa davvero è la sensazione del Major Tom, come la canzone di David Bowie, che è essere persi nello spazio.

8. Nel mio blog c’è una particolare attenzione agli scrittori nord-europei e sono arrivata alla conclusione che si descrivano spesso tematiche sociali rilevanti, in netta contrapposizione con un’idea del paese nordico come simbolo di modernità e di libertà. Cosa ne pensa?
J.: Nei romanzi polizieschi, nei noir scandinavi, c’è più gente morta e mutilata di quanta ne scrivano in cinquant’anni. Certo, la Oslo che descrivo io ha un lato oscuro, ma non è rappresentativo della vera Oslo. C’è della verità nel mito scandinavo della vallata felice e in effetti il sistema funziona anche se non è perfetto. Gli scrittori di thriller e di noir raccontano questi lati oscuri della società, ma il motivo per cui questo avviene è perché negli anni ’70 il capostipite del genere in Scandinavia, il duo Maj Sjöwall e Per Wahlöö ha cominciato a parlare di argomenti politici e di aspetti sociali nei suoi romanzi. Quindi avendo avuto molto successo, chi li ha seguiti si è sentito in dovere di emularli e occuparsi anche loro di queste tematiche.
Questi aspetti sono diventati connaturati, tradizionali nel giallo scandinavo. Quindi, possiamo dire come Shakespeare: “C’è del marcio in Danimarca, ma non è del tutto marcio.”

9. Il romanzo si basa su tre argomenti che si intrecciano tra di loro: criminalità, corruzione e droga. Qual è il più devastante tra questi mali?
J.: Non è la droga, non la criminalità, ma la corruzione, perché per far funzionare la società ci vuole fiducia e se non c’è fiducia va tutto a rotoli. E’ come una malattia, come il cancro della società, si diffonde rapidamente in tutto il corpo e non solo è nocivo ma diventa la società stessa, un tutt’uno con la corruzione. E’ difficile liberarsene, ma non impossibile.

10. Harry Hole tornerà?
J.: Si.

Articolo di Cecilia Lavopa