Editore Carbonio / Collana Cielo Stellato
Anno 2019
Genere Giallo
256 pagine – brossura e epub
Traduzione di Nicola Manuppelli
Quante volte vi siete trovati a discutere di categorie? È un male endemico, il tentativo futile di cercare d’assoggettare qualcosa ad uno specifico referente. Se può funzionare in campo scientifico, ma anche lì in fatto di categorie non c’è la stessa linea di demarcazione che su altri aspetti, in campo letterario è un esercizio assolutamente vano e spesso utile solo se si devono fare lunghe chiacchierate con qualcuno, le quali non vanno a parare da nessuna parte. Bene, la cosa buona è che molto più spesso di quanto si pensi ci s’imbatte in scrittori che le categorie le rifuggono come i vampiri il sole marzolino. Constantine è uno di questi (con il rischio, per questo motivo, di diventare lui stesso fautore della “categoria degli scrittori che non si possono categorizzare”), un autore che non riesci a collocare in un punto preciso, un po’ come cercare di mettere il parallelepipedo di legno dentro al foro rotondo. Magari ci passa, ma non è il suo posto. Perché un posto preciso non ce l’ha. E quando hai finito di leggere un suo libro, la cosa appare evidente come un elefante in salotto.
Eccoci dunque alla sesta avventura del nostro Mario Balzic, capo della polizia della fantomatica Rocksburg, cittadina di duri lavoratori della Rust Belt in Pennsylvania. C’è un nuovo sindaco in città, uno del genere “dilettanti allo sbaraglio” di cui la politica di casa nostra ci ha già abituato da tempo, che lo tempesta di telefonate che non gli danno mai tregua fino ad arrivare a segregarlo nel suo rifugio al bar Muscotti pur di parlare con lui. Una doppia rapina in due appartamenti identici presi in affitto, praticamente mai usati, da un noto spacciatore di Pittsburg che adesso sembra essere pulito. Poi viene trovata morta una ragazza, uccisa con buona probabilità dalla mano di un professionista. Ed ecco che il sindaco va in panico e pressa ancora di più il buon Balzic che deve metterci del bello e del buono per tenerlo calmo, mentre nel frattempo deve spiegargli per filo e per segno pressoché ogni cosa del lavoro della polizia.
La vicenda che lo vede protagonista è lontana anni luce da quella con cui l’abbiamo scoperto tempo fa. Il torbido si è mutato in lato oscuro perché stavolta di mezzo non ci sono persone normali, ma i mai chiari confini che circondano il lavoro degli agenti federali che lottano contro il narcotraffico e i loro infiltrati. Così vi trovate apparecchiata una lotta intestina, senza esclusione di colpi. Molto più procedural – con molta più grinta di quanto non abbiate mai visto in nessuna puntata di Law&Order – e sempre con quei toni folk-comedian che piombano a metà di una situazione stravolgendola. Il lavoro di Balzic è opprimente in questo caso, dovendo temere i suoi stessi colleghi e dovendo parimenti indagare in un modo che non gli piace, cercando i favori di personaggi discutibili come il capo/santone della etnia di colore locale, il Rev. Rutheford Rufee e confrontandosi con la spietatezza dei Narcs (i federali). A snellire e far tirare un sospiro di sollievo, arrivano questi momenti folk, come un fantastico dialogo sul cibo ungherese tra il cosiddetto “vice-re” nero Rufee e Balzic:
“Uh, beh, te lo assicuro, non sono dei negri ad aver cucinato questa roba. Il tizio che l’ha cucinato, beh, la sorella di sua moglie è sposata con un ucraino che fa una kielbasa come non la fa nessuno. Ti piace la kielbasa?”.
“Se non sembra gomma e non esagerano con l’aglio. C’è uno a Homestead che fa della buona kielbasa, ma è impossibile entrare in quel posto. È lui da solo e c’è sempre la fila”.
“Sono i posti che preferisco. Non puoi sempre trasformare tutto in una cazzo di catena”
Il compito di Balzic è quasi impossibile perché è un caso di droga, il primo di Balzic, poi perché sono coinvolti narc di stato corrotti e infine perché il Rev. Rutherford Rufee, un genio colpevole, usa Balzic per i suoi scopi vendicativi, scopi che si sovrappongono a quelli di Balzic e raggiungono il culmine in un patteggiamento al limite della bravura – cosa che di colpo fa schizzare in avanti il livello d’istruzione del nostro sindaco imbelle. Balzic e la legge non perdonano, ma la vittoria non è affatto dolce.
Come dicevo in apertura, nulla è pari alla tirannia in letteratura come voler assoggettare uno scrittore a una categoria. Non possiamo circoscrivere Costantine nel mero ambito di un, diciamo, “romanzo poliziesco”, perché viene a mancare ciò che è più memorabile dei suoi libri: la superba interpretazione della trama sociale e delle persone particolari che la animano e che con essa s’intersecano. Lo scambio imperfetto appartiene ai lettori che evitano le categorie. Così attraversiamo la familiare Rocksburg e la sua dura, classe operaia immigrata con la magia verbale che Costantine tesse dal linguaggio quotidiano con l’aggiunta, stavolta, dell’ingrediente afroamericano (in lingua originale è favoloso…, grazie Nicola Manuppelli per la qualità della traduzione).
Concludo la recensione esprimendo la mia contentezza che Carbonio abbia tradotto il titolo riuscendo a mantenere il bel concetto originale: “Always a Body To Trade”.
Michele Finelli
Lo scrittore:
K.C. Constantine ha rappresentato un mistero per il mondo editoriale fino al 2011, quando ha finalmente rivelato la sua identità, accontentando i numerosissimi fan: Carl Constantine Kosak, classe 1934, ex marine, giocatore di football, cronista e docente di scrittura creativa. Annoverato tra i migliori scrittori statunitensi, nei suoi 17 romanzi della serie di Rocksburg, immaginaria cittadina della natia Pennsylvania, Constantine ha descritto tre decenni di quella provincia americana tenuta ai margini della crisi industriale così come William Faulkner ha raccontato il profondo Sud rurale. Di K.C. Constantine Carbonio ha pubblicato anche Il mistero dell’orto di Rocksburg (2018).












