Matteo Lunardini è nato a Milano nel 1971. Studioso di politologia e criminologia, già collaboratore di varie testate nazionali, autore di saggi nel campo della sociologia e storia sportiva, nel 2014 entra nella terzina del Premio Kihlgren Opera Prima di Milano con il romanzo I fantasmi dell’Arena. Appassionato di Frank Zappa e prolifico paroliere − ma testardo nelvoler suonare penosamente un pianoforte −, vive al Lorenteggio insieme a due gatti, Ivanhoe e Lady Renata.
In occasione dell’uscita del suo romanzo “Al Giambellino non si uccide” pubblicato da Piemme, gli abbiamo rivolto qualche domanda e questa è l’intervista che vi proponiamo.
1) Matteo, benvenuto. È appena uscito il tuo romanzo Al Giambellino non si uccide per Piemme Editore. Com’è nata l’idea?
M.: L’idea di scrivere gialli con una forte connotazione storica e sociologica nasce dalla enorme quantità di storie, notizie, geografie, analisi, romanzi, che nel tempo ho raccolto studiando Milano e i suoi celebri quartieri. Da qui la nascita di un detective “olistico”, ossia un indagatore che parte da metodi generali per capire i vari particolarismi di cui si nutre la nostra società. Il tutto, come dire, innaffiato da humour meneghino.
2) Da dove nasce e come nasce il tuo desiderio di scrivere romanzi?
M.: Sin da prima di imparare a scrivere, quando da bambino imbrattavo qualunque quaderno (rigorosamente a quadretti) mi capitasse a tiro. Una mania che non ho mai perso. Poi dai miei maestri, perché casa mia era piena di libri, e le persone che la frequentavano discutevano e si animavano parlando di saggi, romanzi, storia e politica. Se volevi partecipare, dovevi leggere. Vietato parlare a sproposito.
3) Nel tuo ultimo lavoro c’è una scrittura molto evocativa che accompagna il lettore e gli fa quasi percepire le ambientazioni e le atmosfere che gli vengono presentate. Ma come cambia la tua scrittura da un romanzo a un saggio o a un brano musicale?
M.: Ho sempre pensato che — e oggi più che mai — non ci fosse uno stile narrativo unico, ma che fosse l’oggetto della scrittura, ossia il contenuto, a determinarne la forma. Il saggio, nel mio caso storico e sociologico, è tributario di una struttura codificata, essendo un lavoro scientifico: il metodo detta la linea, sia semantica che epistemologica. Nei gialli del detective Zappa, invece, è il luogo a mutare la narrazione. Il Giambellino suggerisce un linguaggio e una struttura più “pop”, essendo un crogiolo di identità diverse. Nel giallo ambientato all’Arena Civica G. Brera, invece, lo stile è giocoforza neoclassico, molto più cupo e misterico… Altro discorso scrivere canzoni: il paroliere deve conoscere perfettamente la musicalità delle parole, dove poggia l’accento e dove questo si allinea agli accenti del brano musicale. Uno sforzo di sintesi molto importante, lo consiglio a chiunque ami scrivere. Insegna che la fantasia deve incardinarsi in qualcosa di strutturato, come la musica, per suscitare emozioni infinite.
4) Al Giambellino non si uccide c’è una milanesità antica e affascinante che parla di estreme periferie ma anche della vecchia come quella della Ligera e insieme di una certa umanità che ha fatto del vivere in maniera borderline la propria filosofia di vita. A cosa o a chi ti sei ispirato per scrivere tutto questo?
M.: Sono nato in quella zona, e l’ho sempre considerata per quello che era: un posto un po’ sfigato. Crescendo, ho invece capito che la Storia, quella con la S maiuscola, lì aveva dispiegato tutte le sue forze. In pochi chilometri era successo di tutto. Certo, non si parla di Roma antica o del Rinascimento. Ma della Storia contemporanea sì. Che al Giambellino ha prodotto uomini diversi e storie incredibili. Pochi di questi uomini, immagino, sappiano quanto le loro vite siano state condizionate dalle “dinamiche storiche”.
5) Il giallo ambientato a Milano fonda le sue radici in maestri come Gadda e Scerbanenco, ma anche in firme più contemporanee come Crapanzano e Pinketts. Tu ti riconosci in loro per qualcosa, anche solo per una sfumatura o per uno spirito di appartenenza?
M.: Nei miei gialli mi piace citare scrittori e giallisti che abbiano fatto la storia. Giorgio Scerbanenco, in questo senso, è il maestro. Sia per la fantasia delle vicende e dei titoli, sia perché immaginava una Milano che la vita piccolo borghese non sapeva esistesse. Carlo Emilio Gadda, scrittore venerato, mi ha invece insegnato il plurilinguismo, come nel “pasticciaccio brutto”. Scrivere una forma di vernacolo, elevando le persone comuni ad alta letteratura. Poi, se mi si consente, mi piace sempre ricordare Luciano Bianciardi, Elio Vittorini e Giovanni Testori.
6) Zappa è il protagonista indiscusso del tuo romanzo, ma a parte lui quale è il personaggio del tuo libro che ti piace di più e perché?
M.: Ogni personaggio è funzionale per raccontare variabili della storia cittadina. Il vecchio De Predis, ex attore del cinema, dice (ma forse millanta), di aver partecipato a tutti i film. Non solo Ermanno Olmi e Carlo Lizzani, ma anche quei b-movie chiamati “poliziotteschi” ora diventati cult, perché girati interamente nelle strade della città. Jimmy è un vecchio neofascista in pensione. Mario Peca è un giornalista (e mi permette di descrivere questo orrendo mestiere), Paolino è un giovane dj radiofonico, l’anziana madre parla un milanese che non c’è più, il magistrato ha a che fare con gli inganni di questo tempo…
7) Nel secondo capitolo del tuo libro c’è una citazione che dice: l’apocalisse comincerà da Milano. Se ora potessi tornare indietro e cambiarla cosa scriveresti?
M.: Non la cambierei, anche perché non è mia. È profetica? Non lo so, però a Milano è nato politicamente tutto e tutto è anche morto. E non solo da piazza San Sepolcro a piazzale Loreto. Molto di più… Vedremo in futuro. Come diceva qualcuno: ai posteri l’ardua sentenza.
8) Quanto ti aiuta il tuo percorso formativo nello scrivere romanzi di genere?
M.: Tantissimo. La prima cosa che devi pensare se scrivi un romanzo è di non prendere in giro il lettore: come diceva Elio Vittorini, devi sempre fornire una chiave di lettura nuova, metterci dentro tutto scientificamente, e soprattutto pensare che il lettore alla fine del libro, anche in piccolo, deve avere la vita cambiata. Altrimenti meglio andare a fare una passeggiata.
9) Magari non tutti sanno che sei anche un appassionato di musica, soprattutto di Frank Zappa. Oltre questo genere cosa ti piace ascoltare, o da cosa ti lasci ispirare musicalmente parlando?
M.: Ecco, Frank Zappa ha insegnato al mondo che gli stili musicali sono un po’ un inganno. Per cui li faceva tutti, mischiandoli e migliorandoli: la musica alta con le “stupid song”, il testo dotto e illuminante con la “porcata”; tutto non solo può essere gradevole (se suonato al meglio), ma il suo alternarsi crea sempre stupore. Era un genio di una creatività sbalorditiva… Però io sono anche figlio del cantautorato, italiano ovviamente: Lucio Battisti (e il grande Mogol), Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Pierangelo Bertoli, Ivano Fossati, Eugenio Finardi, Lucio Dalla, Franco Califano, Enzo Jannacci, Nanni Svampa, Dario Fo, solo per citarne alcuni. Gli ultimi che hanno provato a fare, come Frank Zappa, un lavoro progressivo sono stati quei geniacci di Elio e Le Storie Tese. Ci mancano tanto.
10) E dato che siamo a parlare di passioni, e io sono una gattara convinta, ti chiedo se i tuoi gatti ti fanno compagnia anche mentre scrivi o semplicemente quando scrivi vuoi stare da solo?
M.: I gatti hanno una grande peculiarità: dormono 15 ore al giorno. E, al contrario degli umani, non parlano. Certo, quando vogliono giocare, oppure mangiare, oppure le coccole, li devi assecondare. È una buona scusa per fare pausa. Ma anche loro amano il silenzio. E si riprende il lavoro.
11) Se dovessi scegliere una sola frase de Al Giambellino non si uccide, quella che secondo te racchiude un po’ tutto il mood del libro, quale sarebbe e perché?
M.: Non saprei, però vorrei che emergesse il lato ironico di Roger Zappa e dei suoi gialli. Una simpatia molto milanese: cinica, surreale, malinconica, allegra ma non disimpegnata, nobile e plebea, con lo sfottò giocato in punta di lingua, mai mortalmente offensivo. È l’umorismo di persone consapevoli che la realtà è difficile da cogliere appieno, meglio riderci su… Il giallo ne è pieno.
Intervista a cura di Antonia Del Sambro













