Intervista a Tiberio Timperi

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Tiberio Timperi è giornalista e conduttore di svariati programmi televisivi e riepilogare all’interno di questo articolo la sua carriera professionale sarebbe complicato… Ha cominciato nel 1977 e non si è praticamente mai fermato.
È entrato in tutte le case degli italiani e avrete la possibilità di conoscerlo al festival Giallo di Sera a Ortona (CH) il 26 luglio, alle 21,30, dove presenterà il famoso attore Francesco Acquaroli.

Intanto gli abbiamo fatto qualche domanda:

1.Benvenuto, Tiberio, in questo blog. Hai un curriculum vastissimo, hai spaziato dalla radio, al cinema, alla televisione, alla scrittura, perfino al doppiaggio. A quali di queste attività sei maggiormente legato? Vuoi raccontarci un episodio che ricordi in modo particolare o un personaggio che hai conosciuto e che ti è rimasto nel cuore?
T.: Io sono molto legato alla radio, è un po’ come la fidanzata di quando hai sedici anni, con la quale vai a mangiare in pizzeria e sei te stesso, semplice.
La televisione invece è come una donna d’alto bordo, molto altolocata, che quando vai al ristorante e fai qualcosa di sbagliato, ti fulmina con gli occhi. Insomma, non ti puoi sbagliare.
La radio è la mia prima dimensione. Ricordo quando feci la prima trasmissione era a Cesenatico, e Radio Cesenatico e si trovava nel sottoscala di un bar. Fu quella la mia epifania, avevo quattordici anni e mezzo. Trasmetto e capisco che quello è il mio futuro. Il resto è arrivato strada facendo, perché sono molto curioso e desideroso di mettermi alla prova.
Sono molto grato al primo che mi mise il microfono a disposizione: Bibi Branzanti, il proprietario di Radio Mare Cesenatico, l’anno successivo. Poi a Massimiliano Fasan e Fabio Brasile, che erano due dirigenti della Rai, che hanno visto attraverso il grezzo il diamante che c’era e mi hanno dato una possibilità. Sono, come dire, un romantico stupido imbevuto di memoria e gratitudine, quindi non dimentico, nel bene o nel male.
Poi Roberto Quintini a Telemontecarlo, un altro matto che mi diede la possibilità di fare la televisione, di fare il mezzo busto nonostante la mia giovane età. Avevo già acquisito un po’ di esperienza, perché avevo lavorato a Tele Regione, però all’epoca ce ne voleva.

E ci avevano visto giusto!
T.: La verità è che io appartengo a quella generazione che faceva i provini, che non aveva gli agenti e nessun tipo di lobby. Questa cosa l’ho ricordata giorni fa con un amico di radio Montecarlo, Marco Fullone, che lavorava con me a Radio Centro Suono. All’epoca bastava proporsi, se eri scarso arrivederci e grazie, se avevi delle qualità, ragionevolmente potevi pensare di essere tirato dentro in un’avventura professionale. Ora si lavora per conoscenze e non per conoscenza. La mia generazione è stata l’ultima ad aver fatto i provini. Lo dico senza polemica.
Per esempio, ho molta stima di Angela Rafanelli che, pur avendo un agente, ha fatto i provini. È venuta in radio, ho ascoltato lei e altre due persone e per la prima volta mi sono trovato dall’altra parte della barricata nel dover decidere, e non è piacevole, il futuro di un’altra persona. Non sono stato a pensare ad altro che al fatto che era brava. Punto. E bisognerebbe ritornare a questo modo di lavorare, dove c’è la meritocrazia.

2.Hai fatto compagnia a milioni di famiglie compresa la mia ogni mattina, hai la capacità di spaziare tra molteplici argomenti, dall’attualità allo sport, alla musica, ecc. Molto interessante anche l’angolo dedicato alla lingua italiana con professor Francesco Sabatini, grande linguista e presidente dell’Accademia della Crusca. Come è stato affrontare per te il periodo di lockdown?
T.: Ti dovrei correggere quando mi dici: “Ci hai fatto tanta compagnia”. No, siete stati voi ad aver fatto compagnia a me e l’ho detto anche alla fine, e non era una captatio benevolentiae. Io non ho più i genitori, non ho una compagna. In un periodo in cui sono stato veramente da solo l’unico contatto con la realtà, l’unica cosa ad aver dato un senso è stato lavorare e fare la trasmissione, per cui sono io che devo dire grazie per prima alla Rai che non mi ha chiuso e in seconda battuta a chi mi ha seguito. Sono stati loro a farmi sentire indispensabile, utile. Ecco, hanno dato un senso al mio lavoro, una volta nella vita. I cameramen, gli assistenti di studio, siamo stati davvero un gruppo in queste difficoltà.
Diciamo la verità, i sindaci che chiudono il Comune sotto il Covid dovrebbero cambiare lavoro. Tu rappresenti lo Stato e lo Stato non può abdicare. Lo Stato deve essere lì presente, in trincea. E se qualcuno vuole polemizzare, nessun problema.
Io mi sono sentito per la prima volta in trincea con la gente da casa, e questo mi faceva sentire vivo.
Fossi stato un sindaco sarei andato tutti i giorni in Comune, stavo lì, magari da solo, ma stavo lì. Questo è il senso che ho respirato e la dimensione che mi ha restituito quello che ho fatto in questo periodo.

3.Hai avuto come partners al tuo fianco nella conduzione delle trasmissioni donne molto diverse tra loro, ora sei con Monica Setta a UnoMattina in famiglia, l’appuntamento del week end su Rai 1. Si può dire una famiglia nella famiglia?
T.: Si e no, io frequento questo gruppo di lavoro da una vita, con altri invece un po’ meno. Con altri ancora che sono venuti e se ne sono andati siamo rimasti in buoni rapporti. La verità è che facciamo un lavoro dove ci si diverte, che ci appassiona. Non lo faccio solo per i soldi, lo faccio anche per alimentare il bambino che ancora una volta provava stupore davanti a un microfono e diceva: “Cacchio, sono qui!”
Quindi in questo si dimentica sempre che è un lavoro e quando si dice “tutti amici” non è così. Diciamo che è un gruppo di lavoro molto affiatato dove ogni tanto c’è qualche innesto, a volte riuscito e a volte meno.
Questa ormai è la grammatica della televisione e uno si adegua.
Diciamo che se non c’è complicità, in caso di programmi condotti da due persone diventa difficile condividere gli spazi, diventa frustrante per certe dinamiche durante la trasmissione.

4. Nella tua carriera hai scritto anche dei romanzi. Com’è stato il tuo approccio alla scrittura?
T.: Una fatica, un parto. A me piace molto scrivere e ho anche la presunzione di scrivere bene. Per esempio ho una collaborazione su Ruoteclassiche dove parlo della mia passione per le auto, che è a metà strada tra passione, costume e follia allo stato puro. Credo di essere una bella penna, dopodiché il problema non è tanto scrivere il libro, quanto accompagnarlo nella sua vita: devi andarlo a presentare a destra e sinistra, stringere mani, ripetere sempre le stesse cose. Insomma, non è una cosa che mi piace, però è il rovescio della medaglia.

5. Giambattista Basile scrisse “Chi cerca quello che non deve, trova quello che non vuole.” C’è qualcosa in questi anni di lavoro che avresti preferito non trovare o, al contrario, hai cercato e trovato sempre quello che volevi (scusami… Ogni tanto mi vengono le domande alla Marzullo!)?
T.: Ho avuto sempre le idee abbastanza chiare su quello che “non” volevo. Non sempre ci sono riuscito, perché non appartenendo a nessun potentato, io sono semplicemente un operaio della televisione. Ho avuto delle idee e mi sono state rubate? Va bene così. Mi sono passate davanti delle persone? Va bene così. Fa parte delle regole del gioco, uno incassa e va avanti. Diciamo che bisogna essere un buon incassatore e non “incassarsi”, perdona il gioco di parole.

6. Siamo in un blog di libri. Il mio è specifico del thriller/noir/giallo. Quale romanzo ti ha accompagnato nel corso della tua vita e quale hai sul comodino?
T.: Sai, io appartengo alla generazione dei libri Cuore e poi fregavo il giallo Mondadori a mia madre: James Hadley Chase, ancora me lo ricordo. Ne ho letti abbastanza di gialli.
Ora ho finito il romanzo di Romano De Marco, Il cacciatore di anime, ho finito I cerchi nell’acqua di Alessandro Robecchi. Poi ho letto quello di Giampaolo Morelli che avevo visto al cinema: 7 ore per farti innamorare.  Adesso ho da leggere la biografia di Woody Allen, de La Nave di Teseo e anche Pronto soccorso per le emozioni di Raffaele Morelli.
Poi in questa quarantena ho riletto 1984 di George Orwell, che ho trovato drammaticamente attuale.

Intervista a cura di Cecilia Lavopa