Intervista a Valerio Varesi

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Valerio Varesi, nato a Torino nel 1959, vive a Parma e lavora nella redazione de la Repubblica di Bologna. Romanziere eclettico, è il creatore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi. I romanzi con Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo e nel 2011 l’autore è stato finalista al CWA International Dagger, il prestigioso premio per la narrativa gialla. Nel 2017 ha vinto il premio Violeta Negra per il miglior romanzo noir.
Per saperne di più: www.valeriovaresi.net

In occasione della partecipazione dello scrittore al festival Giallo di Sera a Ortona, domenica 19 luglio alle ore 19,30, gli abbiamo rivolto qualche domanda:

1. Benvenuto,Valerio. Nei tuoi libri c’è sempre una sorta di velo di amarezza per quella che è diventata la società moderna. Individuale, senza idee e priva di una guida politica vera e propria. Molto lontana dalla società del dopoguerra intrisa di senso della collettività e della res publica. Pensi che alla luce di quanto successo negli ultimi mesi può cambiare qualcosa? È possibile ritornare a antichi valori e a una politica più sociale e ambientalista e meno guidata solo da ragioni di interesse economico?

V.: Credo che l’esperienza della pandemia abbia dimostrato la nostra fragilità ed esposto i limiti di un modello come quello che abbiamo adottato a partire dagli anni ’80. Queste malattie, non a caso globali come è il modello del capitalismo liberista, si succedono con sempre maggiore frequenza perché stiamo costantemente distruggendo ecosistemi e ciò aumenta la contiguità tra uomo e animali favorendo il salto di specie dei virus. Ma se è così è anche per il fatto che lo sfruttamento delle risorse dettato da una espansione che si vorrebbe illimitata, cozza contro la limitatezza del pianeta. Il liberismo imperante non trova oggi argine in un panorama di valori alternativi capaci di innervare la politica e ridare la centralità all’umano e alle sue esigenze. Al momento non vedo nessuna contrapposizione a questo modello e quindi la nostra è una crisi culturale nel cui vuoto si inserisce come unico valore quello economico. Dunque non credo che a breve potranno esserci cambiamenti nelle nostre modalità di vita anche se all’orizzonte si profila un ambientalismo, finalmente svincolato da obbiettivi troppo settoriali, che aspira a una dimensione più politica.

2. Sempre nei tuoi libri i lettori si ritrovano a legge di una provincia spietata, molto più crudele e cattiva delle grandi metropoli sudamericane o delle grandi città italiane. A tuo parere nei piccoli posti è più difficile incattivirsi o diventare egoisti e isolarsi, o è solo perché in provincia fa sempre notizia anche il piccolo evento di cronaca?
V.: Non credo che in provincia sia più facile diventare crudeli o più buoni che in una metropoli. Sono differenti i contesti. Quello che può apparire plausibile in una grande città, diventa eccezionale in un piccolo paese dove si presuppone che certe cose non accadano. In realtà la natura umana è la stessa ovunque. Forse tempo fa esistevano ancora contesti sociali molto diversi tra loro (l’Emilia rossa, il Veneto cattolico, la Lombardia dei dané) ma oggi tutto è omologato e le dinamiche delinquenziali sono simili. Diversa è la risonanza che ne deriva. Io ho scelto di raccontare la provincia perché l’Italia è provincia. Se si escludono Milano e Roma, il resto è costituito da città anche grandi, ma con l’impronta del paese allargato più che di un contesto metropolitano.

3. Secondo la cronaca, questo ultimo periodo con le piccolezze e truffe organizzate per trarne benefici personali, vengono in mente certi scenari che hai descritto nei tuoi libri, nella “tua” Parma. Una letteratura che anticipa la realtà o un “corsi e ricorsi storici”?
V.: La narrativa, in particolare quella che scava nell’oggi tentando di analizzarlo, com’è il caso del noir, cerca sempre di interpretare ciò che accadrà. In un certo senso lo annusa. Ma se guardiamo alla grande letteratura, da sempre preconizza il futuro. Pensiamo a Orwell: come non vedere oggi quel Grande fratello che lui descrisse così bene in “1984”? E la forzata limitazione personale durante il distanziamento anti-Covid, non era forse simile a ciò che lui raccontava?

4. Tu scrivi in maniera colta, ricercata, con un uso della parola preciso e pertinente. Cosa pensi, quindi, di coloro che dicono che un giallo invece deve sapere parlare a tutti con un linguaggio più confidenziale e magari “da strada”?
V.: Penso che facciano bene a usare una lingua povera molto vicina al linguaggio funzionale più corrivo. Le vendite danno loro ragione. Non è però quello che voglio io. Io desidero conferire al noir, genere per nulla inferiore ad altri, una nobiltà estetica che lo ponga al fianco della letteratura “alta”. In più esigo da esso un impegno nello sviscerare i problemi sociali. In definitiva un compito che sia anche politico, come ha detto Anne Holt in una recente intervista.
È una scelta impopolare, mi rendo conto, ma credo che consenta ai libri di restare e non passare come generi di consumo. C’è una frase nella “Gaia scienza” di Nietzsche in cui il filosofo dice che un autore vuole essere capito, ma anche che non vuole essere capito. In sostanza, ogni autore si ritaglia un perimetro di lettori in base alle affinità e alle sensibilità. I miei lettori sono certo meno di chi pratica una narrativa più facile e accattivante, ma sono sicuro della loro qualità. Inoltre, non erano noir i romanzi di Sciascia, Gadda, Durrenmatt Izzo, Simenon o Scerbanenco? E’ forse para-letteratura?

5. Parliamo della TV tratta dai tuoi libri, Nebbie e delitti, con interpreti Luca Barbareschi e Natasha Stefanenko trasmessa su Rai 2. Nelle prime, benché con inevitabili cambiamenti, i personaggi erano molto simili ai tuoi. Poi la situazione è andata cambiando: dei libri non c’era più nulla, neanche l’ambientazione. Perché permettere uno spaesamento, quasi un “furto” del personaggio?
V.: Vero. La prima serie era tratta da miei libri e dunque aveva una presa diretta con le mie storie. La seconda è stata realizzata sulla base dei miei personaggi e degli ambienti in cui avevo collocato le storie su elaborazioni degli sceneggiatori. La terza è stata de-contestualizzata trasferendo tutto a Torino e ha perso quell’atmosfera padana che era la sua cifra riconoscibile. Una scelta della produzione che io non ho mai apprezzato. I risultati mi hanno dato ragione perché ha avuto uno share minore. Detto questo, un autore subisce sempre la sensazione di essere derubato della sua creatura, ma io posso considerarmi fortunato perché dieci puntate su quattordici sono state di buona qualità e poco “traditrici” dei personaggi e degli ambienti.

6. Soneri invecchiando sembra diventare anche più disincantato, più chiuso. E’ così?
Direi più incazzato. Il mondo va verso una china che non è quella che avrebbe voluto. Di conseguenza si trova a camminare in direzione ostinata e contraria, il che, oltre che faticoso, è frustrante. Specie per un uomo che deve far valere la legge in un contesto sociale dove la prevaricazione è opera principalmente di grandi potentati senza volto che si manifestano nelle sembianze di figuranti disperati, i pesci piccoli mandati allo scoperto dalla malavita organizzata e multinazionale. In più sente il dovere di rimediare ad affronti a cui non può porre rimedio perché non riguardano la legge a cui deve attenersi. Sono le ingiustizie sociali, le prepotenze del potere, la dissoluzione dell’etica e il trionfo del sé a scapito del prossimo.

Intervista a cura di Antonia Del Sambro e Maura Lupotti