Intervista a Alice Basso

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Ho avuto la fortuna di conoscere Alice Basso qualche anno fa, grazie a un laboratorio di scrittura creativa. La full immersion si è svolta presso la libera università di Alcatraz (non la prigione eh, eravamo in Umbria e il carceriere era Jacopo Fo). Un week end indimenticabile e ricco di stimoli. Un nutrito gruppo di iscritti al corso era in realtà presente solo per avere notizie sull’imminente uscita dell’ultimo capitolo della saga di Vani Sarca e per sapere tutto ma proprio tutto di Alice.
Lei non si è lasciata intimorire dalle richieste di spoiler ed è riuscita a mantenere alto l’interesse per la scrittura in generale e per il giallo in tutte le sfumature possibili. Ed io che ho fatto della curiosità una ragione di vita, ho recuperato velocemente il tempo perduto: ho letto (quasi) tutto di lei e la seguo con attenzione e interesse sui social (è la quintessenza della simpatia). Non potevo lasciarmi scappare l’occasione di leggere per Contorni di noir il suo ultimo romanzo, “Il morso della vipera”, uscito per Garzanti Editore e di farle qualche domanda.

1) Bentrovata Alice. Come ho scritto nella recensione del Morso della Vipera, sono una tua accanita fan, adoro i tuoi libri e trovo la tua ironia insuperabile. Sono rimasta molto colpita quando hai dichiarato che avevi già in mente lo sviluppo in toto della saga di Vani Sarca mentre eri in procinto di scrivere il primo episodio. Sapevi che avresti scritto 5 romanzi dei quali avevi già deciso la struttura e che neanche sotto tortura avresti allungato il brodo. La storia sarebbe finita con “Un caso speciale per la Ghostwriter” ultima avventura della ghostwriter dark. Avevi già in mente proprio tutto, anche l’evoluzione dei personaggi? Hai mai avuto ripensamenti? E se ti avesse rapita un’infermiera un po’ sopra le righe, magari nel Maine a continuare a scrivere?
A.: E qui mi hai già fregata, perché mentre leggevo le domande pensavo a risposte dure e pure più del diamante, cose tipo “certo, sono stata fedele a me stessa e alla scaletta che avevo stilato, per tutta la durata della stesura di tutti e cinque i romanzi!”, finché l’accenno finale all’infermiera segaossa del Maine mi ha indotta a rivedere le cose e a optare per un “…d’altro canto, nella vita non si può mai sapere”. (Okay, seriamente: l’intelaiatura è rimasta assolutamente uguale a se stessa, e anche l’evoluzione dei personaggi, essendo parte fondamentale dell’intelaiatura in questione, perché alla fin fine la saga di Vani è la saga dell’evoluzione psicologica della protagonista e dei suoi comprimari. Ciò non significa che il tutto sia stato granitico e immutabile: le cose che possono cambiare facilmente in corso d’opera sono tutte quelle che ricadono nell’ambito del “come arrivo dalla situazione A alla situazione B? Se c’è una dinamica più convincente, una scena più brillante, una gag più originale che può sostituire il trait d’union fra punti fermi della trama che mi ero immaginata all’inizio, ben venga, anche all’ultimo momento. Non so se sono stata chiara – comunque il concetto è: il telaio è d’acciaio, il rivestimento di carta crespa colorata.)

2) Il tuo romanzo è corredato da una postfazione molto esaustiva, dove ci racconti come nasce l’idea del libro. Ti va di parlarne a quegli sfacciati che ancora non lo hanno letto?
A.: Ahah! Certo, e anzi, ti prometto che saremo così carine con loro da stare anche attente a non spoilerare nulla.
Allora, tutto è nato dalla collisione fra due idee apparentemente distanti fra loro (il che, fra l’altro, mi pare sia la definizione di “ispirazione” che dà Stephen King: due idee che improvvisamente impattano e danno luogo a un mini Big Bang).
Un annetto e mezzo fa stavo studiando per due cose che non avevano nulla a che fare l’una con l’altra ma che mi stavano appassionando un casino. Una era uno spettacolo teatrale (ma sarebbe più giusto chiamarlo “musical da camera”) che ho scritto ed eseguito con le ragazze della mia rockband, le Soundscape 2.0, sulla storia vera (seppur molto romanzata) della prima donna che entrò a lavorare nella compagnia d’assicurazioni Reale Mutua nel 1926. Si chiamava Egle, faceva la dattilografa, e grazie a lei mi sono fatta una cultura su ciò che significava per una ragazza nel Ventennio andare a studiare e poi praticare la dattilografia: era molto più di una semplice professione, era la finestra che si apriva, per tante ragazze, per assaporare un po’ di autonomia (e che poi si chiudeva quando si sposavano, perché venivano licenziate).
Inoltre, studiavo per preparare dei corsi sulla storia del giallo che portavo nelle scuole o nei gruppi di lettura. E c’era in particolare la faccenda del giallo sotto il fascismo: gli italiani si innamorano dei gialli, la collana dei Gialli Mondadori va a ruba, ma al regime il genere giallo non piace, perché parla di crimine e fa notare che non è stato affatto debellato come il governo vuole far credere, così mette progressivamente un sacco di paletti ai traduttori e agli autori di gialli. Che però soffrono, perché noi sappiamo che il giallo e il noir nascono come generi letterari di denuncia, e se cerchi di mettergli la museruola perdono tutta la loro verve.
Insomma un giorno sono lì che penso a quanto sono affascinanti e piene di spunti questi due temi e di quanto mi piacerebbe avere un pretesto per continuare a studiarli, quando mi viene un’ideona: e se scrivessi un romanzo in cui una dattilografa negli anni Trenta va a lavorare per un giallista? Sarebbe la storia parallela di due emancipazioni… Mi stavo lavando i denti, me lo ricordo ancora. Ho sputato il dentifricio e sono corsa a buttare giù appunti. E di materiale ce n’era talmente tanto che altro che un romanzo solo: le scalette per un’altra serie di cinque, son venute fuori!

3) Anita è molto di più di quello che rappresenta. Come nasce questo personaggio? Quanto c’è di Alice e di Vani in lei? Come sei riuscita a rendere credibile un personaggio così lontano storicamente?
A.: Quando è stato il momento di definire Anita, c’erano due linee guida che sapevo che avrei seguito a tutti i costi: non sarebbe stata un’altra Vani, ma sarebbe dovuta essere divertente e tosta quanto Vani. Perché, insomma, io avrei intenzione di viverci per altri cinque anni, in compagnia di Anita, e nessuno vuole convivere con qualcuno che non gli piace!
Così è venuta fuori questa ragazza che è molto diversa da Vani ma mi ha fatta sin da subito tanto tanto ridere. Anita è una bellezza prorompente, una brunetta tutta curve che però la gente commette l’imperdonabile errore di prendere per una graziosissima oca. In verità, Anita è molto intelligente, sveglia e dotata di indicibile spirito pratico, ed è solo per questo che ogni tanto asseconda questo errore facendosi passare per più sciocca di quello che è. Ma – e in questo somiglia a Vani – è anche una ragazza molto combattiva, di indole ribelle, che di fronte a un’ingiustizia non riesce a non rimboccarsi le maniche e inventarsi qualche cosa per rimettere in pari il conto. Ed è per questo che, come Vani, a un certo punto della storia si improvviserà investigatrice, e che questo romanzo diventerà di fatto un giallo.
Quanto alla credibilità, be’, sembrerà buffo ma una delle strategie che ho adottato proprio per darle realismo è stata farla parlare in modo… non realistico, cioè troppo moderno per il 1935. Mi spiego: se avessi voluto seguire la verosimiglianza storica al 100%, lei e la sua amica Clara le avrei dovute far parlare in torinese, o semmai, sul lavoro, con un italiano datato alle nostre orecchie. Invece si tratta di due ragazze di vent’anni e io le ho volute ritrarre come tali, con una lingua fresca e allegra che non ci facesse pensare di stare ascoltando parlare nostra nonna o una anziana professoressa di lettere.

4) Per quanto invece riguarda Vani Sarca, la ghostwriter sociopatica più simpatica del mondo… Ti manca? Come si ripone un personaggio nel cassetto? È uno scenario alla Toy Story quello che vivono i personaggi dei tuoi libri precedenti?
A.: Grazie di avermelo chiesto, perché tengo sempre tantissimo a dire che se ho lasciato Vani non è stato AFFATTO perché ne avessi abbastanza di lei, ma solo perché mi sembrava rispettoso e giusto nei suoi confronti dare alla sua storia una compattezza narrativa e un bel finalone pensato con attenzione sin dall’inizio. Come abbiamo già detto, ho deciso e saputo sin da subito che avrei voluto per lei una saga breve ed epica, con un gran finale, e così è stato (o, perlomeno, così ho cercato di fare, e poi speriamo di esserci almeno un po’ riusciti, ecco!). A Vani vorrò sempre bene, mi ha presa per mano con la sua dalle unghie viola e mi ha portata (ehm, trascinata?) nel mondo dell’editoria da scrittrice e non più solo da editor quale ero e continuo peraltro anche a essere. E certi gesti non si dimenticano!

5) Qualcosa mi fa pensare che anche in questo caso c’è già un progetto narrativo blindato, dove è già stato deciso tutto ma proprio tutto. Come riuscirai a conciliare l’apparente leggerezza delle avventure di Anita con la drammaticità della storia che inevitabilmente irromperà nella narrazione?
A.: Eh, hai detto bene: trattandosi di una storia ambientata nel 1935, non è difficile intravedere nubi all’orizzonte, vero? Be’, guarda, è una sfida, ma è una sfida bella: io ho sempre amato moltissimo i libri capaci di farmi ridere anche sulle cose più impensate (ricordo risate sonore e impreviste nel leggere Le ceneri di Angela, per esempio, o tutto John Fante, con i suoi pezzenti che se la vedono con la Grande Depressione). Ora vediamo se posso, almeno in certa misura, riuscirci anch’io. Senza nascondere nulla di quello che accadeva e che ho studiato documentandomi al meglio delle mie possibilità, ma anche trovando giustificazione nel fatto che, per dirne una, le protagoniste hanno vent’anni e i ragazzi di vent’anni si sono sempre inventati mille modi per essere allegri e ridere e scherzare e giocare e corteggiarsi e tenersi vivi, anche nei momenti più duri della Storia. Io dico sempre: mia nonna era una persona molto molto spiritosa, ed era del 1926, il che vuol dire adolescente durante la guerra: di certo non ha aspettato il 1945 per imparare a ridere.

6) Quanto amore c’è per la letteratura in questo libro! È un bene tangibile e autentico. La presa di coscienza di Anita nasce proprio dalle pagine di quei racconti gialli che trasudano umanità e cozzano contro la volgarità del regime. Ho “gongolato” quando i fascisti vengono ridicolizzati e provato rabbia di fronte alla loro violenza e ignoranza becera e gratuita. Ho la fortuna di avere una ancor lucida mamma di 87 anni che è la mia memoria storica personale e che ha tuttora la necessità di raccontare cosa è stato il ventennio e come è stato essere una giovane donna in quell’inferno. Come hai alimentato la tua necessità di raccontarlo?
A.: Ho capito che se si studia la società del Ventennio, e intendo se la si va a guardare nel pratico, nella concretezza della vita di tutti i giorni, senza limitarsi a date e leggi ma scavando nella realtà della vita delle persone, si rinvengono i semi di tante di quelle analogie col presente da farci esclamare “Oh!”, “Ah!”, “Ma dai?!”, “Ma anche allora?” ogni venti secondi. Ti faccio uno degli esempi più eclatanti: la condizione femminile. Leggiamo dappertutto, in maniera anche un po’ sterile e fine a se stessa, che il fascismo aveva una visione del ruolo della donna molto rigida, faceva in modo che stesse a casa a dare figli alla patria e ciao. E prendiamo atto della cosa come fosse una formuletta astratta. Poi andiamo a immaginarci, a disegnare sulla base di esempi reali e documentati, la vita pratica di una ventenne nel 1935, e iniziamo a fare il calcolo di quanti compiti domestici le toccasse espletare nell’arco della settimana; vediamo che, se doveva andare a lavorare, riceveva uno stipendio che era la metà di quello di un uomo; vediamo che apparentemente godeva di tutele anche molto buone in caso di maternità, ma che proprio per evitare di doversi sobbarcare tutti quegli oneri il datore di lavoro licenziava qualsiasi impiegata nel momento in cui si sposava (e hanno potuto farlo fino a una legge del 1963: oggi, in ogni caso, molto spesso se sei una ragazza in età critica evitano direttamente di assumerti). E allora ci rendiamo conto che parlare di un momento storico in cui tutto questo era solo un po’ più evidente ed esasperato di adesso aiuta moltissimo a vedere meglio anche i chiaroscuri di oggi.

7) Volevo concludere ringraziandoti ancora una volta per averci fatto dono di questo nuovo personaggio e sottoponendo alla tua attenzione un’ultima domanda veramente originale… A quando le prossime avventure di Anita?
A.: Ma che carina! Grazie a te! Per quanto riguarda Anita, ho concluso pochi giorni fa la stesura della prima bozza della sua seconda avventura: se tutto va come gli anni scorsi, dovrebbe uscire a primavera!

Intervista a cura di Susanna Durante